Andiamo a picchiare i neri” (Pomigliano, Napoli). “‘A negri, qua non ce potete sta’, se non ve n’annate so’ affari vostra!” (Tarquinia, Viterbo). “Non mi faccio visitare da un negro!” (Cantù, Como). “Gas per i negri” (Isola del Gran Sasso, Teramo). “Non possiamo smettere finché voi negri siete qui!” (Pavia). “Sporco negro, odio i negri!” (Riccione, Rimini). Sono tutte frasi pronunciate nel giro di una manciata di giorni dopo la dichiarazione dello scorso gennaio di Attilio Fontana (Lega Nord), attuale Governatore della Regione Lombardia, a margine di un evento a Briosco, in provincia di Monza e Brianza: “Dobbiamo decidere se la nostra etnia, se la nostra razza bianca, se la nostra società deve continuare a esistere o se deve essere cancellata“. Non è assolutamente un caso, quindi, che i movimenti di estrema destra, nel nostro paese, siano in costante aumento. Tra le attuali sigle, si annoverano: CasaPound, Forza Nuova (nazionali), Veneto Fronte Skinheads, Do.Ra. e Fortezza Europa (Veneto), Lealtà e Azione, Skin4Skin, Hammerskin, Generazione Identitaria e Manipolo d’Avanguardia (Lombardia), Avanguardia Nazionale, Rivolta Nazionale e Militia (Roma). Cosa sta succedendo a noi italiani? Non eravamo mica “Italiani brava gente“, come ha detto in un’intervista, successivamente strumentalizzata, l’attrice polacca Kasia Smutniak?

Abbiamo quindi rivolto delle precise domande, in esclusiva per Sociologicamente, a Luca Massidda, PhD in Comunicazione e nuove tecnologie ed insegnante di Sociologia dei fenomeni politici e Sociologia della sicurezza sociale e della devianza presso l’Università degli Studi della Tuscia. Il suo ultimo libro, Post Politica. Morfologia di una campagna elettorale social, è stato pubblicato nel 2019 da FrancoAngeli. Si tratta, quindi, di uno dei massimi esperti del settore.

Manifestazione di CasaPound

La nostra società, è una società razzista?
Certamente la nostra è una società che si sta riscoprendo ancora una volta fortemente xenofoba. In questo ripetersi della storia ci saremmo invece potuti aspettare una discontinuità. Quella del 2007 è la prima crisi che si apre in un mondo che, come abbiamo detto prima, sembrava aver definitivamente sancito la non legittimità sociale e politica della discriminazione razziale. Almeno a livello formale. L’elezione alla presidenza degli Stati Uniti di Obama, la quale aveva da poco compiuto due anni il giorno che Martin Luther King raccontò alla folla di Washington il suo sogno di uguaglianza, sembrava poterne essere la consacrazione. Nella società. Nella politica. Nell’immaginario. Eppure, ancora una volta, la risposta all’insicurezza sociale e ai fallimenti della globalizzazione è stata quella dell’assicurazione nazionalista. Chiudere le frontiere, proteggere i confini, alzare i muri. La svolta sovranista-populista del XXI secolo, ha nuovamente preso la scorciatoia della xenofobia per provare a scaricare le proprie tensioni. Non solo l’affermazione del sistema di valori-post-materiali, messo alla prova dall’ennesima crisi strutturale dell’economia globale, non ha fatto da argine alla ricomposizione della coppia nazionalismo/xenofobia, piuttosto, è proprio intorno al rifiuto di quell’universo valoriale e della cultura politica che lo ha sostenuto che si è organizzata la nuova offensiva reazionaria dei populismi etnocentrici del XXI secolo. Il racconto dell’immigrazione come emergenza sociale, una costruzione narrativa che in maniera preoccupante è tracimata dalle retoriche populiste al discorso pubblico, politico e mainstream, è così diventato il principale argomento per mettere complessivamente in discussione un intero sistema di valori. Di questo incivile revisionismo culturale, l’immigrato è la prima vittima, ma rischia di non essere la sola“.

Il presidente americano Donald Trump

Per quale motivo, quando si commemorano le vittime dei campi di concentramento e delle foibe, si manifesta una recrudescenza del vento razzista in tutto il mondo?
Il tema delle foibe usato come argomento retorico revisionista non è di certo nuovo. L’aspetto oggi problematico, ancora una volta, è però il livello di diffusione e il grado di legittimità su cui può contare questa posizione. Una posizione che non mira tanto a normalizzare il fascismo, quanto piuttosto – per certi aspetti, è forse più preoccupante come dinamica – a disconoscere l’anti-fascismo come eredità storica fondamentale per la costruzione e la definizione della nostra identità politica nazionale. L’anti-fascismo è diventato addirittura un disvalore: chi ne rivendica l’eredità diventa bersaglio di derisione politica, ‘preso in giro’ dagli imbonitori populisti per la sua incapacità di svincolarsi da una prospettiva ideologica che non sarebbe più di alcuna utilità per leggere il tempo presente, i suoi problemi e i suoi conflitti. L’anti-fascismo viene individuato quindi come una categoria politica vuota, la maschera che l’ipocrisia del buonismo e del politicamente corretto indossano per provare a darsi una dignità storica. Così, potenzialmente, finisce dentro il tritarifiuti della retorica populista, insieme agli altri principi e diritti, sociali e civili, faticosamente riconosciuti nella svolta post-materialista della tarda modernità“.

Leggi la prima parte dell’intervista.
Leggi la seconda parte dell’intervista.

Giulia Marra & Marino D’Amore

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