La curiosità e l’analisi del simbolo del Napoli calcio nascono dalla passione di chi scrive queste righe ha per la squadra. Infatti, lo stemma di un club non è solo un segno grafico, ma un elemento identitario che evolve nel tempo e riflette i cambiamenti sociali e culturali. Partendo dalle origini del club partenopeo, il simbolo è passato dal cavallo rampante al celebre “ciuccio”, accompagnando la storia e l’immaginario dei suoi sostenitori.
Nel calcio moderno, il concetto di stemma si fonde con quello di brand: non più semplice emblema sportivo, ma strumento di marketing e business. Questo fenomeno, che ha trasformato le società calcistiche in vere e proprie aziende, ha investito anche il Napoli, il cui brand ha acquisito un peso crescente nell’arena internazionale, alimentato dalla figura mitica di Maradona. L’icona argentina ha ridefinito i confini tra simbolo e leggenda e di qui una domanda (che ha tra l’altro caratterizzato la tesi di laurea di chi scrive qualche anno fa): Maradona ha rafforzato o addirittura sostituito l’identità del club nell’immaginario collettivo?
Il ruolo socio-antropologico del simbolo
Il concetto di simbolo ha sempre avuto un ruolo cruciale nella storia umana, dall’alba dell’umanità fino ai nuovi contesti digitali. Esso è stato studiato da molteplici discipline e autori, che ne hanno analizzato il valore sociale, artistico, religioso e cognitivo. Per esempio, secondo Cassirer, il simbolo è ogni elemento concreto o astratto che esprime un significato, mentre Eliade (1976) ne evidenzia la capacità di esprimere più significati contemporaneamente, andando oltre l’immediatezza. Todorov (1978) invece, distingue il simbolo dall’allegoria: il simbolo è una “sorgente di idee”, non un’immagine derivata da un concetto astratto.
L’antropologia simbolica, come definita da Fabietti e Remotti (1997), esplora il simbolo sia nella sua dimensione sociale e politica, sia nella sua funzione espressiva e comunicativa. Questa disciplina, originata da Durkheim e Radcliffe-Brown, ha ampliato il proprio campo di studio dalla religione a concetti come il corpo, il potere, il territorio e la violenza simbolica (Lévi-Strauss, 1968).
Il simbolo è un oggetto complesso e multidimensionale, il cui significato non può essere compreso pienamente al di fuori del contesto storico e culturale in cui si trova. Seppilli (1977) afferma infatti che il simbolo può assumere significati diversi a seconda della storia personale e collettiva, e persino il folklore può rivelarsi come documento umano di grande valore. I simboli sacri, inoltre, agiscono su chi li riconosce, predisponendo a determinate azioni e suscitando specifici stati d’animo.
Simboli sacri nel calcio
I simboli sacri sono fondamentali in tutte le religioni, rappresentando valori e verità ultime per chi li riconosce come tali. Ad esempio, la Torah per gli ebrei, la croce per i cristiani e la Ka’ba per i musulmani (Eliade 1993). In particolare secondo Eliade, il simbolo non solo estende la ierofania, ma la rappresenta integralmente, rivelando una realtà che nessun’altra manifestazione potrebbe esprimere.
Anche nel calcio, come nella religione, i simboli e i rituali giocano un ruolo centrale: la bandiera, la sciarpa, lo stemma della squadra agiscono come segni identitari e rituali per i tifosi, facilitando l’adesione e creando un senso di appartenenza e fervore. Durkheim, in particolare, ha descritto i simboli sacri come “separati” dal profano e “proibiti” a chi non è “consacrato”. Essi generano rispetto e riverenza, a tal punto che avvicinarsi a loro senza una preparazione adeguata può risultare “pericoloso”.
