Se vediamo la cittadinanza non come un inerte affiliazione ad un’etnia o ad uno Stato ma invece come una maniera propositiva di partecipazione alla vita sociale, possiamo dire senza ombra di dubbio che gli abitanti di uno slum ne sono privi.

Non avendo i documenti e una dimora valida per lo stato, gli abitanti degli slums rimangono fuori dalla distribuzione di cibo e di energia, e non possono neanche servirsi di cure sanitarie. Anche il fatto di avere un lavoro è difficile, perché richiede di sapere dove puoi essere rintracciato. Neanche le forze dell’ordine li considerano come d’altronde la protezione civile nel caso di allagamenti o di fuoriuscita delle fogne.

A volte succede che partiti politici in cambio di voti gli diano un minimo di sostegno ma ciò non li ripara dall’insicurezza di essere prima o poi sfollati.

Essi subiscono anche altre sconfitte, il fatto di abitare in una baracca rende difficili i loro rapporti sociali: non possono ricevere in modo dignitoso amici e parenti e ciò provoca un ulteriore allentamento dei legami sociali, e così delle possibilità di trovare lavoro e di contrarre matrimoni. Diventa chiaro a questo punto che il poter contare su una casa affidabile debba essere considerato un diritto umano inalienabile.

L’attivismo in India

In India, dove quello degli slums è un problema molto grave, è nata una rete di attivisti per il diritto ad un’abitazione dignitosa appoggiata anche da una ONG chiamata Sparc. Si è arrivati a smuovere donatori del luogo ed anche finanziatori transnazionali, e ad intrecciare progettualità con lo Stato. Per fare un esempio, si è cercato di rendere le comunità edotte sulle tecniche di costruzione edile.

Queste sinergie hanno evitato che costruttori, speculatori, agenzie immobiliari ed i vari governi potessero mettere le mani sugli slums spostandoli fuori dalle aree edificabili di valore notevole. Si voleva radere al suolo quella che è ormai un’intera città abusiva di un milione di abitanti, questo senza neanche un’alternativa seria per un reimpianto abitativo dei poveri.

Il marchio del rifiuto e dell’invisibilità sociale

Oggi Dharavi, così si chiama questo slum di Mumbai in India, ha una varietà di baracche, viuzze, luoghi per il tempo libero ed il culto, per il lavoro ed il gioco. Ma non bisogna dimenticare che storicamente è stata edificata su una palude riempita d’immondizia e di rifiuti compattati, che è il suolo sul quale i poveri camminano. Ed oggi è ancora senza elettricità, acqua, presidi per la sanità e per la sicurezza.

Dharavi è una di quelle città, come ce ne sono molte altre nel mondo (Manila, Lagos, Patayas, solo per citarne alcune) nelle quali l’immondizia o meglio la parte di essa che è in qualche modo recuperabile, viene usata per dare vita agli alloggi. Ed ovviamente tutto ciò causa problemi all’integrità fisica degli abitanti. Tuttavia, è ancora più doloroso per loro portare il marchio del rifiuto, dell’invisibilità sociale.

Slums: una questione mondiale

In molte società agli abitanti degli slums è stata attribuita una “nuda cittadinanza” ed abbiamo visto già che cosa significa. Sono raggruppabili per questa caratteristica, insieme ai rifugiati, ed ai prigionieri di guerra. Tra l’altro il fiorire di sgomberi e abbattimenti che hanno riguardato gli slums sono tantissimi, ciò ha creato in effetti un alto numero di rifugiati interni -che rimangono cioè all’interno del loro Paese-, e lontani dalle baraccopoli delle metropoli. Per quantificare il fenomeno i dati delle agenzie di statistica devono essere integrati con quelli degli enti umanitari. Oggi si calcola che nel mondo l’1,5% della popolazione è costituita da migranti interni e da coloro che superano i confini nazionali. Ciò per via, in larga parte, delle guerre civili o di sciagurati progetti di sviluppo.

I soggetti della questione

Questo dato dovrebbe tenere conto anche di coloro che finiscono in uno stato di schiavitù nell’orrido grembo delle tratte illegali di vario tipo. Tratte che si sviluppano proprio in conseguenza dell’allontanamento forzato dalle loro abitazioni e dalle loro famiglie.

Ne viene fuori un affresco in cui guerre, costruttori e agenzie immobiliari di multinazionali, governi corrotti, e norme sulle case carenti o malamente messe in pratica, hanno portato a questa situazione drammatica; si tratta di un fallimento radicale delle costituzioni e delle leggi di vari Paesi ed in generale dell’applicazione dei diritti umani.

La politica della speranza in India

Tornando specificamente in India, a Dharavi è germogliato un vero movimento sociale che ha unito più cose: censimenti posti in essere dalle comunità organizzate, proteste e cortei pubblici che hanno avuto visibilità benché non violente, ottima cooperazione tra le organizzazioni non governative e quelle comunitarie locali, ed anche un intreccio di intenti tra alcuni partiti politici. Tutto ciò è una forma di resistenza allo sgombro, alla commercializzazione delle terre e alla distruzione degli slums.

Tale movimento sociale ha reclamato la piena cittadinanza delle comunità degli slum, la sicurezza invece che l’instabilità abitativa e la dignità al posto dell’invisibilità. Ha coltivato così la capacità di avere desideri e speranza. Capacità partorita dalle contese e dalle trattative con lo Stato e le forze del mercato. Ci sono stati non solo dialoghi pubblici ma soprattutto la messa a fuoco di contratti che sanciscano la sicurezza, la stabilità di un abitare dignitoso. 

Una coda interminabile

Ma questa è soprattutto per gli attivisti una politica della pazienza: saper affrontare un tempo indeterminato di attesa, durante il quale devono essere varate le pianificazioni urbanistiche, i finanziatori devono pungolare l’immobilismo dei governi locali e centrali, e i costruttori devono mantenere le promesse.

E’ ovvio che le comunità e le singole famiglie si metteranno in coda e si prepareranno ad attendere per anni, a volte per decenni. Inoltre, continueranno a rivendicare i propri diritti affinché la coda continui a muoversi e la festa venga rispettata.

Fabio Rinaldi

Bibliografia

  • G. Agamben, Stato di eccezione: homo sacer
  • A. Appadurai, Modernità in polvere
  • A. Appadurai, Il futuro come fatto culturale