Le interviste a eminenti studiosi della scienza sociologica sono sempre un appuntamento particolare per sociologicamente.it: si cerca – per quel che si può – di far incontrare mondo accademico e appassionati di sociologia, che non necessariamente frequentano le aule universitarie. Per questa occasione si è voluto tornare a parlare di sociologia dell’immaginario, andando tuttavia a fare due chiacchiere con il prof. Pier Luca Marzo, docente presso il Dipartimento di Scienze cognitive, psicologiche, pedagogiche e degli studi culturali di Messina, dove insegna Sociologia della creatività o, per meglio dire, propone la creatività come metodo sociologico.

La Sociologia della creatività per capire il mondo di oggi

  • Come abbiamo avuto modo di chiarire con una precedente intervista al prof. Secondulfo, l’immaginario è una componente profonda della nostra esistenza. La creatività che nasce proprio dalla nostra capacità di immaginare, come va intesa sociologicamente? e come descriverebbe questa branca delle scienze sociali a chi si avvicina per la prima volta alle discipline sociologiche?

Pier Luca Marzo – “La capacità di immaginare è una parte fondamentale della creatività, ma non ne esprime per intero la dinamica. Nella maggior parte dei casi, l’immaginazione resta nel piano della speculazione, della contemplazione o del fantasticare. La creatività, invece, è un’immaginazione fattuale legata al produrre, al disvelare qualcosa di nuovo attraverso una determinata tecnica di oggettivazione sotto forma di artefatti, invenzioni, opere intellettuali, forme estetiche, pratiche comportamentali, ecc”.

“Fatta questa premessa, partiamo dalla prima domanda. È sufficiente richiamare il costruzionismo sociale per intendere la creatività in termini sociologici. Nelle relazioni della vita associata, la creatività individuale si incanala nei processi magmatici dell’immaginario da cui emerge la realtà storico-sociale. Da questo punto di vista, L’istituzione immaginaria della società di Castoriadis è sicuramente un saggio di riferimento. Per lui, l’elemento che dà alla funzionalità di ogni sistema di convivenza umana il suo orientamento, che sovra-determina la scelta e le connessioni dei reticoli simbolici, che sostanzia la vita materiale e spirituale di ogni cultura, la sua particolare istituzione politico-normativa e quant’altro, non è nient’altro che l’immaginario inteso nella sua accezione radicale, ovvero come la dimensione creativa del pensiero collettivo che produce e trasforma il mondo sui generis del sociale. Pertanto, lo studio della creatività sociale, per rispondere alla seconda domanda, lo collocherei nella prospettiva analitica della sociologia dell’immaginario”.

La Sociologia della creatività e il rapporto col metodo

  • La creatività appare, nel senso comune, lontana dal metodo scientifico, quasi un’esclusiva della pratica artistica. Come la creatività si pone nei confronti nei classici metodi?

P.L.M. – “Effettivamente è così. Il rapporto tra creatività e metodo è solitamente concepito come antagonistico o conflittuale: da un lato, l’intuizione creativa dell’artista; dall’altro, il rigore delle procedure metodologiche seguite dallo scienziato. Nella costruzione del sapere sociologico, quando si affinano i metodi e le tecniche statistiche, questa conflittualità appare nella sua forma forse più evidente. L’introduzione di metodi standardizzati di raccolta e di analisi dei dati è stata percepita da alcuni (Znaniecki, Mills, Nisbet, Gouldner, ad esempio) come riduzione della complessità analitica della disciplina. Questo potrebbe indurre l’idea che nel contesto delle tecniche qualitative ci sia una maggiore prossimità tra creatività e metodo. Non è così. Una volta applicati meccanicamente, i percorsi di ricerca qualitativi sono anch’essi una sorta di prefigurazione dei risultati, nel senso che predefiniscono ciò che è possibile osservare e dunque analizzare”.

“Come ci ricorda Marradi, la parola “metodo” ha origine dal prefisso greco met- con cui si indica “oltre, al di là” e dal sostantivo hodós col significato di “strada”. Il methodós, pertanto, è riferibile a ciascun percorso orientato ad ampliare la conoscenza attraverso una riflessione metodologica aperta, inoltre, alla possibilità di innovare le tecniche di raccolta dei dati.”