Animalìe
La tradizione di associare stemmi e mascotte alle squadre di calcio risale agli anni ‘20, quando il Guerin Sportivo, con il disegnatore Carlin Bergoglio, introdusse l’uso di animali come simboli di appartenenza per ogni squadra, creando le cosiddette “animalìe” (Bergoglio, 1928). Questa tradizione si diffuse e si consolidò con le figurine Panini dal 1960, che iniziarono a includere gli stemmi delle squadre, trasformando tali simboli in marchi identitari (Panini 1961-62).
Con il tempo, gli stemmi e i simboli calcistici hanno acquisito un valore rituale, come sottolinea Victor Turner: il rituale è un comportamento codificato che rafforza l’identità collettiva e le credenze (Turner, 2001). Per Bifulco e Pirone (2014), i piccoli rituali dei tifosi (indossare sciarpe e portare amuleti) servono a consolidare la coesione e a esprimere una passione condivisa.
L’identificazione in un simbolo
Il concetto di identità nello sport va inteso come identificazione e senso di appartenenza a un gruppo, squadra o nazione, piuttosto che come mera “conoscenza individuale”. Questa identificazione può sfociare in manifestazioni estreme di rivalità, come la violenza negli eventi calcistici, quando il rispetto per l’avversario si perde e il rivale è visto come un nemico da sconfiggere fisicamente, piuttosto che lealmente.
Nel calcio, lo sport più popolare a livello mondiale, l’identificazione con la squadra e i suoi simboli è spesso accompagnata da rivalità che vanno oltre il piano sportivo e si legano a dimensioni politiche, sociali o religiose. Ad esempio, il derby di Glasgow tra Celtic e Rangers rappresenta uno scontro tra cattolici e protestanti; “El Clasico” tra Barcellona e Real Madrid incarna la tensione tra l’indipendentismo catalano e il potere centrale di Madrid; il derby tra Partizan e Stella Rossa a Belgrado riflette le cicatrici della guerra e la divisione sociale (Bromberger, 1995).
Contrasti storici, tra sacro e profano
Anche nel contesto italiano, come osserva Bromberger (1995), la rivalità tra Napoli e Juventus è più di un semplice scontro sportivo: essa rappresenta un contrasto storico, economico e sociale, percepito dai tifosi napoletani come una “rivincita” di un sud subalterno contro un nord arrogante.
La “dualità sacro-profano” descritta da Durkheim (Bromberger, 1995) può applicarsi anche al calcio: l’identità collettiva si esprime attraverso simboli, colori e rituali che richiamano il senso di appartenenza a una comunità, come spiega Victor Turner con il concetto di “rituali sociali” (Turner, 2001). Questo legame è visibile negli stadi e nei luoghi simbolici del calcio, come lo Stadio Diego Armando Maradona di Napoli, dedicato al leggendario calciatore e diventato un luogo di culto e commemorazione per la comunità napoletana (Bifulco, 2021).
La storia del calcio, dunque, mostra come lo sport non solo generi identificazione, ma rifletta anche le dinamiche di classe e sociali. Mentre gli sport nascevano come passatempi aristocratici, con la popolarizzazione di discipline come il calcio, le classi nobili si sono distinte passando ad attività più esclusive come il rugby o la vela, in una continua ricerca di distinzione sociale.
In questo contesto, il mito di Maradona si erge come simbolo di appartenenza per la comunità, incarnando un’identità collettiva basata sulla condivisione di passioni, conflitti ideali e partecipazione emotiva, contribuendo a creare un senso di solidarietà interna (Bifulco, 2021).
Il Calcio nella cultura napoletana
Il calcio è entrato nella cultura napoletana nel 1896 con una partita del Real Club Canottieri, ma solo nel 1901, la Virtus Partenopea partecipò a tornei calcistici. La fondazione del Football Club Partenopeo avvenne nel 1905 grazie ai fratelli Scarfoglio, ma durò poco: il calcio a Napoli si consolidò nel 1905 con la nascita del Reale Club Canottieri, poi rinominato Napoli Football Club nel 1906. Nel 1911, il club affrontò i marinai-giocatori della nave Arabik, che aveva appena sconfitto il Genoa. Nel 1911, la sezione estera del Napoli si distaccò, creando l’Unione Sportiva Internazionale Napoli.
