Parlare di cultura pop è già di per sé molto complesso ed interessante, ma focalizzarsi su un contesto culturale particolare come il Giappone richiede uno sforzo in più. Innanzitutto bisogna partire dal fatto che il concetto di immaginario collettivo è sovrapponibile a quello di cultura. Si tratta allora di una cultura immaginifica che è basata, nella sua proliferazione, sui meccanismi estensivi di diffusione, informatizzazione e consenso propri dell’industria culturale. Questo retroterra concettuale ci permette di ragionare sulla natura dei modelli culturali giapponesi veicolati da manga, anime e videogiochi, infatti essi si pongono come snodo tra passato e futuro delle forme culturali giovanili. 

Ancora questioni di classe?

In merito agli studi di stampo etnologico sul Giappone secondo Jennifer Robertson (1998), c’è da considerare una coppia di definizioni introdotte già alla fine del diciannovesimo secolo basate sulla distinzione tra due classi primarie di cittadini: taishû bunka e minshû bunka. La prima tipologia si pone come “cultura popolare/cultura di massa”, cioè una cultura associata alla classe media, mentre l’altra si riferisce, in modo più generico e molto similmente al concetto di “follaLe Bon (1996), alla “gente in massa”, intesa come popolo indistinto e con una connotazione populista. La taishû bunka oggi trascende le classi sociali ed è trasversale a tutta la società, mentre la minshû bunka, contrapposta alla cultura aristocratica kizoku bunka, ha una base regionale di stampo folklorico-tradizionale. In particolare, in riferimento al Giappone contemporaneo, Robertson suggerisce l’adozione del termine taishû bunka come traduzione di una cultura popolare e di cultura di massa. Inoltre, propone di parlare di cultura popolare per le definizioni generiche e di cultura di massa in presenza di manifestazioni mediatiche in cui prodotti, narrazioni e supporti siano diffusi in maniera pervasiva (Robertson, 1998, pgg 32 -34). 

Contaminazione onnipresente

La Pop culture si dispiega dunque seguendo traiettorie in contrasto con la cosiddetta cultura alta. Ciò perché essa non è solo diramata dai centri nevralgici della produzione di cultura di massa ma spesso è suggerita e/o promulgata, come accennato prima, da movimenti bottom up, cioè “dal basso”, attraverso processi di partecipazione attiva di un pubblico il quale dà vita a mode, tendenze e significati poi ripresi, elaborati e potenziati da aziende, mass media, artisti, stilisti (Savonardo, 2013). Nel Ventesimo secolo le pop culture più presenti e potenti sono state, in occidente, quella statunitense e quella britannica, pervasive al punto da penetrare con grande impeto nei mercati culturali orientali, in una dinamica che è stata da molti osservatori ritenuta parte fondamentale del percorso imperialistico delle grandi potenze euro-americane in asia. Da una trentina d’anni a questa parte tuttavia, il Giappone è diventato un’ulteriore diffusore di pop culture a livello internazionale. 

Da J-pop…

L’etichetta col quale si designa una cultura popular tipicamente Giapponese, è J-pop, che inizialmente designava solamente la musica leggera declinata nei vari generi noti in occidente come rock, pop, rhythm & blues, ma ultimamente, sempre in occidente e per esigenze di studio, il termine si è allargato a designare la cultura di massa nipponica nella sua globalità. Secondo Clothilde Sabre (2007) questa particolare forma di cultura pop si origina da un universo mediaculturale avente come base prodotti come manga, anime e videogiochi, la moda associata agli stili urbani che si formano a partire da essi e i gadget relativi al marketing di queste forme. Sviluppato nel paese a partire dal secondo dopoguerra e destinato inizialmente ai giovani, ha visto allargare il suo pubblico, fino a travalicare i confini geografici delle isole Giapponesi. 

Il best of J-Pop 2019,

… a Cool Japan(?)

Prendendo criticamente in considerazione una parte del discorso di Koichi Iwabuchi sul tema, per giustificare il successo oltre il territorio nazionale molti degli elementi della J-pop sarebbero «inodori, privi di fragranza culturale, letteralmente, mukokuseki», cioè privi di quella caratterizzazione fortemente nipponica che consentirebbe una identificazione da parte del pubblico non orientale ma soprattutto una contaminazione e una permeazione degli oggetti culturali non traumatica, sommessa (Iwabuchi, 2002). Ciò avrebbe permesso, secondo l’autore, la creazione di una idea distorta del Giappone, in certi casi una “non idea”, una separazione tra il “Giappone che è” e il “Giappone che viene percepito”, una feticizzazione culturale di un paese che viene rappresentato di riflesso solo per i suoi adattamenti e sincretismi e non per le sue tradizioni, il Cosiddetto Cool Japan. Il termine, coniato nel 2002, è stato usato per la prima volta per esprimere la rapida ascesa del paese del sol levante a superpotenza transculturale, grazie alla sua già ampiamente descritta in precedenza capacità di sincretizzarsi con i paesi e la cultura occidentali. Frutto dunque di un conflitto definitorio della cultura Nipponica, il cool japan è stato descritto come una forma di soft power, ovvero «l’abilità di influenzare indirettamente il comportamento o l’interesse attraverso mezzi culturali o ideologici» (Christine R. Yano, 2009).

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