Alla luce di queste considerazioni, la dicotomia creatività/metodo comincia a rivelarsi fuorviante, mal posta e tutto sommato non necessaria: l’ideazione creativa deve seguire sempre un determinato metodo (costruttivo, scientifico, artistico) per potersi sostanziare in un prodotto originale; il metodo, a sua volta, è in virtù di un’immagine creativa che può interrompere la sua processualità circolare, controllata, sequenziale e predefinita per tracciare un nuovo percorso conoscitivo”.

La Creatività nella vita quotidiana

  • Quanto e in che modo, invece, la creatività gioca un ruolo attivo nella nostra vita quotidiana?

P.L.M. – “Vygotskij, in più punti del saggio Immaginazione e creatività nell’età infantile, insiste sul fatto che la creatività è parte integrante del nostro funzionamento mentale demitizzandola, quindi, da quell’aura di misticismo che avvolge la vita del genio. Ragion per cui, non esiste donna o uomo che non pratichi la creatività nelle tattiche della vita quotidiane.

Secondo le analisi pioneristiche di de Certeau, le tattiche operano negli interstizi dell’ordine sociale, nelle zone d’ombra dove non penetra lo sguardo panottico del controllo sociale; ma anche nel modo in cui l’individuo abita il proprio quartiere, nelle movenze del suo corpo, nella riappropriazione della lingua parlata, nelle metamorfosi dei significati incontrati nel silenzioso mondo della lettura, e persino nelle pratiche gastronomiche con le quali trasforma la natura in cibo. Il quotidiano, dunque, non è solo la sede delle routine che reiterano il senso comune e le visioni stereotipate del mondo ma è, al contempo, un luogo privilegiato in cui poter osservare i diversi piani della creatività sociale che trasformano, uno giorno dopo l’altro, la realtà sociale”.  

Crisi creativa della sociologia

  • Cosa si intende per crisi creativa della sociologia?

P.L.M. – “La crisi della sociologia è diventata essa stessa un tema del dibattito sociologico che ha visto coinvolti, per fare qualche nome, Mongardini, Magatti, Boudon, Turner e Cole. Pur se da punti di vista diversi, ciascuno di loro riconduce la crisi del pensiero sociologico alla mancanza di una visione paradigmatica condivisa del mondo sociale. Pertanto, la comunità sociologica si troverebbe dispersa in uno stato di indeterminazione paradigmatica, da cui deriva la sua incapacità di integrarsi attorno ad un corpus teorico condiviso, a delle problematiche conoscitive specifiche, all’uso di metodi condivisi per risolvere queste problematiche, all’accettazione di criteri di valutazione standardizzati della produzione scientifica dei suoi membri. E così, Il sociologo si trova ad essere incastrato come l’Angelo della Storia evocato da Benjamin tra passato e futuro, tra l’impossibilità di attingere da paradigmi consolidati dalla sua tradizione scientifica e la complessità crescente del mondo contemporaneo che cerca di comprendere”. 

“In questo scenario di crisi, il tipo ideale dell’Homo sociologicus sembra essere quello di un operaio specializzato della conoscenza sempre più abile a manovrare la macchina metodologica, ma anche sempre più estraneo alle grandi questioni che hanno strutturato la sua disciplina: cosa è la società? da cosa è composta? cosa la ordina? quale influsso esercita nella vita degli individui? cosa ne determina il mutamento? Insomma, il vuoto paradigmatico è stato riempito dai protocolli tecnici della ricerca che tendono a mettere ai margini l’immaginazione sociologica”.

Sociologia della creatività come soluzione alla crisi

  • Quali potrebbero essere i passi per risolvere la crisi sociologica e realizzare un “rinascimento sociologico”?

P.L.M. – “I momenti di crisi, di stallo e di peggioramento spesso fanno da incubatori alla formazione di nuove matrici concettuali. E dunque, anche la crisi della sociologia può evolvere positivamente verso direzioni molteplici e imprevedibili”.

