Beirut, il cuore di un Paese già in frantumi a causa dei conflitti che negli anni hanno fatto del Libano un protagonista. In un consueto martedì intorno alle ore 18, un boato ha spazzato via la vita di circa 137 persone e sconvolto il mondo intero. L’esplosione è partita da un deposito del porto della capitale, in cui erano conservate 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio. Un composto chimico impiegato sia come fertilizzante che nella produzione di esplosivi. Secondo alcune fonti provenienti dai servizi di sicurezza, il carico sarebbe stato sequestrato qualche anno fa ed attualmente esploso a causa di lavori di saldatura.

Beirut, Libano.

Questa “catastrofe mai vista prima” – definita così da Al Jazeera – colpisce uno Stato il cui ceto medio rischia costantemente di scivolare nella povertà. Attualmente fumi tossici e mancanza di elettricità ostacolano i soccorsi. Come annunciato dalle autorità, i presidi ospedalieri sono stati presi d’assalto per l’elevato numero di feriti e da chi cerca disperatamente notizie dei propri parenti. Per comprendere meglio le dinamiche nazionali, occorre fare un passo indietro e partire da un’analisi sul sistema politico interno e concernente l’aspetto geopolitico del Paese.

Lineamenti geopolitici del Libano

“In una terra che riesce a malapena a far fronte a una pandemia, esiste all’ombra del conflitto, affronta la fame e attende l’estinzione. Le nuvole gemelle su Beirut, quella che oscuramente dà alla luce il mostruoso altro, non saranno mai cancellate”[1].

La tragedia vissuta ieri dal popolo libanese, oltre a rappresentare un episodio di ampia portata, va a sommarsi a numerosi fattori devastanti che delineano la fisionomia di un Paese in ginocchio. Il Libano si trova a far fronte ad una pluralità di elementi che minano le basi della sua stabilità. Sono infatti diversi i fattori che potrebbero produrre conseguenze sul tessuto sociale. Ma occorre partire dal principio.

Alla luce dei suoi riflessi storici il Libano appare come un Paese da anni distrutto dalla sua stessa classe politica. In conflitto con i suoi vicini e consumato da una guerra civile (1975-1990) il Libano vive costantemente un’ instabilità che minaccia da decenni ogni prospettiva di più ampio respiro, in termini di politiche pubbliche e di integrazione sociale.
In generale, ad influenzare l’assetto comunitario e le relazioni di un Paese sono spesso gli impulsi e le decisioni provenienti dal vertice delle organizzazioni internazionali. Non di secondo piano è il ruolo dell’Occidente.

Al di là dell’ipocrisia trasmessa dai messaggi istituzionali, mostra da anni disinteresse verso tutti quei Paesi che manifestano situazioni di forte instabilità politica e sociale. Ancora sul piano geopolitico, risultano emblematiche ai fini dell’interpretazione da parte dell’opinione pubblica le dichiarazioni rilasciate da Donald Trump, il quale afferma: “Saremo lì per aiutare.

“Sembra un attacco terribile”[2].

Un’osservazione scontata, ma necessaria, consisterebbe nell’evidenziare come l’utilizzo dei termini sia volto ad incrementare le tendenze bellicistiche in quest’area del Medio Oriente. Trattasi di termini che richiamerebbero la volontà del Presidente Trump di lasciare aperta la possibilità di un ipotetico attacco ai danni del popolo libanese. in tal modo scavalcando le numerose interpretazioni fornite da giornalisti e da intermediari mediatici incentrate su una visione neutrale secondo cui l’avvenimento sarebbe semplicemente un incidente.

esponenti scuola di francoforte
Esponenti della scuola di Francoforte

Al netto delle prospettive contrastanti circa la collocazione dell’avvenimento in un contesto chiaro, emerge anche confusione sul piano della capacità informativa da parte dell’apparato massmediale. Esso risulterebbe carente ai fini del conferimento di una narrazione lineare e priva di contraddizioni. Secondo il pensiero francofortese relativo alla diffusione dei massmedia, l’interpretazione istituzionale che viene fornita di un determinato evento determina e condiziona l’approccio da parte di coloro che si espongono a tale flusso comunicativo.

In linea con una prospettiva analoga, anche Goffman sosteneva l’importanza dei frames (cornici interpretative) generati dal mondo dei media. Sul piano sociale, occorre prendere in esame alcune variabili che concorrono a fornire un quadro complessivo. Innanzitutto va introdotto che, per la prima volta nella sua storia, il governo libanese ha dichiarato il 9 marzo 2020 il default, annunciando di non poter rimborsare la rata di 1,2 miliardi di interessi sul suo debito pubblico. Questione complessa che mette a nudo la debolezza di uno Stato sempre più frammentato dalla sua stessa classe politica. Notizia che non va osservata singolarmente, essendo risultato di un processo politico-economico che ha visto come protagonista la una forte crisi economico-finanziaria, l’incertezza politica, l’alto tasso di disoccupazione giovanile e di corruzione fra le élite politiche.

Erving Goffman
Erving Goffman

Tutto ciò ha concorso ad aumentare la disuguaglianza sociale e a produrre un forte sentimento di insoddisfazione. Ciò ha portato l’emersione di movimenti popolari che richiedono giustizia sociale, eguaglianza e l’impedimento dell’interventismo di paesi stranieri nelle questioni politiche ed economiche nazionali.

