“Il desiderio di semplificazione è giustificato, la semplificazione non sempre lo è “ (Levi, 1986)

Primo Levi (Torino, 31 luglio 1919 – Torino, 11 aprile 1987) è stato un noto scrittore italiano diventato celebre per aver documentato con indomabile impegno la sua esperienza nel campo di concentramento di Auschwitz. “Se questo è un uomo” è senz’altro una delle testimonianze più vivide del periodo della Shoah. Col tempo diventò un classico della letteratura mondiale, ma risulta non essere sufficiente nel momento in cui si vuol approfondire la complessità dell’universo concentrazionario.

 sommersi e i salvati di primo levi
Una delle edizioni de “i sommersi e i salvati” di Primo levi.

In particolar modo è utile la lettura dell’ultimo saggio che lo scrittore ha avuto modo di pubblicare prima della sua morte. “I sommersi e i salvati”, datato 1986. Come in “Se questo è un uomo” non mancano di certo i racconti, ma si nota fin dall’inizio una predominanza a un tipo di riflessione lucida e meditata da parte di chi ha reso questo evento storico lo struggimento personale di una vita. Nel saggio vengono trattati numerosi temi ma uno dei più interessanti da un punto di vista sociologico si può ritrovare nel secondo capitolo il cui titolo è “La zona grigia

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La Zona grigia

La “zona grigia” è un termine proposto per la prima volta da Primo Levi stesso che oggi fa parte del vocabolario concettuale contemporaneo: esso risulta esplicativo e pragmatico di quelle che sono le molteplici sfumature della complessità dei fenomeni. Noi, individui sociali, creiamo da sempre categorie dicotomiche per conoscere il “conoscibile” e semplificarlo a schema. Le categorie ci definiscono, ci orientano nel mondo e fanno si che intorno non ci sia troppo caos. Accade molto spesso che il mondo si riduca a un “noi” e ad un “loro”: Sconfitti e vincitori, sommersi e salvati.

Primo Levi
Primo Levi

Evidente è la volontà degli individui di decidere cosa rappresenti il “bene” o il “male”, porli agli estremi senza che questi abbiano spesso tra di loro vie di comunicazione e eventualmente parteggiare per evitare ambiguità, ma tutta questa logica nei campi di concentramento viene automaticamente annullata o quantomeno rivalutata. In questo frangente si fa spazio “la zona grigia”, costituita da persone che collaborano al funzionamento della macchina del potere, in larga parte perché costrette a provvedere alla propria sopravvivenza.

Istituzioni Totali

I campi di concentramento risultano essere, secondo il lessico sociologico, delle “istituzioni totali” (così definite dal sociologo Erving Goffman) ossia strutture in cui l’autorità regola ogni aspetto della vita di una persona. Egli definisce diversi tipi di istituzioni totali, ma quella che interessa l’articolo è un tipo di istituzione creata per “proteggere” la comunità da coloro che le autorità (e quindi non la comunità nella sua interezza) ritengono essere un pericolo incombente. In questo senso, il campo di concentramento è un esempio estremo di “risocializzazione” in negativo, perché le persone che vengono internate sono costrette ad assumere un nuovo ruolo e ad adottare nuove norme che in questo caso specifico distruggono la volontà individuale.

Erving Goffman
Erving Goffman

Naturalmente è bene specificare che quando sono al loro meglio, le istituzioni totali possono rappresentare anche un efficace strumento di assistenza, capaci di “riprogrammare” l’individuo e indurlo a non commettere errori che in alcuni casi mettono seriamente a repentaglio la propria vita (Croteau, Hoynes, 2015). In tutti i casi, le persone che fanno parte di un’istituzione totale possono essenzialmente assumere due ruoli standardizzati: chi dà ordini (staff) e chi li riceve (internato). Il primo ruolo ha sicuramente più potere e la natura di questo potere dipende dal tipo di istituzione totale che si viene a creare. Spesso l’ottenimento di potere legittima la “deindividuazione” della persona ossia una perdita di senso di responsabilità e l’acquisizione di un comportamento anti-sociale.

