La devianza può essere definita come un allontanamento di individui o gruppi dalle norme condivise all’interno di un contesto sociale. In un’ottica sociologica appare fondamentale chiedersi il motivo per il quale tali individui si allontanano da queste norme, come avviene questo distacco e come essi riescano ad eludere il senso di colpa.

Sociologia della devianza

A partire dalla seconda metà del XIX secolo, con le teorie della statistica morale, si svilupparono i primi studi sociologici sul crimine e sulla devianza. Tali studi ponevano l’attenzione prevalentemente sui fattori sociali, culturali ed ambientali quali elementi principali che conducevano l’uomo a delinquere. Sono molte le teorie che tralasciarono quasi completamente l’importanza del fattore psicologico, dimenticando che

“non ci si può occupare del crimine senza tener conto della psicologia poiché non è tanto il crimine in se stesso che ci interessa quanto ciò che si nasconde dietro di esso” . (A. Christie)

David Matza
David Matza

David Matza

Uno degli autori che, nella seconda metà del XX secolo, ha dato vita ad una teoria della devianza in grado di spiegare il fenomeno in tutta la sua complessità è il sociologo e criminologo statunitense David Matza. Egli, nel descrivere la nascita, lo sviluppo e la neutralizzazione della devianza, ha infatti dato origine ad una teoria che comprendesse fattori:

  • Sociologici (classe sociale, ambiente di vita, valori interiorizzati)
  • Psicologici (ricorso a tecniche per neutralizzare il senso di colpa derivante dall’atto illecito)
  • Giuridici (eventuale responsabilità dello stato e delle autorità nello sviluppo della delinquenza giovanile).

Tra gli aspetti più salienti del pensiero di Matza si ritrova senza dubbio l’ipotesi in base alla quale all’interno della società tutti hanno gli stessi valori. Esistono però valori definiti clandestini che i devianti praticano quotidianamente, a differenza della classe dominante che li utilizza saltuariamente. Anche chi rispetta le regole infatti può andare alla deriva con questi valori e violare le norme che precedentemente aveva condiviso. Nella presente riflessione l’ipotesi sta nell’idea secondo la quale viene a crearsi nei soggetti una contrapposizione tra pensiero e comportamento, che causa dissonanza. Quest’ultima diviene a sua volta causa di disagio, malessere e senso di colpa. Per superare tale dissonanza e per giustificare la deriva tra valori diversi i soggetti fanno ricorso a tecniche di neutralizzazione. Analizziamo il pensiero nel dettaglio.

mare in tempesta

La teoria alla deriva

Una delle teorie elaborate da D. Matza che vale la pena approfondire è la teoria della deriva (Delinquency and drift, 1964). Questa teoria parte dal presupposto secondo il quale la delinquenza (giovanile in particolare) è connaturata da una serie di valori riassumibili in:

  • Voglia di sballo
  • Disprezzo per il lavoro
  • Desiderio del grande colpo
  • Approvazione di forme di aggressività come prova di virilità.

Osservando razionalmente questi valori delinquenziali si può notare che essi sono molto affini “ai valori connaturati alle attività compiute dalla società dominante nel tempo libero”. (D. Matza). I membri della società infatti, soprattutto in giovane età, fanno spesso utilizzo dei valori delinquenziali per andare “in cerca di emozioni”. Solo, vi si dedicano in maniera più moderata e questa è l’unica differenza con la classe delinquenziale.

Valori

Ciò dimostra che tutti all’interno della società hanno gli stessi valori. Alcuni individui però sono in grado di andare alla deriva con valori diversi. C’è un’oscillazione tra convenzione e devianza che porta i membri della società ad assumere atteggiamenti devianti e successivamente a rispettare quelle norme che precedentemente si erano violate. Matza chiama questi valori clandestini. Da ciò si evince che, non essendo diversi i valori della società e quelli dei devianti,

baby-gang

“l’ordine delinquenziale non è così delinquenziale come sembra e l’ordine convenzionale non è così convenzionale come sembra”. (D. Matza, becoming deviant 1969)

Il delinquente aderisce alle norme dominanti con la fede ma nella pratica, per molteplici motivi, rende inefficaci queste norme. Tale situazione conduce ad un’interazione tra due ordini, quello convenzionale e quello deviante, in cui si passa dall’uno all’altro costantemente. Il comportamento deviante può dunque essere attivato ad intermittenza.

Differenza tra fare ed essere

Nella visione di Matza, commettere un’azione deviante o accogliere occasionalmente un valore deviante nel proprio IO non rende un soggetto deviante. Esiste a questo proposito una importante differenza tra il fare e l’essere. Tale distinzione rappresenta anche la soluzione ad un dilemma, quello della costruzione dell’identità deviante. Nella visione di Matza il soggetto deve porsi una domanda: “essenzialmente sono un ladro?”. Se la risposta è positiva allora egli avrà consolidata un’identità deviante, altrimenti no. In termini diversi il dilemma in analisi potrebbe essere impostato come segue: sono un ladro o faccio il ladro? È importante distinguere questo, soprattutto perché una persona potrebbe ad esempio commettere furti per carenze nella propria famiglia.

ladro

Questo potrebbe etichettarlo come deviante? Un ulteriore e concreto esempio a dimostrazione di questa tesi è individuabile nella società attuale. Esso è relativo al valore del cosiddetto “disprezzo per il lavoro”. Invero, sostenere che la società odierna sia interamente dedita al lavoro significa distorcere la realtà. A seguito della concessione del reddito di cittadinanza infatti, molti giovani hanno ammesso di non essere disposti a svolgere un lavoro per continuare a percepire il reddito. Ciò non dimostra l’esistenza di un valore che Matza definiva delinquenziale anche all’interno della società dominante? Il fatto che il delinquente si dedichi a queste tendenze in maniera più estesa non significa allora che egli si trovi in un altro sistema di valori.

