Si sa che oggi le nostre menti sono prese da una miriade di cose, siamo parte di quei ritmi frenetici che la società ci impone per forza. Siamo talmente concentrati su quei ritmi che quasi non ci accorgiamo più di quello che ci circonda. Non pensiamo alla montagna di rifiuti che ogni giorno creiamo, all’iper-consumo, alle troppe automobili che rendono l’aria irrespirabile, alla mancanza di mezzi di trasporto funzionanti, al lavoro improntato sullo sfruttamento. L’unica cosa che conta è semplicemente cercare di ritagliarsi un piccolo spazio, non importa come, basta riuscire a conquistare una piccola nicchia dove trovare un “conforto”.

C’era una volta un ragazzo

camerieriPiccolo racconto di vita vera. Protagonista un ragazzo, diciott’anni o poco più, originario di Milano. O di Napoli. O ancora di Roma. Non ha importanza ai fini della storia. Subito dopo il diploma, il ragazzo inizia a lavorare in un locale come cameriere. Non può permettersi di continuare gli studi e, ovviamente, ha necessità di lavorare.  Una sera il ragazzo arriva zoppicante al locale: aveva avuto un incidente con lo scooter ma nonostante ciò decise di andare a lavoro lo stesso. Appena arrivato, chiede al proprietario se può tornare a casa visto il problema al piede. La risposta è un monosillabo, evidentemente non quello che si aspetta il ragazzo: no. È fine settimana e non si può rischiare di rimanere scoperti. Il ragazzo si mette a lavoro, come gli altri camerieri. Come in una normale giornata di lavoro. A fine serata il ragazzo si ferma a bere una birra con un collega. E iniziano a chiacchierare. Non c’è molto rapporto tra i due e forse è proprio questo che facilita la conversazione. Il collega dice al ragazzo che il titolare era stato ingiusto a farlo lavorare e che se fosse successo a lui, se ne sarebbe andato via ugualmente. La risposta del ragazzo è chiara, inequivolcabile e senza nessun rancore o dispiacere nella voce: “il lavoro mi serve. Licenziarmi non mi servirebbe a nulla, anzi devo ringraziare se ho questo lavoro“. A far “paura” al collega non fu la risposta in sè, ma l’aria rassegnata con cui la pronunciò. A diciotto anni.

La narcotizzazione della società

Non è un mistero che oggi siano molti i giovani senza lavoro, con un lavoro precario o in nero, dove vi sono pochissime tutele o addirittura nessuna. Un esercito di giovani rassegnati che fanno a gara per spartirsi quelle poche briciole che restano. Proprio la rassegnazione è il problema, che nel tempo rende sempre più deboli nello spirito e rende incapaci di reagire. Tutto questo può essere spiegato meglio attraverso quella che il noto scrittore statunitense Chuck Palahniuk chiama “narcotizzazione”, nel suo libro La scimmia pensa, la scimmia fa. Egli parla di un esperimento condotto all’Università.

Chuck Palahniuk
Chuck Palahniuk

“All’Università ci diedero da leggere una ricerca su dei soggetti cui erano state mostrate delle foto di malattie gengivali. Erano foto di gengive marce deformi e denti macchiati, e il senso era di scoprire l’effetto che avrebbero sortito quelle immagine sulle abitudini di pulizia orale della gente. Ad un primo gruppo vennero mostrate delle dentature solo parzialmente cariate. Al secondo gruppo furono mostrate delle gengive moderatamente intaccate. Al terzo venne mostrate bocche annerite, gengive spellate, rammollite e sanguinanti, denti marroni o caduti. I soggetti del primo gruppo continuarono a prendersi cura dei loro denti come avevano sempre fatto. Quelli del secondo, iniziarono a usare spazzolino e filo interdentale in modo più costante. Quelli del terzo ci rinunciarono del tutto. Smisero di lavarsi i denti e di usare il filo interdentale, e rimasero ad aspettare che i loro denti diventassero neri. Nella ricerca, questo effetto veniva definito “narcotizzazione”. Quando il problema appare troppo grande, quando ci viene mostrata troppa realtà, tendiamo ad arrenderci. Ci rassegniamo. Non riusciamo a mettere in atto alcun tipo di azione perché i disastri ci appaiono inesorabili. Siamo intrappolati. È questa la narcotizzazione”.

Dov’è il futuro?

Da questa spiegazione si può comprendere come lo stato di rassegnazione possa portare a un affievolimento dello spirito, ad una incapacità di reagire ai problemi che non sono solo i problemi del nostro microcosmo, quelli quotidiani, ma sono anche i problemi che riguardano l’intero pianeta. Ma come possiamo uscire noi da uno stato di rassegnazione continua se non ci vengono offerti i mezzi, se vengono posti soltanto ostacoli di fronte al nostro cammino? Davvero l’unica soluzione è accettare tutto com’è? Come scrive Chuck Palahniuk, “in una cultura in cui la gente ha troppa paura per affrontare le malattie gengivali, come si può convincerla ad affrontare un qualsiasi altro problema? L’inquinamento? L’eguaglianza dei diritti? E come spingerli a lottare?

Gabriele Chiavaro

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