La Federazione Italiana Giuoco Calcio (FIGC) nel 1926 approvò il progetto Valvassori-Faroppa, ammettendo squadre del centro-sud nei campionati di Prima Categoria. L’A.C. Napoli fu fondata il 25 agosto 1926 da Giorgio Ascarelli, il quale cambiò il nome da Internaples per ragioni politiche legate al regime fascista. La squadra fu infine ripescata nella Divisione Nazionale nonostante una stagione deludente.
Trasformazione ed evoluzione dello stemma
Il primo stemma dell’A.C. Napoli raffigurava un cavallo rampante su un pallone, simbolo del Regno di Napoli. Pasolini descrisse questo simbolo come rappresentativo di un popolo irriducibile: «I napoletani hanno deciso di estinguersi, rimanendo fino all’ultimo napoletani». Il cavallo, noto anche come Corsiero del Sole, era un simbolo di grande rilevanza storica per Napoli.
Negli ultimi anni, il presidente Aurelio De Laurentiis ha suggerito di ripristinare questo simbolo sulle maglie del Napoli, definendolo “il segno di indomabilità” di un popolo. La memoria collettiva, secondo Berger e Luckmann (1966), è fondamentale per la costruzione dell’identità, e il Corsiero del Sole rimane parte della cultura sportiva della città. Con il passare del tempo, il simbolo del cavallo fu sostituito dall’asino, o “ciuccio”, divenuto mascotte del Napoli. Questo cambiamento fu influenzato da un aneddoto degli anni ’20 in cui un tifoso ironizzò sulla squadra in un bar: «Cchiu ca nu cavallo, me pare o ciuccio de zi Fichella…».
Evoluzione di un simbolo: da cavallo a “ciuccio”
Il ciuccio, inizialmente visto come un simbolo di scherno, divenne un portafortuna e fu adottato dai tifosi, rappresentando un legame folkloristico con la città. Bruno Roghi, nel 1960, nobilitò il ciuccio definendolo rappresentativo della folla napoletana. Nel corso degli anni, il ciuccio è comparso anche sulle maglie del Napoli, consolidando un’identità che si distacca dal passato nobile del cavallo.
L’asino, ambivalente come simbolo, riflette le contraddizioni della cultura napoletana, ma oggi non compare ufficialmente nelle maglie del Napoli, segno di un cambiamento nell’identità visiva del club. L’attuale logo mantiene forme simili, ma l’immagine del ciuccio è diventata simbolo folkloristico, rendendo il Napoli un’entità popolare e non più elitista.
Nuove simbologie: il marketing nel calcio
Il merchandising nel calcio rappresenta un’importante attività promozionale, utilizzando il marchio e l’immagine del club per vendere una vasta gamma di prodotti, dai gadget a capi d’abbigliamento come magliette e sciarpe. Questa industria, emersa in Inghilterra, sta crescendo anche in Italia, nonostante le sfide come l’aumento dei prodotti contraffatti e la preferenza per le squadre europee più prestigiose. Le società calcistiche possono gestire direttamente il merchandising o esternalizzarlo attraverso contratti di licenza.
La vera forza di un club risiede nella sua capacità di creare un legame emotivo con i tifosi, che va oltre i risultati sportivi. Un logo ben riconoscibile non solo stimola emozioni, ma genera anche un forte senso di appartenenza tra i membri della community di tifosi. Come afferma Randall Collins (2008), questi consumatori non sono semplici clienti, ma partecipano a rituali condivisi che rafforzano il loro legame con il marchio. La passione per la squadra spesso comporta sacrifici, e i club devono riconoscere e ripagare questi investimenti emotivi.
