“Io sono una persona libro”. Così si presentano i lettori e le lettrici del Proyecto Fahrenheit 451 (las personas libro). Si tratta di un progetto ideato in Spagna da Antonio Rodriguez Menéndez con l’obiettivo di sottolineare l’importanza della memoria orale e del ricordo dei libri.

Il progetto è ispirato al romanzo fantascientifico Fahrenheit 451, scritto nel 1953 da Ray Bradbury. Nel futuro immaginario descritto da Bradbury, 451 era la temperatura di accensione delle pagine dei libri che venivano bruciate in quanto considerate pericolose. Tuttavia per salvare l’umanità letteraria, un gruppo di ribelli rifugiati nei boschi imparava a memoria interi libri. Sulla scia di Menéndez, in Italia nel 2008 è stata fondata l’associazione Donne di Carta con sede a Roma che si propone di dar voce ai libri nelle scuole, nelle metropolitane, nei luoghi di reclusione. Tale associazione segue delle “istruzioni per l’uso”:

«Noi diciamo a memoria – non recitiamo – brani di libri.

Noi doniamo il piacere provato per la bellezza di un testo.

Noi cerchiamo di costruire il piacere dell’ascolto.

Non vogliamo applausi.

Non è uno spettacolo, ma una relazione».

(Prefazione di Io sono… una persona libro,  Associazione Donne di carta).

Recuperare la memoria orale

Le persone-libro non si concentrano solo sulla memorizzazione ma anche sulla respirazione, sul senso globale dei frammenti tratti dai libri e sulle emozioni. Il tutto non deve essere improntato alla recitazione ma alla spontaneità e alla naturalezza. Lo scopo è quello di diffondere numerose cellule di persone-libro su tutto il territorio nazionale; attualmente i gruppi sono 27, uno è nato anche a Napoli.

Queste iniziative attraverso il recupero della memoria orale, incentivano le relazioni sociali e la condivisione sulla base del dire/ascoltare insieme. Dunque, incarnano una possibilità di preservare la memoria culturale che nella cosiddetta “era dell’informazione” è affidata sempre più alle tecnologie digitali. Queste ultime hanno generato inediti sistemi di conservazione e di archiviazione del patrimonio culturale che destano preoccupazioni e molteplici interrogativi restano aperti. Cosa accadrebbe se per un capriccio elettrico i nostri computer si spegnessero in maniera irreversibile? E se le multinazionali dominatrici del web, a cui affidiamo le nostre memorie, i nostri ricordi, decidessero di cancellare l’intero patrimonio culturale?

Come sostiene il sociologo Derrick de Kerckhove la memoria digitale sembra più affidabile della memoria organica, però quest’ultima è più complessa e più ‘intelligente’ di quella numerica. Va, inoltre, verificato se la memoria digitale sul lungo tempo conserva tale affidabilità poiché le tecnologie e le macchine possono cambiare e dipendono dall’elettricità: se si stacca la spina la memoria svanisce”.

Anna Giusti

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