Secondo Byung-Chul Han, la società contemporanea ha superato la logica disciplinare descritta da Foucault. Non viviamo più in un mondo dominato dal “dovere”, ma dal “potere”: puoi farcela, devi riuscirci, puoi essere tutto. Il soggetto del XXI secolo non è più obbediente, ma performante.
Nel 2025 questo paradigma è diventato la normalità. L’individuo non è più sfruttato da un padrone esterno, ma da sé stesso. È imprenditore di sé, costantemente impegnato a migliorarsi, ottimizzarsi, dimostrare il proprio valore.
Burnout esistenziale: quando la fatica non passa
La stanchezza contemporanea non è solo fisica. È una stanchezza profonda, diffusa, esistenziale. Non deriva dal troppo lavoro in senso tradizionale ma dall’impossibilità di fermarsi mentalmente.
Il burnout non riguarda più solo professioni ad alta intensità ma attraversa studenti, precari, lavoratori digitali, genitori. È una condizione cronica, silenziosa, spesso normalizzata. Essere stanchi è diventato uno stato abituale, quasi identitario.

Nella società della prestazione non esiste un vero “fuori”. Anche il tempo libero è funzionale alla produttività: riposarsi per tornare efficienti, viaggiare per raccontarlo, meditare per performare meglio.
Il tempo perde la sua dimensione qualitativa e diventa un flusso continuo di attività. Non c’è spazio per la noia, per l’inattività, per il silenzio. E senza silenzio, sostiene Han, non può esistere una vera interiorità.
La colpa di non farcela
Uno degli aspetti più insidiosi della società della stanchezza è la colpa. Se tutto è possibile, allora il fallimento è solo responsabilità individuale. Chi non ce la fa si percepisce come inadeguato, pigro, insufficiente. La sofferenza non viene più letta come un problema sociale, ma come un difetto personale. Questo produce isolamento, auto-accusa e una crescente difficoltà a chiedere aiuto. La fatica diventa invisibile, perché “normale”.
I dispositivi digitali amplificano questa dinamica. Essere sempre reperibili, sempre aggiornati, sempre reattivi mantiene l’individuo in uno stato di allerta permanente. La connessione continua non genera comunità, ma esaurimento condiviso. Nel 2025, la promessa della tecnologia come strumento di liberazione appare sempre più fragile, sostituita da una realtà fatta di sovraccarico informativo e pressione costante.
Ripensare la stanchezza come questione sociale?
La stanchezza non è solo un problema individuale, ma un sintomo sociale. Riconoscerla come tale significa spostare lo sguardo: non chiedersi solo perché sono stanco, ma che tipo di società produce questa stanchezza. Recuperare il diritto alla lentezza, al limite, all’incompletezza diventa un atto quasi politico. In una società che chiede sempre di più, fermarsi può essere una forma di resistenza
Riferimenti
- Han, B.-C. (2010). La società della stanchezza. Roma: Nottetempo.
- Han, B.-C. (2014). Psicopolitica. Il neoliberismo e le nuove tecniche del potere. Nottetempo.
- Bauman, Z. (2000). Vita liquida. Roma-Bari: Laterza.
- Rosa, H. (2015). Accelerazione e alienazione. Torino: Einaudi.
- Sennett, R. (1998). L’uomo flessibile. Milano: Feltrinelli.

Nato a Catanzaro il 5 luglio 1989. Dal 2017 è iscritto presso l’Ordine dei Giornalisti sezione Pubblicisti. Ha conseguito nel 2013 la laurea triennale in Servizio Sociale, nel 2016 la laurea triennale in Sociologia mentre nel 2018 la laurea specialistica in Organizzazioni e Mutamento Sociale. Nel 2020 ha ottenuto la quarta laurea in Scienze dell’Economia. Inoltre ha già pubblicato tre volumi di una trilogia di fantascienza.


































