“Tu sei bello e ti tirano le pietre, tu sei brutto e ti tirano le pietre!”

Così cantavano Antoine e Gian Pieretti nel lontano 1967. La ricerca della bellezza e la contrapposizione brutto/bello vanno di pari passo inseriti in un circolo vizioso. La bellezza è un concetto in continuo mutamento, in quanto i canoni variano a seconda dei diversi momenti storici e socio-culturali. Lo stesso si può dire per la bruttezza. Brutto è associato all’ambito dello spiacevole e del negativo, così per contrastarlo, già i nostri antenati utilizzavano trucchi per apparire al meglio. Nell’antica Roma, venivano preparate tinture per capelli con ingredienti naturali, mentre gli egiziani si avvalevano di una sorta di carboncino nero con cui disegnare il contorno degli occhi. Sia uomini che donne. Come non ricordare lo sguardo magnetico di Cleopatra nelle raffigurazioni e successivamente proposto nei colossal movies. La bellezza è collegata alla cura del corpo e delle parti che lo costituiscono. La relazione strategica tra corpo e società permette al corpo stesso il passaggio da oggetto di natura ad oggetto di cultura, quindi esso è socialmente costruito (Stella, 2001), o meglio, è un dato organizzato socialmente (Sassatelli, 2005), influenzabile da vari fattori. Il corpo come categoria sociologica è la struttura che permette di agire, unendo la storia personale del soggetto all’incidenza dell’elemento sociale (Lombardi 2005; 2008).

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Alla ricerca della bellezza

Quotidianamente donne di tutti i paesi ricorrono a cosmetici, tinture, botox, lampade abbronzanti, interventi per apparire piacenti, in ordine, o più semplicemente, seguono diete per guardarsi soddisfatte allo specchio. La filosofa statunitense Susan Bordo (1993) ha definito l’anoressia un fenomeno sociale e un disagio culturale: fortunatamente sempre più spazio è stato conquistato dalle cosiddette donne curvy (nella pratica, chi indossa dalla taglia 44 in avanti), rafforzando positivamente l’immagine delle formose. Ci hanno pensato Beyoncé e Jennifer Lopez a sdoganare globalmente i prominenti lati B come qualità e non come difetto fisico da migliorare. Tra magrissime e mediterranee, dove si collocano le donne “normali”? Troppe etichette per definire le forme che ancora nel 2018 si trovano al centro di conflitti, condizionamenti, desideri autentici ed indotti dalle mode del momento. In questo scenario, interviene la medicalizzazione della bellezza proponendo un’idea stereotipata: un’omologazione di ciò che è attraente sostenuta dai sempre più fiorenti ricorsi agli interventi chirurgici estetici. Ben venga il miglioramento del proprio aspetto, ma quanto un intervento dipende dalla propria visione di piacevole e quanto dai condizionamenti socio-culturali e mediatici? Secondo l’ISAPS, International Society of Aestetich Plastic Surgery, nel 2016, l’Italia è rientrata nella top-five per il numero di procedure cosmetiche, classificandosi al quarto posto dopo Usa, Brasile e Giappone: un totale di 957.814 interventi. L’espressione “procedure cosmetiche” comprende interventi plastici (tra cui mastoplastica additiva, liposuzione, blefaroplastica, addominoplastica, rinoplastica) e procedure estetiche non chirurgiche (ad esempio: uso tossina botulinica, acido ialuronico, epilazione laser). Le differenze di genere si affacciano anche in questo ambito: nel mondo, su un totale di circa 23 milioni di procedure estetiche, l’86,2% delle richieste sono femminili (ISAPS, 2017).

Che fine ha fatto l’unicità?

Una piccola parentesi per quanto concerne l’abbellimento virtuale: esistono numerose applicazioni in grado di modificare immagini, snellendo, arrotondando, camuffando supposte imperfezioni di viso e corpo. Il tutto per un uso social. Ancora una volta, gli ambiti del reale e del virtuale si contaminano. In sintesi, la ricerca della bellezza può essere interpretata in tre modalità (Russo, 2015):

1) una strategia per colonizzare il corpo della donna;
2) una manifestazione di autodeterminazione in base ad una visione soggettiva;
3) un’espressione di una scelta motivata da disagio.

Il mito della bellezza esercita ancora influenza sull’universo femminile come se questa prerogativa fosse in grado di aprire porte sociali che, altrimenti, rimarrebbero chiuse per persone insignificanti e bruttine (Morgan, 1991): il corpo appare una materia da plasmare e riplasmare per evitare insuccesso e fallimento (Zanardo, 2010). Allora il ricorso a stratagemmi per abbellirsi, superando o meno il limite dell’eccesso, è un palliativo che probabilmente cela altro. Chissà se tornerà mai di moda il senso dell’unicità. Pregi e difetti compresi.

Arianna Caccia

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