Emozionarsi col simbolo: il marketing tribale
Il marketing tribale è fondamentale per coinvolgere i tifosi, soprattutto attraverso canali digitali e social media, dove possono sentirsi protagonisti. Questo approccio aiuta a espandere la base di fan, generando maggiori entrate sia dalla vendita di prodotti, simboli delle “tribù” calcistiche, sia attraverso accordi di sponsorizzazione più vantaggiosi.
In Italia, la figura della mascotte sta guadagnando popolarità e mira a creare un legame con il pubblico più giovane. Negli sport anglosassoni, le mascotte sono già un elemento consolidato. Un esempio significativo è “Filbert Fox” del Leicester City FC, che ha firmato un contratto di sponsorizzazione nel 2016, dimostrando come le mascotte possano aggiungere valore al brand.
Il marketing sportivo è quindi una fonte cruciale di finanziamento per le società calcistiche, e la fidelizzazione del pubblico è essenziale per garantire ritorni economici. Tuttavia, il valore del brand è dinamico e può variare in base ai risultati sportivi.
Secondo il report “Football 50” di Brand Finance, nessuna squadra italiana compare nella top ten mondiale, ma marchi come SSC Napoli e FC Inter hanno registrato una crescita significativa del loro valore. L’analisi del marchio evidenzia la sua importanza come bene immateriale legato alla reputazione e al marketing, tema che sarà approfondito nel prossimo paragrafo.
Brand Napoli: terzo nel mercato italiano
Negli ultimi anni, la SSC Napoli ha compiuto significativi progressi nel branding grazie ai successi sportivi e all’era De Laurentiis, caratterizzata da vittorie e nuove sponsorizzazioni. L’apertura di account sui social in diverse lingue e la presenza su piattaforme come Dugout e Weibo hanno accresciuto la brand awareness. Secondo Brand Finance e uno studio di YouGov Sport, il Napoli si posiziona al terzo posto nel mercato italiano, superando club come Juventus e Inter.
Questa crescita è dovuta anche al bel gioco proposto dalla squadra, che ha attratto un pubblico giovane. Contratti di sponsorizzazione significativi, come quello con Amazon nel 2021, hanno ampliato la visibilità del brand.
Il Napoli emerge come un brand del bel gioco; Fournier (1988) definisce il brand come un “membro attivo” nelle relazioni con i consumatori. L’allenatore Maurizio Sarri ha elevato il Napoli nel 2018, creando una nuova filosofia di gioco, il “Sarrismo”, riconosciuto dalla Treccani. Spalletti poi, con la vittoria del terzo scudetto, ha alimentato un’euforia incredibile verso il Napoli, per certi versi croce e delizia degli ultimi tempi.
Identificarsi nel brand Napoli
Il tifoso è il protagonista del processo di identificazione con il club, motivato dalla passione e dalla storia. Maradona, simbolo della squadra, incarna valori profondi per i napoletani: la sua figura vive attraverso murales e celebrazioni che uniscono la comunità. A tal proposito, Basile (2013) evidenzia che l’identificazione con il brand crea un legame profondo tra i membri, infatti, dopo la morte di Maradona, nel novembre 2021, il Napoli ha omaggiato il giocatore con una maglia speciale, come fosse un santo.
Il brand Napoli evoca un riscatto sociale, con la figura di Maradona che continua a unire la città e mantenere viva la passione dei tifosi, difatto, contribuendo attivamente anche alla creazione di una pletora di appassionati in tutto il mondo. Accanto al simbolo quindi, il divo-santo Maradona vive e incarna una passione.
Il Napoli, nel corso della sua storia, ha affrontato molte sfide nel panorama calcistico italiano, originariamente dominato dalle squadre del Nord. Solo l’8% degli scudetti è stato vinto da squadre del Sud, e due dei tre titoli del Napoli sono legati a Diego Armando Maradona, che ha incarnato la lotta contro i pregiudizi verso il popolo napoletano. La sua frase iconica durante i mondiali a Napoli denunciò a tal proposito l’emarginazione dei napoletani.
