Dall’accusa verso le disuguaglianze economiche e l’egoismo iper competitivo che contraddistingue il sistema capitalistico, nasce Il Buco (El Hoyo/The Platform).

Cos’è il buco?

Thriller sci-fi diretto dall’esordiente Galder Gaztelu-Urrutia, il nuovo film distribuito da Netflix si presenta come una metafora della scarsità di risorse e della lotta di classe. Una prigione verticale ne racchiude l’essenza attraverso centinaia di livelli i quali dividono i detenuti assegnando casualmente una coppia per ogni piano: la peculiarità della prigione tuttavia consiste in una sorta di piattaforma che quotidianamente porta del cibo che sarebbe sufficiente per tutti, transitando due minuti per ogni livello. La storia raccontata è quella di Goreng che, dopo essersi svegliato ad un livello intermedio, si fa spiegare dal suo compagno di cella Trimigasi come dovrà affrontare il suo periodo di prigionia: in una cornice di presunte ovvietà, quest’ultimo spiega al protagonista che ogni primo del mese i detenuti verranno spostati ad un altro livello in modo prettamente aleatorio. Questi, durante il transito della piattaforma, non potranno tuttavia trattenere del cibo con sé ma potranno sfamarsi nei minuti concessi. L’idea di distribuzione proposta dal film viene inevitabilmente derisa e non ascoltata: sulla base di una ricerca di una solidarietà spontanea, l’obiettivo è quello di far arrivare il cibo fino alla fine della prigione provando – seppure con scarsi risultati – a razionalizzare le porzioni cercando di convincere i livelli sottostanti a fare lo stesso.

La solidarietà spontanea travestita da thriller sci-fi – Il Buco.
Un fotogramma dal film il Buco

I riferimenti sociologici collegati al film

In questo senso, in una prima accezione del termine, Gallino definisce la comunità come un soggetto unico, contraddistinta da una solidarietà intesa come modalità di azione collettiva di un soggetto che tiene in considerazione anche gli altri membri della comunità stessa. Definizioni successive, invece, cercando di dare continuità alla prima, si focalizzano essenzialmente sull’eguaglianza della posizione sociale come obiettivo dell’azione collettiva: già da questi primi spunti viene delineato il concetto di solidarietà comprendendo elementi di eguaglianza sociale e un’azione collettiva volta ad un benessere comunitario. Un contributo fondamentale inerente al concetto in questione è senz’altro quello di Durkheim in Della visione del lavoro sociale (1893): l’illuminante spunto dell’autore si basa sullo sviluppo dell’individuo che contraddistingue la modernità caratterizzato non da un indebolimento dei legami sociali, bensì da un cambiamento di quest’ultimi. La solidarietà risultava aproblematica in quelle società considerate come “inferiori” o in particolar modo in tipi di società segmentarie, nonché ciò che caratterizza un’epoca premoderna la quale non considera individualità e differenze. È una solidarietà di tipo meccanica dal momento che le unità sociali stanno insieme perché uguali tra loro e unite da elementi di grado superiore a cui tutti ne fanno capo. In un contesto moderno, invece, in cui la divisione del lavoro costringe ogni individuo a svolgere funzioni diverse, la solidarietà non si fonda più sull’eguaglianza dei gruppi ma dal fatto che nessun individuo è autosufficiente e di conseguenza ha bisogno dell’altro: è una solidarietà organica basata sulla differenza e su una forte dipendenza reciproca.

Durkheim

Al di là delle critiche nei confronti di Durkheim per un’accezione estremamente positivista, diversi autori iniziano a riferirsi alla creazione di solidarietà solo tenendo in considerazione determinate condizioni. Già nel 1914, Michels sottolineava come fosse necessaria l’esistenza di una netta contrapposizione per la creazione di solidarietà all’interno di un gruppo, focalizzandosi su un aspetto: i soggetti in questione non saranno solidali nei confronti di tutti ma solo verso qualcuno. In particolare, la solidarietà di classe sarà più accentuata quanto più saranno marcate le contrapposizioni economiche e sociali. In questo senso, ponendo l’accento sulla componente antagonistica, una solidarietà senza interessi particolari è pura utopia. A maggior ragione, in un contesto nel quale il processo di individualizzazione tende a considerare un soggetto come singolo individuo preso in sé che agisce in direzione di un soddisfacimento dei propri interessi, concettualizzare la solidarietà diventa più che mai complesso.

Un’allegoria della società capitalistica

Il buco si presenta come un enorme allegoria sulla società contemporanea e in particolare come una riflessione sulle iniquità attraverso le quali il sistema capitalistico si fonda. Infatti, la metafora capitalistica è la premessa del film stesso: nonostante le condizioni economiche all’interno della prigione siano azzerate e quindi uguali per tutti – non esistono ricchi e poveri – lo status quo della verticalità della struttura riflette a pieno il mondo reale definendo in modo particolarmente marcato le differenze di classe. Le gerarchie capitalistiche vengono enfatizzate dai diversi livelli della prigione ma ogni mese, i detenuti hanno la possibilità di diventare i “ricchi”: anche dopo aver vissuto un mese ai livelli inferiori, una volta data la possibilità di far parte ad una classe superiore questi diventerebbero avidi e corrotti come quelli che si approfittavano di loro il mese precedente. Questo passaggio afferma inevitabilmente la logica competitiva che caratterizza lo schema economico in questione: la ricchezza non si produce attraverso una sorta di solidarietà ma spesso si crea a spese degli altri enfatizzando una particolare logica accumulativa. In questo senso, dunque, è possibile immaginarsi un sistema, una società o una prigione verticale che sappia distribuire in egual modo le risorse enfatizzando l’obiettivo di uguaglianza sociale ed economica? Oppure la logica individualista è ormai così intrinseca all’essere umano da non poter più ipotizzare uno scenario del genere?

Vito Aliperta

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