Il primo maggio apre i battenti a Milano Expo 2015. L’Esposizione Universale, vetrina internazionale da sempre in grado di influenzare la società in molti dei suoi aspetti, quest’anno è dedicata all’alimentazione e al cibo. Dietro allo slogan che la anima, “Nutriamo il pianeta”, ci sono però molte contraddizioni. Il titolo, “Nutrire il pianeta. Energia per la vita”, è un tema che evoca contadini, terreni fertili, prodotti genuini, la salute attraverso il cibo sano e sostenibile. Ma titolo e realtà paiono fortemente in contrasto. Di fatto, nella distesa di cemento che dovrà fruttare centinaia di milioni di euro per coprire le spese di realizzazione e di gestione, i contadini, l’agricoltura sostenibile, i cibi genuini e a chilometro zero si ritaglieranno il ruolo di comparse, dato il peso e la presenza di multinazionali che hanno tutt’altri interessi e finalità.
All’Expo parteciperanno più di settanta multinazionali famigerate per operare in modo poco pulito, dalla Monsanto, la multinazionale dei semi più contestata dai piccoli contadini di tutto il mondo, alla McDonald’s. C’è spazio anche per nomi meno noti come Mekorot, l’azienda idrica di Israele che, sottraendo illegalmente acque dalle falde palestinesi, si è macchiata di gravi violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani. Sul cibo si può guadagnare anche attraverso la speculazione che consiste nel trarre vantaggio sulle variazioni dei prezzi. Una tipica mossa speculativa è quella di comprare una casa a 100 per rivenderla qualche tempo dopo a 110. Anche caffè, cacao, grano, cotone sono acquistati e venduti solo per guadagnare sulle variazioni dei prezzi e ciò spiega perché le borse internazionali, in cui si scambiano prodotti agricoli, siano più affollate da banche e fondi finanziari, che da imprese della filiera alimentare. Nel 2008 la speculazione sui cereali ha provocato un aumento del prezzo del pane che ha fatto passare il numero degli affamati da 900 milioni a oltre un miliardo. Purtroppo tutto si sta trasformando in merce.
Il commercio agricolo mondiale è gestito da varie multinazionali di cui alcune specializzate in singoli prodotti, altre in più di uno. Fra quest’ultime, quattro – Archer Daniels Midland, Bunge, Cargill e Dreyfus – si spartiscono la quasi totalità di cereali, soia e oli di semi. Per via delle loro iniziali esse sono anche collettivamente indicate come ABCD. Tolti i piccoli agricoltori, che producono per sé o per il mercato locale, nel mondo rimangono poche milioni di imprese agricole, che pur essendo di grandi dimensioni, sono in una posizione di forte dipendenza nei confronti delle imprese chimiche, che impongono prezzi elevati sui loro prodotti. Durante la rivoluzione verde degli anni ’60, le multinazionali giustificavano l’introduzione dell’uso massiccio di input chimici, con la promessa di eliminare la fame nel mondo. A quel tempo, c’erano 60 milioni di affamati; dopo cinquant’anni di questo modello predatore, oggi, secondo la FAO, siamo vicini al miliardo di persone che soffrono la fame, ogni giorno.
Il 1 Maggio, stop the work! Quest’anno in modo particolare…
Anna DB

