Il tragico evento del 4 agosto si inserisce in un percorso assai tragico e doloroso. Basti pensare che pochi giorni fa, il 27 luglio, fra le truppe di Hezbollah libanesi e alcune unità dell’esercito israeliano vi era stato un conflitto militare durato alcune ore sulla Linea Blu di demarcazione fra il Libano, la Siria e lo Stato ebraico. A seguito dello scontro, il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha riferito durante una conferenza stampa che “Hezbollah scherza con il fuoco: ogni attacco sarà respinto con forza[3].

Aspetti ambivalenti della crisi sociale libanese

Così come espresso nel paragrafo precedente, la guerra civile ha innescato squilibri sociali che hanno condotto il popolo libanese verso una condizione progressiva di povertà. Non a caso, i fumi che coprono il cielo di Beirut sono apparsi ad appena un mese di distanza dall’ultimo caso di suicidio riguardante un 61enne che, sparandosi nel centro della capitale, ha evidenziato la crisi politico-sociale che sta investendo il Paese.

Beirut, Libano

Ultimamente sono state diverse le persone che si sono tolte la vita, in segno di protesta per la crisi economico ed occupazionale. Tuttavia, le autorità di competenza non hanno mai reso chiari i dati dei casi di suicidio che si sono registrati nel 2020[4]. La maggior parte dei cittadini libanesi vive al di sotto della soglia di povertà e nessun ammortizzatore sociale è in grado di fare loro da sostegno. Di certo, in mancanza di una gestione efficace del territorio a farne le spese sono sempre i marginali.

Bisogna ricordare ex ante l’esplosione che, nonostante la precarietà politica, Beirut era conosciuta per il suo ruolo di crocevia di diverse culture. Inoltre, ha saputo specializzarsi in attività economiche quali servizi bancari e finanziari, gli scambi commerciali, nonché sul turismo grazie alla presenza di numerosi siti patrimonio dell’UNESCO[5]. Si tratta di un Paese che ha saputo anche investire le poche risorse nell’istruzione, annoverandosi tra quelli con la più alta percentuale di alfabetizzazione (circa l’86%). Questo perché anche quando sono le risorse naturali a scarseggiare, vi sono quelle umane a compensare.

Possibili migrazioni

Dal punto di vista sociale, questo evento comporterà un ulteriore aumento della disuguaglianza sociale e non si esclude che il Libano possa diventare un luogo di partenza per nuove migrazioni. Tempestivamente le organizzazioni locali si sono mosse nei soccorsi e nel web si sono avviate diverse raccolte fondi. Tuttavia, questa riflessione sociologica sembra ricollegarsi al contenuto del World Social Report 2020[6], pubblicato da UNDESA (acronimo del Dipartimento delle Nazioni Unite per gli affari economici e sociali), che elenca i quattro megatrend causa della disuguaglianza sociale nel mondo: innovazione tecnologica, cambiamento climatico, urbanizzazione e migrazione internazionale.

Le migrazioni nel corso dei secoli: inclusione o rifiuto?

Il fenomeno delle migrazioni, oggi al centro della corrente mediatica, è strettamente connesso all’aumento della disuguaglianza. Un fenomeno che la politica sfrutta per cavalcare l’onda del consenso, specialmente nell’ultimo periodo, facendo credere agli individui che “straniero” è sinonimo di “disagio” ed “untore”. Secondo l’UNHCR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per Rifugiati) nell’ultimo anno sono circa 71 milioni le persone fuggite dal proprio Paese, di cui molti bambini senza famiglia.

Si tratta di vite sospese da guerre, persecuzioni e calamità naturali.
Sono individui che giungono da un luogo che non è più un posto sicuro dove poter vivere. Sembra utopica l’idea che vi siano individui senza luoghi: forse è più semplice pensare a luoghi privi di individui. E’ così che si conosce il “popolo dei vinti” – utilizzando l’espressione dello scrittore Erri De Luca – che rende automaticamente noi, “nati dalla parte giusta del mondo”, i vincitori. E poi ci si schiera, ci si crede davvero così. Si guarda dall’alto la vita altrui. Si inizia a dire “non siamo noi i responsabili, non conosciamo i vostri conflitti”. E mentre il mondo assiste attonito ai video delle esplosioni e dei soccorsi, i fatti di Beirut ci insegnano che in realtà non esistono confini, nonostante gli uomini tentino di marcarli, bensì linee fittizie che dovrebbero dissolversi quando apriamo la porta d’ingresso e tocchiamo con mano la differenza tra chi ha un tetto sulla testa e chi no.

Al Libano del poeta Khalil Gibran:
La tempesta è capace di disperdere i fiori, ma non è in grado di danneggiare i semi”.


Lorenzo Villani e Chiara Grasso


[1] Fisk, R. tratto dal quotidiano “The Independent”.
[2] Trump, D. (04/08/2020) – Conferenza Stampa.
[3] IlSole24Ore, articolo del 27/07/2020

[4] Internazionale.it, articolo del 06/07/2020
[5] Qualsiasi informazione sul Libano può essere consultata nella seguente enciclopedia digitale: http://www.treccani.it/enciclopedia/libano/
[6] Consultabile e scaricabile dal sito: https://www.un.org/development/desa/dspd/world-social-report/2020-2.html

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