Lavoro e le sue forme di espressione e di produzione. Trattato con il contributo del filosofo appartenente alla scuola di Francoforte, il lavoro si presta all’analisi di tipo socio-filosofico considerandolo come aspetto essenziale della vita umana intesa come attività dinamica. Per questa ragione, la lettura di Herbert Marcuse ci può aiutare in questa operazione di scomposizione particellare del concetto di “lavoro”, connettendolo con il più ampio concetto di “produzione culturale”.

Il rapporto Freud-Marcuse

Prima di addentraci nella critica a Marcuse, dovremo prima fare riferimento alla teoria psicoanalitica di Sigmund Freud e ad alcuni concetti che saranno ripresi poi da Marcuse e revisionati dal filosofo di Francoforte in modo critico. Marcuse nell’opera “Eros e civiltà” (1955), opera una critica più o meno serrata nei confronti di Freud e del freudismo, il quale aveva considerato il principio di realtà e allo stesso modo il principio di piacere come parti integranti dell’essenza dell’uomo. Essi erano naturalizzati nell’ordine delle cose, insomma; tanto da giustificare l’opera di repressione del Super-io nei confronti delle istanze psichiche inferiori come l’Es, ossia la parte dell’inconscio più profonda della psiche che deve essere repressa nel suo “ribollire” verso l’esterno. Per quanto riguarda il principio di piacere, esso riguarda la tendenza nell’uomo a cercare il piacere, e l’istanza psichica corrispondente è l’Es; il principio di realtà, invece, è tutto ciò che concerne la realtà esterna, le sue norme, le sue regole da interiorizzare tramite il Super-io, che è l’istanza corrispondente al principio di realtà. Dunque, fatta questa precisazione sui questi concetti base, possiamo affrontare Marcuse e la problematica del lavoro nella società moderna industrializzata.

Il lavoro come gioco

Innanzitutto, per comprendere il pensiero del filosofo e sociologo francofortese, occorre dire che la concezione che egli assume del lavoro è di tipo estetico, ovvero che il rapporto uomo-lavoro nella sua visione ideale della società dovrebbe presentarsi come “riconciliazione (unione) erotica dell’uomo e della natura nell’atteggiamento estetico, dove l’ordine è bellezza, il lavoro è gioco”. Dunque, Marcuse prospetta una società dove nel lavoro l’uomo riesca a esprimere tutte le sue potenzialità in modo creativo e combinatorio in modo che il modello della realizzazione dell’uomo, fondato non più sul principio di prestazione ma su quello della liberazione delle forze libidiche interiori, porti con sé un rinnovamento e una riforma delle condizioni di lavoro a cui sono sottoposti i lavoratori nella società industriale avanzata, dove Marcuse pensa la nuova forma di società come un nuovo stato di innocenza da cui emanciparsi. In questo contesto appare chiaro come il suo pensiero sia orientato prevalentemente alla ricerca della felicità e nella rivalutazione di una rinnovata qualità della vita, in modo da costituire al tempo stesso un progetto di riforma politica della società. Il suo intento appare dunque un intento politico con caratteri di stampo progressista. È nel progresso, infatti, tra un modello di società a un’altra, che si configura la realizzazione dei progetti ideali degli uomini.

Piacere o dovere: il dilemma etico

Siccome il titolo illustra una sintesi ideale tra queste due linee di principio – piacere e dovere – ora proveremo a costituire questa sintesi sulla base del metodo dialettico hegeliano di cui ci serviremo, in modo tale da avere una concezione del lavoro che tenga conto di entrambi gli aspetti della realtà: interna all’individuo, quella relativa all’esigenza di felicità; ed esterna ad esso, relativa all’esigenza di regolazione dei rapporti umani del sistema sociale. La tesi di fondo di Freud è che le due istanze psichiche sopra citate non possano coesistere disordinatamente, e il Super-io deve reprimere l’Es per garantire la tutela dell’equilibrio sociale nel teso rapporto individuo-società. L’antitesi di Marcuse consiste nella liberazione della libido a fronte di forme di mediazione simbolica fondate sui valori della contemplazione, del gioco, della liberazione della sessualità. In questo modo egli riconsidera il principio della prestazione (lavorativa) come il principio della razionalità strumentale e repressiva che comanda di “produrre fino all’istupidimento”, mentre di contro Marcuse propone un modello di produzione lavorativa basata sull’innata creatività istintuale propria dell’uomo e che la società industriale capitalistica avanzata ha represso forzatamente.

La nuova forma del lavoro: dovere con piacere

La sintesi di questi due modi di pensiero si condensa nella trasformazione creativa del lavoro (principio di realtà) in piacere estetico (principio di piacere) – del dovere nel piacere, dovere con piacere –, organizzando le proprie forze ed energie in modo da incanalarle in un processo teleologico di “missione” (Beruf o “vocazione”, come la intendeva Weber) attraverso il quale è possibile scorgere nel proprio lavoro l’essere parte integrante di un processo più grande, sovraindividuale e collettivo, che si realizza nel progresso della società umana e della conservazione della felicità nel tempo. Kierkegaard ed Hegel sono gli esponenti rispettivamente del dilemma tra piacere e dovere (tra vita estetica e vita etica) e della sintesi dialettica tra le due componenti della vita (il momento soggettivo dello spirito che si dà all’ideazione dell’oggetto di lavoro e il momento oggettivo, che si risolve nella realizzazione dell’oggetto del proprio lavoro), attraverso le quali si è potuta instaurare una nuova filosofia del lavoro, una nuova concezione di lavoro, come qualcosa di libidicamente sublime e al tempo stesso regolamentato nelle sue forme produttive come una sorta di gioco liberamente scelto.

Paolo Mezzetti

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