La fotografia, strumento discusso per la ricerca sociale, era ai suoi esordi usata abbondantemente dall’antropologia fisica, poiché considerata immagine oggettiva del mondo: pensiamo ai lavori di Mantegazza sull’espressione del dolore o all’antropologia criminale di Lombroso. Questa convinzione solca la scia positivista dell’Ottocento e si traduce in una serie di utilizzi della foto che troviamo ancora oggi tra cui le foto segnaletiche per provare l’identità dei criminali. Il motivo per cui la foto sarebbe oggettiva è semplice: sostituendo l’immagine alla descrizione verbale ci si assicura che i fatti non siano viziati dall’interpretazione di chi scrive.

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Perché la fotografia non è oggettiva

La presunta oggettività della foto è però rinnegata da una serie di elementi: i limiti tecnici che caratterizzano la foto, ovvero la bidimensionalità, l’eventuale scatto in bianco e nero ma primo tra tutti l’obiettivo. Ogni foto ritaglia una precisa porzione di realtà, che esclude inevitabilmente gli oggetti intorno, alterando i rapporti spaziali. In generale, il problema è l’evidente intenzionalità di colui che scatta la foto nello scegliere o meno ciò che deve rientrare nell’inquadratura.

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Il legame tra arte e fotografia: un problema per la ricerca

Un altro argomento di dibattito in merito alla fotografia nella ricerca sociale è il suo legame con l’arte. Esiste il confine tra una fotografia destinata alla ricerca e una fotografia artistica? Per Howard Becker no. Becker,  sociologo americano, appartenente alla seconda scuola di Chicago, ha dedicato la maggior parte della sua vita alla ricerca qualitativa e proprio per questo suo interesse ha affrontato il discorso della fotografia come strumento di ricerca. Guidato anche da un’attività che lo vede impegnato come critico fotografico, Becker contribuisce al dibattito con un interessante punto di vista: ogni fotografia contiene un fattore estetico e creativo che non danneggia la ricerca ma ne garantisce la peculiarità. Per l’autore americano sarebbe quindi inutile provare a separare la fotografia dall’estro creativo di chi ha scattato la foto.

Howard Becker
Howard Becker

Validità e attendibilità della fotografia

Nella ricerca sociale il concetto di validità è fondamentale, essa può essere definita come il grado con cui uno strumento misura quello che intende misurare. Il concetto viene associato quasi immediatamente alla ricerca quantitativa, dal momento che in principio la definizione è stata pensata per comprendere quanto un questionario riesce a indagare sul fenomeno oggetto della ricerca. Se pensata in relazione alla ricerca qualitativa, questa definizione è difficilmente applicabile, per ovvi motivi: risulta difficile validare lo strumento fotografico dal momento che non segue le logiche dicotomiche dei test o dei questionari. Se, però, consideriamo la definizione di validità proposta da Ammassari, anche la fotografia può divenire strumento valido.

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Per Ammassari la validità di uno strumento è “la capacità di accertare proprio e non altro il referente empirico del concetto cui si intende riferire”; questa definizione si applica a tutti gli strumenti della sociologia che non seguono la logica della quantificazione: interviste, analisi del contenuto e fotografie. La fotografia sarebbe quindi, uno strumento valido non in ragione della presunta misurazione che fornisce ma grazie alla sua capacità di riprodurre la realtà.

La Validità dell’immagine secondo Mattioli

Sulla validità dello strumento fotografico si sono espresse diverse figure, tra questi, risultano particolarmente interessanti i due criteri che Mattioli fornisce per renderlo quanto più valido possibile:  

  1. La successione di immagini è più valida delle fotografie singole. L’oggetto della sociologia è il comportamento sociale, è ovvio quindi che acquisti più valore una serie di scatti (o un video) rispetto ad uno scatto singolo, poiché la serie permette di cogliere per l’appunto ciò che interessa alla ricerca sociale.
  2. Le fotografie a colori sono più valide di quelle in bianco e nero. La varietà cromatica ha un alto significato sociale. I colori hanno un vero e proprio ruolo nell’analisi sociale, scattare delle foto in bianco e nero escluderebbe materiale interessante.

L’attendibilità

Accanto al concetto di validità, troviamo il concetto di attendibilità, generalmente definito come la capacità di uno strumento di fornire sempre risultati uguali quando si procede a misurazioni diverse di uno stesso fenomeno. Nel caso della fotografia, l’attendibilità ricade sulle caratteristiche tecniche dei dispositivi elettronici, sull’uso delle stesse illuminazioni e inquadrature: aspetti impossibili da riprodurre con estrema fedeltà. In ogni caso, Wagner propone una serie di metodi per garantire il più possibile l’affidabilità delle immagini:

fotografia
  • Avvalersi di più operatori, cosicché uno corregga l’altro.
  • Eseguire le foto con degli script prestabiliti e dettagliati.
  • Controllare il valore descrittivo delle foto affidandosi ad altre fonti di informazione.
  • Optare per un campionamento casuale degli oggetti di sfondo se nelle riprese compaiono e non si è a conoscenza delle loro caratteristiche.

La photo-elicitation

Un interessante utilizzo della foto nella ricerca sociale è quello della photo-elicitation: L’intervistatore e l’intervistato discutono le fotografie, così che si abbia nel corso dell’intervista un punto di riferimento concreto. L’informatore spiega il senso e il ruolo degli oggetti rappresentati. La fotografia si trasformerebbe in uno stimolo per avviare un’intervista con il soggetto fotografato, al fine di ampliare le conoscenze sulla porzione di realtà entrata nell’obiettivo, una sorta di backtalk su base visiva. Questa tecnica evita al sociologo di dare una errata o incompleta interpretazione all’oggetto fotografato, e risolverebbe in parte le questioni in merito all’etica della privacy, poiché i soggetti sarebbero consapevoli di essere fotografati.

Il fotogiornalismo: quella cruda e potente constatazione della realtà
Il fotogiornalismo: quella cruda e potente constatazione della realtà

Conclusioni

Si può concludere che privarsi della foto come strumento della ricerca sociale sarebbe un grosso errore, che porterebbe alla perdita di utile materiale sia per la ricostruzione di sistemi culturali del passato sia come valido stimolo per la ricerca sul campo. Dopotutto, il ritagliare una porzione di realtà attraverso l’obiettivo fotografico è analogo all’ attribuzione di senso che Weber concepisce alla base del processo conoscitivo nella sociologia, per cui, come qualsiasi atto umano è richiesta una scelta che, se metodologicamente condivisa, non può che essere utile.

Caterina Ambrosio

Bibliografia

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