Il crimine può essere definito un tratto “normale” o addirittura necessario per una società? Secondo quella che il criminologo americano Randall Collins definisce “sociologia non ovvia” e seguendo principalmente il pensiero del sociologo Emile Durkheim, la risposta è sì.

L’importanza del crimine

Il crimine e le sue punizioni sono una parte fondamentale dei rituali che sostengono una struttura sociale; addirittura potremmo sostenere che lo scopo sociale di tali punizioni non sia ottenere un effetto concreto sui criminali, ma rappresentare uno specifico rituale che sia da esempio e vada a beneficio della società. Il rituale crea emozione, credenze, unione ad un gruppo e la società, in questo caso, si unisce contro il criminale, lo riconosce colpevole e ciò provoca un sentimento di disgusto nei suoi confronti e del brutale atto compiuto; tale emozione è partecipata e condivisa dalla maggioranza: si può parlare dunque di comunità. La società ha bisogno del crimine per sopravvivere.

Dinamiche di gruppo

Secondo Durkheim, senza crimine “non ci sarebbero rituali di punizione”, scomparirebbero i sentimenti morali, le regole non potrebbero essere interpretate in modo cerimoniale e questo potrebbe spezzare quei legami che tengono insieme un gruppo e l’intera società. Se si considera però la società come “concetto”, scopriamo che i veri attori sono i singoli individui e che l’interesse a punire i criminali è solo una forma simbolica di potere: dopotutto, perché dovremmo preoccuparci di chi viene derubato o ucciso? Principalmente la risposta è legata all’idea di gruppo e alle dinamiche emotive che lo caratterizzano: le persone devono sentire qualche coinvolgimento morale nel gruppo per interessarsi al problema della criminalità e, non è un caso, se sono proprio le persone meno soggette al crimine ad essere le più preoccupate.

Il crimine che scaccia il crimine

Crimine, punizione e preoccupazione, per il criminologo americano Collins, sono questioni simboliche-politiche; i crimini violenti sono quelli che hanno maggior effetto partecipativo, in termini emotivi, e che mobilitano la popolazione, rafforzano o  indeboliscono idee e concetti. Se quindi la struttura sociale crea il crimine, c’è un limite alla quantità di crimine che essa produce? Secondo Collins sì, altrimenti la società cadrebbe a pezzi e con l’aiuto delle norme e dell’azione delle forze dell’ordine possiamo notare come sia lo stesso crimine ad autolimitarsi nella società. Questo processo di autolimitazione inizia proprio quando una determinata organizzazione criminale comincia ad avere parecchio successo e tende ad ingrandirsi, diventando cosi una piccola società con regole e gerarchie. Non potendo lavorare allo scoperto e isolatamente, comincia a tendere verso la regolarità e la normalità: il crimine funziona meglio quando è più organizzato, ma più diventa organizzato e più tende a rispettare le leggi e ad autodisciplinarsi. “Crimine e società oscillano avanti e indietro su questa dialettica di paradossi”, come afferma Collins. Dunque, se la vita sociale crea il crimine, il crimine crea una sua antitesi: il crimine scaccia il crimine.

Giacomo Buoncompagni

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