“Una di queste possibili direzioni potrebbe essere quella di ricomporre il rapporto tra arte e scienza, una relazione che ancora nel Rinascimento era profondamente intrecciata. È in tal senso che parlo nel mio saggio di ‘Rinascimento sociologico’, riprendendo quanto scrive Nisbet in Sociology as an art form. La sua tesi è che Tocqueville, Weber, Simmel, Tönnies e Durkheim abbiamo creato dei paesaggi sociologici della vita moderna attingendo a immagini intuitive intrise di contenuti affini a quelli elaborati dagli scrittori e degli artisti del loro tempo”. “

Come ribadisce più volte nel saggio, Nisbet non vuole dimostrare che la sociologia non sia una scienza, ma solo che essa amplia la conoscenza dei fenomeni sociali quando condivide con l’arte i processi di sintesi del pensiero creativo: la metafora, l’analogia, l’intuizione, immagini evocative, allegorie. Infondo, con Rinascimento sociologico, intendo la possibilità di riprendere l’attitudine dei padri fondatori della nostra disciplina a fare della sociologia un’arte della rappresentazione scientifica dei fatti sociali”.

La creatività come metodo sociologico

  • Come la creatività diventa un metodo in sociologia?

P.L.M. – “In realtà non c’è un ‘come’. Codificare le regole del metodo creativo sarebbe un paradosso. Nel mio saggio, mi sono limitato a dare delle indicazioni ricavate dalla comparazione tra le modalità di analisi seguite da Baudelaire e poi da Simmel per cogliere la modernità. Da questa comparazione, ho cercato di evidenziare come il pensiero creativo possa esprimersi a livello epistemologico, nelle tecniche della ricerca empirica e nella scrittura scientifica”.

Nel piano epistemologico, la creatività può operare come un metodo di interconnessione tra le scienze, sempre più separate dal processo di specializzazione del sapere, al fine di irretire i fenomeni collettivi in una cornice analitica più unitaria e profonda. È questo nomadismo tra i confini disciplinari dell’economia politica, della scienza della moneta, della filosofia, della psicologia sociale, che ha permesso a Simmel di cogliere nel denaro la monade simbolico-immaginativa della modernità”.

Georg Simmel
Georg Simmel

“A partire da questa prima indicazione ne suggerisco un’altra: quella dell’estetica sociologica simmeliana. Simmel fa dell’estetica uno strumento di indagine degli aspetti sensoriali della vita associata e delle forme in cui essa si estroflette: forme relazionali, istituzionali, oggettuali, urbane, artistiche, scientifiche, tecnologiche, economiche. Per lui, in ultima istanza, la società è un’opera d’arte prodotta dal processo di sociazione prodotta dal processo di sociazione in stili che variano in funzione dei nuclei simbolico-spirituali delle epoche e delle culture.  La creatività, attraverso l’estetica sociologica, può essere un metodo di osservazione dell’ordine morfologico in cui si manifesta e differenza la dimensione profonda dell’immaginario sociale”.

Il processo creativo della scrittura scientifica

“Infine, mi sono soffermato sul processo creativo della scrittura scientifica. Come ha sottolineato Clifford, i resoconti della ricerca non sono mai delle fotografie neutre della realtà sociale poiché, quando si scrive delle culture, intervengono i procedimenti tipici del linguaggio metaforico sul piano del contenuto (quel che si racconta sul fenomeno indagato) e della forma (il modo di costruire il testo). La metafora non è un semplice stratagemma retorico ma, come ci dice Ricoeur, è una forma del pensiero creativo che ha il potere di illuminare aspetti del reale invisibili al ragionamento sillogistico. D’altronde, la letteratura delle scienze sociali è costellata da metafore che hanno arricchito e ampliato la conoscenza della vita associata; ne citiamo qualcuna a titolo di esempio: ‘la coscienza collettiva’, ‘il disincantamento del mondo’, ‘la gabbia d’acciaio’, ‘la spiritualizzazione del denaro’, ‘la ‘società panoptica’, ‘la modernità liquida’, ecc”.

“E dunque, nel mettere in dialogo le scienze, nel dare profondità all’osservazione empirica, nel ricomporre i dati della ricerca in rappresentazioni metaforiche, la creatività può offrire alla sociologia un méthodos conoscitivo orientato a comprendere, tra arte e scienza, qualcosa di nuovo dalla realtà enigmatica, poietica, complessa e mutevole del sociale”.

Come fare ricerca attraverso la prospettiva della sociologia della creatività

  • Rivolgendosi a delle potenziali studentesse e studenti, quali potrebbero essere, secondo lei, delle interessanti ricerche da fare nell’ambito di sociologia della creatività, del mutamento e dell’immaginario? Soprattutto, che tecniche di indagine consiglierebbe?