Maradona è stato un simbolo incarnato per Napoli, rappresentando una rivalsa sociale per una città storicamente discriminata, eppure, il passaggio dal cavallo al ciuccio nello stemma del Napoli simboleggia un mutamento sociale e un eterno conflitto tra sacro e profano già presente nella sua biografia di società calcistica. Oggi, il Napoli è in crescita, e può ambire a una nuova affermazione nel calcio, rappresentando la rinascita di un sogno e la forza indomita della città.
Nicola Medio
Riferimenti
- Alabarces P., Diego Maradona: mito, héroe, símbolo de la subalternidad ,Eracle. Journal of Sport and Social Sciences, Vol. 4,2021.
- Barba,B.,Calciologia.Per un antropologia del football,Milano- Udine,Mimes Edizioni,2016.
- Basile,G.,Relazioni tra impresa e individuo-consumatore.Il ruolo sociale del brand ,Milano ,Franco Angeli.,2013.
- Bellinazzo M.,Goal Economy,Baldini & Castoldi,Milano,2015.
- Berger L. e Luckmann., La realtà come costruzione sociale,Bologna,Il Mulino,1969.
- Bifulco L.& Pirone, F., A tutto campo: Il Calcio da Una Prospettiva Sociologica, Guida,2014.
- Bromberger, C., Hayot, A., Mariottini, J.M. (1995). La match de football. Ethnologie d’une passion partisane à Marseille, Naples et Turín. Parigi: Éditions de la MSH.
- Cassirer,E., 1996. Filosofia delle forme simboliche, 3 Volumi. Firenze: La Nuova Italia. (1923 – 1929)
- Crespi.F.,Manuale di sociologia della cultura ,Bari, Laterza ,2002;
- Collins R., L’intelligenza sociologica.Un introduzione alla sociologia non- ovvia, S.Maria C.V,Ipermedium,2008.
- Durand G., le strutture antropologiche dell’immaginario.Introduzione all’archetipologia generale, Roma, Dedalo, 2013;
- Durkheim E.,La divisione del lavoro sociale,Einaudi,Torino,1999 Fabietti U.,Antropologia culturale.L’esperienza e l’interpretazione,Laterza,Roma-Bari,1999.
- Eliade M., Immagini e simbolo, saggi sul simbolismo magico religioso Milano,Jacabook,1952.
- Fabietti U,Remotti F.,Dizionario di antropologia. Etnologia, antropologia culturale, antropologia sociale,Zanichelli, Bologna,1997
- Fournier P, Saúl Millán y María Eugenia Olavarría Antropología y simbolismo, SEP, México,2007
- Fournier S.,Consumers and Their Brands: Developing Relationship Theory in consumer Research” Journal of Consumer Research, Vol.24.1988. (SCARICABILE QUI)
- Geertz C.,Interpretazioni di culture,Il Mulino,Bologna1987.
- Halbwachs M., La memoria collettiva,EdizioniUnicopli,milano,1997.
- Mattioli.F.,la sociologia visuale Acireale,Bonanno, 2015
- Ong W., Oralità e scrittura. Le tecnologie della parola, Bologna, il mulino, 1986;
- Person J.,L’asino,Marsilio Editore,Padova,2019.
- Seppilli A., Sacralità dell’acqua e sacrilegio dei ponti .Persistenza di simboli e dinamica culturale,Palermo, Sellerio,1977.
- Todorov T., Teorie del simbolo.Retorica, estetica, poetica, ermeneutica: i fatti simbolici nella storia del pensiero occidentale,Milano,Garzanti,2008
- Turner V, 2001a. Il processo rituale. Struttura e anti-struttura. Brescia: Morcelliana (1969)







