La dissonanza cognitiva

Al di là di ciò, comunque, è indubbio che perpetrare condotte devianti (data anche l’oscillazione tra valori diversi cui precedentemente si è fatto riferimento) può dare origine a situazioni di ambivalenza. Ciò sta a significare che i devianti, condividendo alcuni valori e violandoli allo stesso tempo, si ritrovano in una sorta di dissonanza cognitiva.

Lo Psicologo Leon Festinger
Lo Psicologo Leon Festinger

L. Festinger ritiene che le persone vogliono essere coerenti con loro stesse. Quando opinioni ed ideali vanno in contraddizione con il comportamento si genera incoerenza, dissonanza, che è causa di disagio. Per superarla si può modificare un elemento cognitivo (le proprie opinioni) o il proprio comportamento. Qui l’ipotesi è che i delinquenti sperimentano una dissonanza che tentano di eliminare attraverso il ricorso a tecniche di neutralizzazione.

Strategie cognitive

Le tecniche di neutralizzazione rappresentano delle strategie cognitive poste in atto dall’attore deviante per fronteggiare le conseguenze psicologiche delle sue azioni non convenzionali. D. Matza e G. Sykes le definivano giustificazioni del comportamento deviante che precedono la condotta criminale e la rendono possibile. In maniera innovativa esse possono altresì essere considerate “scusanti” che il soggetto crea prima della commissione di un atto deviante per razionalizzarlo e giustificarlo, con se stesso e con gli altri. Tali tecniche sono utilizzate per avere una sorta di liberazione temporanea dai limiti della morale imposta per entrare ed uscire dalla delinquenza (G. Marotta).

Si potrebbe azzardare a dire che le tecniche di neutralizzazione ricordano ciò che nella psicologia sociale viene definito self-serving attribution. Si tratta di attribuzioni a proprio favore per salvaguardare l’autostima. Non è un caso che molti autori ritengano che inconsciamente l’attore sia consapevole di utilizzare tali meccanismi soltanto per sfuggire al biasimo sociale ed alla vergogna. A tal proposito si potrebbe dire che esse vanno a rappresentare delle “razionalizzazioni inventate”. Comunque, è indubbio che è grazie alle tecniche di neutralizzazione che si può spiegare la teoria della deriva, il modo in cui il deviante supera la dissonanza cognitiva ed il superamento dei sensi di colpa. Nello specifico, le tecniche di neutralizzazione sono le seguenti:

Le tecniche di neutralizzazione

  • Negazione della propria responsabilità: il soggetto non si considera responsabile delle azioni commesse. Esse non sono dipese dal suo volere.
  • Negazione del danno: seppur infrange la legge, il soggetto ritiene di non aver provocato dei danni.
  • Negazione della vittima: essa può avvenire in due modi. Nel primo caso si colpevolizza la vittima. Nel secondo caso si nega la sua stessa esistenza, soprattutto quando fisicamente assente, sconosciuta, o “concepita in termini vagamente astratti” (R.G. Capuano).
  • Condanna di coloro che condannano: il soggetto criminalizza le autorità, la polizia, i giudici, gli insegnanti,  lo stato in generale, poiché a sua detta essi sono ipocriti, corrotti, mai imparziali.
  • Richiamo a lealtà superiori: il soggetto vede se stesso dinanzi ad una scelta tra norme diverse. Giustifica l’infrazione richiamandosi ad ideali o principi superiori (rubo per far star bene la mia famiglia).

In conclusione, come si evince con sufficiente evidenza dalla ricostruzione appena illustrata, è possibile affermare che chiunque in talune circostanze potrebbe commettere azioni devianti. Chiunque potrebbe occasionalmente andare alla deriva con valori diversi rispetto a quelli in cui crede. È per questo che compiere un’ azione deviante non rende deviante un soggetto. Bisogna sempre distinguere ciò che si fa da ciò che si è. Motivo per il quale è sempre bene “etichettare” i comportamenti e mai le persone. Parlare, ad esempio, di azioni devianti e non di persone devianti.

Noemi del Turco

BIBLIOGRAFIA

Capuano R.G., La delinquenza giovanile, teoria ed analisi, Armando Editore, Roma 2010;
Marotta G., Criminologia, storia teorie, metodi CEDAM, Lavis 2015;
Matza D., Come si diventa devianti, Il Mulino, Bologna 1969;
Matza D., Sykes G. In “American Sociological Review”, 22, 6, pp. 664-670: Techniques of neutralization: a theory of delinquency, 1957;
Matza D., Sykes G., in “American Sociological Review”, 26, 5, pp. 712-719: juvenile delinquency and subterranean values, 1961;

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