P.L.M. – “La creatività sociologica non è un ulteriore campo della ricerca, ma è una prospettiva di ricerca aperta alla possibilità di trasformare le teorie e i metodi della ricerca in relazione all’oggetto di studio prescelto. Questa prospettiva diventa ancora più preziosa visto che viviamo sempre più immersi in un mondo tecnomagico, come lo chiama il mio amico Vincenzo Susca, che ha fatto saltare in aria le concezioni novecentesche sulla distinzione tra contenuto manifesto e contenuto onirico, tra materialità e immaterialità, tra razionalità e irrazionalità. In questo contesto, uno dei possibili ambiti di interessi della creatività sociologica potrebbe essere quella di elaborare dei modelli interpretativi delle matrici immaginative della coscienza connettiva del Web, della logica algoritmica dell’intelligenza artificiale e della colonizzazione neoliberale della sfera cognitivo-emozionale che, un giorno dopo l’altro, stanno ricostruendo un nuovo modello di umanità”.

Un’esperienza di ricerca a Messina

“Sull’ultima domanda, rispondo, per essere il più concreto possibile, attraverso un’esperienza di ricerca condotta insieme ad un’equipe di amici e colleghi (Milena Meo, Licia Lipari, Antonio Tramontana). La condivisione dell’immaginazione sociologica ci ha permesso di formulare un’ipotesi: lo spazio urbano può essere concepito come una mente estesa, composta da luoghi immaginativi in grado di influenzare la percezione, le tonalità emotive, i significati e l’agire dei suoi abitanti. Da qui l’idea di chiamare il progetto Mental Urban Mapping“.

“Messina, la nostra città di residenza, è stato il nostro campo di ricerca. Per verificare la nostra ipotesi, ci siamo focalizzati sul tema della paura urbana chiedendoci quali potessero essere gli indicatori per poterla analizzare. Una volta individuati gli indicatori abbiamo optato, essendo senza finanziamenti, per quelli che ci permettevano di raccogliere dati statistici messi a disposizione dall’amministrazione comunale e dagli open data raccolti dalla sensoristica diffusa in città: l’illuminazione urbana, la distribuzione della popolazione straniera in città, gli edifici pubblici in disuso, le emissioni sonore del traffico viario”.

Raccolta dati e geolocalizzazione

“Raccolti i dati, li abbiamo geolocalizzati in modo da ottenere una prima visione cartografia dell’immaginario urbano della paura. In questa fase abbiamo dunque utilizzato delle tecniche di ricerca quantitative. In un secondo momento, abbiamo creato un indicatore qualitativo finalizzato a restituirci l’esperienza soggettiva della paura in città. Lo abbiamo denominato Human sensor. L’indicatore prevedeva un questionario on line anonimo somministrato a un centinaio di studenti universitari, in cui chiedevamo di allegare 5 foto scattate dai loro smartphone rappresentative per loro dei luoghi della paura, e di inserire 5 parole chiave per ciascuna immagine”.

Abbiamo geolocalizzato sia le fotografie che le parole in modo da ottenere una mappa visuale e semantica della paura. Infine, abbiamo sovrapposto le diverse mappe quali-quantitative. Dalla sovrapposizione è emerso che la nostra ipotesi era plausibile. Effettivamente l’immaginario urbano della paura non coincideva con i quartieri ritenuti più pericolosi, come ci sarebbe potuto aspettare, ma convergeva su alcuni elementi presenti in tutta la pianta urbana di Messina: le barriere urbane (soprattutto le cancellate istallate per isolare la zona del porto), le scalinate di collegamento tra i diversi livelli della città, i parcheggi pubblici e la linea tranviaria”.

Human sensor

“Attualmente sono impegnato a trovare dei finanziamenti per affinare lo Human sensor attraverso la creazione di una app scaricabile sui dispositivi mobili. Questo permetterebbe di rilevare dati più complessi, di ricavarli da un campione più numeroso della popolazione e, soprattutto, di elaborare una cartografia georeferenziata di altri centri di rotazione dell’immaginario urbano attorno, ad esempio, al consumo, alla memoria collettiva, alla movida, all’attività politico-amministrativa, ecc”.

Spero che con questo caso studio sia riuscito a rispondere, se pur indirettamente, su come la creatività sociologica possa essere una metodologia orientata da tecniche della ricerca sia quantitative che qualitative“. 

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