Jean-Francois Lyotard studiò lettere e filosofia alla Sorbona. Dopo la laurea insegnò per alcuni anni materie filosofiche nelle scuole francesi e algerine. Negli anni Cinquanta fu politicamente impegnato nei movimenti di estrema sinistra, schierandosi apertamente con gli indipendentisti algerini nel periodo della decolonizzazione (1954-62). Negli anni Settanta iniziò a lavorare come professore di filosofia, prima alla Sorbona, poi in vari paesi del mondo. Morì di leucemia nel 1998.

La nascita del pensiero postmoderno

L’idea per cui si produce la conoscenza allo scopo di venderla compare ne “La condizione postmoderna: rapporto sul sapere“, il libro di Lyotard scritto originariamente per il Consiglio accademico dell’università del Quebec (Canada). Il fatto che il titolo riporti il termine “postmoderno” è assai rivelatore. Certo, non era stato lui a coniare la parola, di cui si servivano i critici d’arte fin dal 1870, tuttavia, il suo libro ne ampliò lo spettro e contribuì a divulgarla. Si dice che l’uso di quel termine nel titolo abbia segnato l’inizio del pensiero postmoderno. Da allora si usa il concetto di postmodernismo in talmente tanti modi che sembra ormai arduo sapere cosa significhi, ma la definizione di Lyotard è perfettamente chiara per lui: è sostanzialmente “l’incredulità per le meta narrazioni“. Queste sarebbero storie onnicomprensive con cui si tenta di riassumere l’intera storia umana, il tentativo di far rientrare tutto lo scibile in un unico quadro di riferimento. Il marxismo (la teoria che la storia possa essere spiegata come una serie di lotte di classe) è un tipico di esempio di meta narrazione. Un altro esempio potrebbe essere la spiegazione del progresso umano verso una giustizia sociale e una conoscenza sempre più perfette, grazie per lo più alla maggiore comprensione scientifica dei fatti.

Il sapere esternalizzato

L’incredulità per queste spiegazioni metanarrative porta con sé un nuovo scetticismo. Lyotard sosteneva che ciò dipende dal mutamento del modo di rapportarsi con la conoscenza a partire dal secondo dopoguerra e degli enormi cambiamenti tecnologici che ne sono conseguiti. I computer hanno trasformato radicalmente i nostri atteggiamenti, il sapere è diventato informazione accumulabile nei database, a cui si può facilmente accedere, specialmente per gli acquisti e la vendita. Questa è per Lyotard la mercantilizzazione della conoscenza. Le implicazioni sono di vario tipo. In primo luogo, la conoscenza si sta esternalizzando, rilevava il filosofo francese. Non è più una cosa che concorra allo sviluppo mentale o capace di trasformarci internamente. Inoltre, essa si sta disgiungendo dalla verità. Non la si giudica più in base a ciò che è vero, ma nella misura in cui serve a determinati scopi. Quando smettiamo di porci la domanda “la conoscenza è vera?” e cominciamo a chiederci “come può essere venduta?”, diventa una merce. Lyotard era preoccupato del fatto che, una volta accaduto questo, le multinazionali e le aziende private si sarebbero adoperate per controllare il flusso delle conoscenze, decidendo chi potesse accedere alle branche del sapere e quando farlo.

Gianni Broggi

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