Negli anni Cinquanta il sottosviluppo diventa un vero campo di studi accademici. Fino ad allora era stato soprattutto un argomento di denuncia o di moralismo. Adesso gli economisti prendono in mano la questione e la trasformano in una disciplina “scientifica” introducendo il concetto di crescita economica.
Perché proprio loro? Perché l’economia sembrava la più attrezzata: offriva modelli, equazioni, previsioni. Sembrava in grado di trasformare un dramma umano in un problema tecnico risolvibile.
Il cuore del problema: manca il capitale
La diagnosi dominante fu questa: i paesi poveri sono poveri perché mancano di capitale. Pochi investimenti, poche infrastrutture, tecnologie obsolete. Il circolo vizioso era chiaro: basso reddito → basso risparmio → pochi investimenti → bassa produttività → basso reddito.
La soluzione sembrava ovvia: rompere questo circolo vizioso immettendo capitale dall’esterno. Più capitale significava più produzione, più reddito, più sviluppo.
Il modello Harrod-Domar e la fede nella crescita economica
Al centro di questa prima stagione c’è il modello di Harrod-Domar. Una formula apparentemente elegante: la crescita dipende fondamentalmente da due cose — il tasso di risparmio e il rapporto capitale/prodotto.
Tradotto in soldoni: se fai risparmiare di più e investi quel risparmio in modo produttivo, la crescita arriverà quasi automaticamente. Lo sviluppo diventava una funzione matematica. Bastava calibrare bene i numeri. Era un’ottimismo contagioso.
L’illusione del “vantaggio del ritardatario”
Gli economisti di allora erano convinti che i paesi arretrati avessero addirittura un vantaggio: potevano saltare alcuni passaggi storici e adottare direttamente le tecnologie più avanzate. Il cosiddetto “vantaggio del ritardatario”. Bastava trasferire capitali e know-how dall’Occidente e la crescita sarebbe stata più rapida di quanto lo era stata per l’Europa nell’Ottocento. Sembrava quasi troppo bello per essere vero.
Stessa ricetta per tutti
Un’altra convinzione forte di questa fase era l’universalismo delle ricette. Si pensava che le società sottosviluppate fossero fondamentalmente simili tra loro: tutte “tradizionali”, tutte con gli stessi problemi. Quindi la strategia poteva essere la stessa ovunque: aumentare il risparmio, investire nell’industria, trasferire tecnologia.
Le differenze culturali, istituzionali e storiche furono largamente sottovalutate. Un errore che si pagherà caro negli anni successivi.
Prima la crescita economica, poi la distribuzione
C’era poi un principio che oggi suona quasi cinico: prima far crescere la torta, poi pensare a come dividerla. Anzi, si pensava che un po’ di disuguaglianza iniziale fosse addirittura utile, perché i ricchi risparmiano di più e quindi investono di più.
I benefici della crescita, si diceva, sarebbero “filtrati” verso il basso (il famoso trickle-down effect). Prima o poi tutti ne avrebbero goduto. La storia ha dimostrato che quel “prima o poi” è durato molto più del previsto.
Industrializzazione a tutti i costi
L’obiettivo prioritario divenne l’industrializzazione, soprattutto quella pesante. L’agricoltura era vista come un settore arretrato da cui spostare risorse verso l’industria. Solo l’industria, si pensava, poteva garantire produttività alta, accumulazione di capitale e una crescita auto-sostenuta.
Molti governi del Terzo Mondo seguirono questa strada con convinzione, spesso forzando la mano con piani quinquennali ispirati al modello sovietico o al New Deal americano.
Lo Stato come regista
In quegli anni c’era grande fiducia nel ruolo dello Stato. Il mercato da solo non bastava. Serviva la pianificazione. Lo Stato doveva guidare gli investimenti, decidere le priorità, mobilitare risorse.
Il Piano Marshall in Europa e la pianificazione sovietica venivano citati come esempi di successo. L’idea che lo Stato potesse “dirigere” lo sviluppo sembrava non solo legittima, ma necessaria.
L’errore di fondo dell’esclusività della crescita economica
La grande illusione dei pionieri fu trattare lo sviluppo come un’equazione tecnica. Ridurre un fenomeno profondamente sociale, culturale e storico a un problema di accumulazione di capitale e di crescita del PIL. Fu una semplificazione radicale. E proprio per questo destinata a deludere.
Perché lo sviluppo non è mai stato solo una questione di numeri. È sempre stato anche una questione di potere, di relazioni sociali, di valori culturali e di storia. E su questi terreni le belle equazioni degli economisti degli anni Cinquanta si sono spesso infrante contro la realtà.
Quella prima stagione ci ha lasciato però un’eredità importante: ha messo lo sviluppo al centro dell’agenda mondiale. Anche se con strumenti e convinzioni che oggi ci appaiono ingenue, ha aperto una discussione che non si è più chiusa.
E forse la lezione più utile che possiamo trarne è proprio questa: quando si semplifica troppo un problema complesso, si rischia di trovare soluzioni eleganti… ma sbagliate.
Biagio De Risi
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