Confini sfumati

I lager nazisti e le dinamiche di potere sviluppatesi hanno fatto emergere personalità trattate relativamente poco e sempre più evanescenti. I prigionieri privilegiati e i Kapos. Essi rappresentano la “zona grigia” per antonomasia, capaci di congiungere l’estremo del padrone con quello del servo. Una volta entrati nei lager il “bene” e il “male” vengono sostituiti dall’ imperativo della sopravvivenza.

museo ebraico di berlino
Museo ebraico di Berlino

I primi rappresentano una grande maggioranza fra i sopravvissuti della Shoah ma il risultato della degradazione più infima che può essere inflitta alle vittime. Un tipo di degradazione perpetrata attraverso la corruzione di prigionieri ebrei che avrebbero fatto di tutto pur di ricevere qualcosa che li avrebbe fatti vivere un giorno in più. O in alternativa avere almeno la speranza di pensarlo. Fanno parte dei prigionieri privilegiati stiratori di letti, controllori di pidocchi, scopini, guardie notturne ecc. i quali di solito non venivano visti come nemici poichè considerati prigionieri come tutti gli altri con la sola differenza di ubbidire a funzioni terziarie. I prigionieri privilegiati facevano parte di vere e proprie “squadre speciali” e venivano poi successivamente uccisi per essere rimpiazzati ed evitare resistenze. Le nuove squadre avevano il compito di bruciare i cadaveri dei predecessori, quasi come una sorta di rito di iniziazione.

Kapò

Diverso è il discorso per i Kapò: detenuti aventi la responsabilità dell’ordine e della disciplina nelle singole baracche mediante metodi coercitivi particolarmente violenti. Persone che avevano molto potere e in particolare il permesso di usare in maniera quasi illimitata la violenza verso gli altri detenuti. Questi incarichi erano sia imposti sia offerti dai comandanti dei Lager. Si privilegiavano figure che avrebbero potenzialmente preferito questa carriera a quella della detenzione. Persone tratte dalle carceri e/o oppressi che si identificavano con gli oppressori per un desiderio di promozione sociale.

mano

I motivi per cui i tedeschi vollero far collaborare i detenuti alla loro macchina sono molteplici. Fare “economia di uomini” era molto importante, ma era ancor più importante scaricare l’enorme peso delle malvagità compiute sulle spalle di vittime che non avrebbero mai più avuto la consapevolezza di essere innocenti una volta usciti da quell’inferno.

<<Noi, il popolo dei Signori, siamo i vostri distruttori, ma voi non siete migliori di noi: se lo vogliamo, e lo vogliamo, noi siamo capaci di distruggere non solo i vostri corpi, ma anche le vostre anime, così come abbiamo distrutto le nostre.>> (Levi, 1986)

Ferocemente soli

Causare malessere al nemico era diventata un’azione di ordinaria amministrazione. Non perché si fosse necessariamente perversi (anche se non mancavano le eccezioni) ma perché la crescita avveniva in un contesto in cui la morale veniva completamente sovvertita e la propaganda aveva un potere quasi illimitato. Primo Levi decise infine di sospendere il proprio giudizio su queste persone. Senza giustificare le azioni commesse come molti invece hanno creduto e gli hanno criticato. Sospendere il giudizio risultò essere il prodotto di un ragionamento iniziato in “Se questo è un uomo” e terminato nella sua ultima opera. Nel contesto esaminato, i buoni e i cattivi furono lasciati <<ferocemente soli>> in balia di una legge scellerata.

Bibliografia

  • Croteau D., Hoynes W., Sociologia Generale. Temi, concetti, strumenti, Mc Graw Hill Education, 2015;
  • Levi P., I sommersi e i salvati, Einaudi, 2014;

Diana Francese

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