James Samuel Coleman (Bedford, 12 maggio 1926 – Chicago, 25 marzo 1995) è stato un sociologo statunitense. Si è occupato prevalentemente di sociologia dell’educazione e dello studio delle politiche pubbliche. Ha definito ed utilizzato, fra i primi, il concetto di capitale sociale e la teoria della scelta razionale. Quest’ultima concezione, ampiamente trattata in “Fondamenti di teoria sociale (pubblicato per la prima volta nel 1990), si basa sull’idea che diverse azioni (o, in alcuni casi, diversi beni) abbiano una particolare utilità per l’individuo ed è accompagnata dal principio secondo cui l’attore sociale tenderebbe a scegliere l’azione che ne massimizzerà i benefici rispetto ad una determinato scopo.

James Coleman: le radici dell'altruismo

Coleman, sulla base di tale teoria, ha cercato di spiegare il meccanismo dell’internalizzazione, ovvero l’adozione, spesso su basi inconsapevoli, da parte di un individuo, di aspetti del comportamento propri di un altro individuo. Ciò gli permetterebbe di comprendere ed approvare le scelte dell’altro fino a condividerne, almeno in parte, l’atteggiamento. In psicologia e psicanalisi, l’internalizzazione è sinonimo di interiorizzazione e di introiezione. Il concetto, introdotto dal neurologo, psicoanalista e filosofo austriaco, Sigmund Schlomo Freud (Freiberg, 6 maggio 1856 – Londra, 23 settembre 1939), per spiegare la formazione del Super-Io, è stato poi impiegato anche in psicologia evolutiva e in psicologia sociale, rispettivamente, nella spiegazione dello sviluppo del giudizio morale e nell’ambito dell’apprendimento sociale, a indicare quel processo per cui il controllo si sposta dagli stimoli esterni a strutture cognitive e affettive.

Menù Interno

La scelta razionale e la condotta altruistica: realisti o pessimisti?

L’Autore ha definito l’individuo come dotato di due componenti del sé: il sé-oggetto (della soddisfazione edonistica) e il sé-attivo (che si adopera per recare soddisfazione al sé-oggetto). Il sé-oggetto viene inoltre definito come “ricettore” (ha la funzione di cogliere i segnali provenienti dall’ambiente) e il sé-attivo come “operatore” (usando le informazioni del ricettore, agisce nell’ambiente). La separazione concettuale in questione suggerisce che vi debba essere una certa connessione tra i due elementi: “gli interessi”. Per il sé-oggetto infatti, indicano il livello di soddisfazione associato agli sviluppi di determinati eventi o al controllo di determinate risorse. Per il sé-attivo, rappresentano invece la quantità relativa di risorse che sarà dedicata all’ottenimento del controllo sull’evento: sono le forze che spingono l’individuo all’azione.

James Coleman: le radici dell'altruismo

Questa doppia caratterizzazione degli interessi, è resa possibile dal principio della scelta razionale che definisce la razionalità come la massimizzazione dell’utilità strumentale. Nella condotta altruistica, in particolare, il sé-oggetto trova soddisfazione nel fatto che il sé-attivo si interessi ad un’altra persona (gli interessi del sé-attivo sono diventati anche gli interessi del sé-oggetto). In questo modo, l’individuo persegue il proprio obiettivo di ampliare le possibilità di soddisfazione edonistica. L’altruismo è di conseguenza, secondo la teoria di James Coleman, solo una derivazione della razionalità strumentale. Il rapporto dell’attore sociale con gli altri attori è in realtà piuttosto semplice e lineare: sta solo nel suo interesse per le risorse e/o nel suo controllo di eventi a cui altri attori sono interessati. Ad ognuno di noi sarà più volte capitato, davanti ad un gesto altruistico, domandare in tutta franchezza all’interessato: “Perché lo fai?” considerandone magari i sacrifici e/o le risorse (denaro, tempo ed energie) messe a disposizione per la causa in questione. La risposta potrebbe quindi non essere positiva, se si assumono le prospettive sopra indicate.

La scelta razionale ci impone di essere solidali

Il tentativo di massimizzare l’utilità, certamente può non riuscire appieno in qualunque tipo di situazione: vi sono dei limiti fattuali in cui è possibile incorrere in qualunque momento senza riuscire a prevederne i rischi. Soprattutto nelle situazioni strategiche complesse, le quali implicano un doppio condizionamento delle azioni, si assume che la razionalità sia di fatto limitata (e in alcune di queste situazioni, in cui la strategia degli attori non è ben nota, si può mettere in discussione anche la definizione di razionalità piena). Ma, in che modo l’internalizzazione spinge la persona che si identifica con un’altra a farlo? Quali sono i vincoli che limitano questo processo?

James Coleman: le radici dell'altruismo

Come si è precedente avuto modo di appurare, l’espansione del sé-oggetto può avere luogo perché ci si aspetta di ricavarne dei vantaggi. Si supponga ora che l’azione di qualcuno, compiuta per proprio vantaggio o per qualche altra ragione, vada anche a rivelarsi proficua per un altro attore. In alcuni casi, l’azione di qualcuno a vantaggio di qualcun altro crea dei benefici tangibili, più o meno volontariamente, anche alla persona che la compie. In questi casi, dalle proprie azioni, si può avere accesso a risorse supplementari, se si incorporano fra i propri gli interessi dell’altro. Il processo di internalizzazione, o di identificazione, per quanto complesso possa sembrare, rivaluta la strumentalità dell’altruismo e quindi porta ad una conclusione semplice quanto lineare: fare del bene, è sempre un bene per tutti.

Giulia Marra

Print Friendly, PDF & Email
Giulia Marra

Laureata in Scienze per l’Investigazione e la Sicurezza a Perugia, attualmente frequento il corso di Laurea Magistrale in Sociologia alla Bicocca di Milano. Prediligo i temi che riguardano la fenomenologia e la devianza.