Viviamo in una società fortemente secolarizzata, ciò vuol dire che la religione è arretrata a tal punto da essere confinata a gruppi ristretti di persone che la praticano nella loro quotidianità. In realtà, sebbene gran parte delle persone oggi non pratichi la religione e tantomeno sia religiosa, continuano a perdurare fenomeni di religiosità, che può manifestarsi sia a livello intra-individuale, sia a livello extra-individuale. Nonostante le varie forme specifiche di religiosità che si riscontrano nelle società contemporanee siano esperienze in sostanza eterogenee e diversificate, occorre precisare che le loro proprietà formali rimangono pressoché invariate al variare del tempo e dello spazio; questa precisazione ci aiuterà a comprendere il perché nelle società contemporanee la religione e la religiosità permangono, anche se a un livello più latente e difficilmente individuabile e definibile tramite le categorie tradizionali. Ci occorrerà, per fare questo, utilizzare l’armamentario sociologico proposto dal sociologo francese Émile Durkheim. Per questo faremo uso della sua definizione di religione da cui trarremo alcune conclusioni, tra le quali delle proprietà dette “formali”.

Proprietà formale n° 1: solidarietà

Una religione è un sistema di credenze e di pratiche relative a cose sacre, proibite; credenze e pratiche che riuniscono in una stessa comunità morale, chiamata chiesa, tutti coloro che vi aderiscono”. Così Durkheim definisce la religione nella sua opera “Le forme elementari della vita religiosa” (1912), dove aggiunge che essa dev’essere “cosa eminentemente collettiva”; questo è infatti il carattere specifico della religione, la sua proprietà formale elementare, che la caratterizza per il suo contributo alla solidità (solidus) o solidarietà della società. È la società, infatti, per il sociologo francese, ad essere venerata, contemplata e sacrificata; questo significa che la società possiede il particolare privilegio di avere carattere di sacralità e di non essere altro che mero oggetto degli individui delle loro esigenze personali. Essa è, per così dire, un’entità che – proprio come è definito spesso dio – trascende i singoli, lo spazio e il tempo; sopravvive alle scosse del mutamento conservando immutate (per certi lunghi periodi storici) le sue strutture. Essa è, in estrema sintesi, qualcosa che ha lo statuto ontologico di genere proprio, un’entità a parte rispetto ai membri che la compongono. In altre parole, gli individui venerando dio, venerano la società. Della religione intesa in questo quadro, fanno parte i rituali delle religioni “fai da te” che si propagano proporzionalmente all’individualismo classico, inteso in questo senso come tendenza alla “personalizzazione” delle credenze e dei valori. Per dirla con un famoso studioso del rapporto tra secolarizzazione e modernità Charles Taylor, la scelta a cui siamo chiamati non è tanto tra “il credere e il non credere, quanto piuttosto l’alternativa è tra il credere in qualcosa e il credere in qualcos’altro”; perciò questo progressivo individualizzarsi delle credenze mina forse alla base solidale della prima proprietà formale della religione.

Proprietà formale n° 2: regolazione

Seconda proprietà formale che è la regolatività delle attività religiose, secondo la quale ogni rituale pratico delle religioni ha a che fare con un’uniformità di comportamento dei membri della chiesa. Sebbene le pratiche (la prassi) delle religioni nel mondo siano alquanto diversificate nel loro contenuto, possono essere individuate delle costanti nella loro formalità, e dunque è possibile registrare, astraendo dai contenuti particolari, delle proprietà regolative come: la norma del silenzio in certi momenti, l’istituzione del digiuno, la danza, il canto, etc. Per questo, anche quelle religioni che si vogliono proclamare come “secolarizzate” e prive di “contenuto trascendentale”, conservano di per sé un’intrinseca tendenza a darsi delle regole di gruppo.

Proprietà formale n° 3: casualità

Anche questa terza proprietà delle religioni “secolarizzate” ha a che fare con la natura regolativa dell’universo, dunque a vedere nell’infinito una costante regolativa che permette di registrare allo stesso modo ciò che non può essere considerato intelligibile dalla ragione o dalle capacità conoscitive proprie dell’essere umano; in questo senso, dobbiamo considerare il “caso” come l’eccezione che conferma la regola e al tempo stesso come casualità dipendente da una qualche forma di ente trascendente. Questa esperienza particolare è distorta nella sua dimensione essenziale, poiché l’individuo non si capacita di cogliere dall’esistenza quel nesso relazionale che ne causa un’esperienza piacevole: si tratta di un’esperienza che non tiene conto del tutto, di ciò che circonda il contesto relazionale in cui l’individuo è gettato, il quale crede che quella del caso sia un’esperienza unica e irripetibile, quando in realtà si tratta di uno dei tanti modi possibile con cui l’esistenza si dà a noi, e noi abbiamo accesso ad essa; in un gioco che il filosofo e psicanalista esistenzialista Karl Jaspers ha chiamato “lo scacco dell’esistenza”.

Proprietà formale n° 4: limite

Quando Kant scriveva la “Critica della ragion pura” stava postulando in realtà l’esistenza di un limite endemico nell’essere umano: è infatti interno e proprio di questo essere che la realtà conoscibile è circoscritta alle sue facoltà cognitive. È proprio vero ciò che diceva a riguardo; difatti l’atto della creazione di Dio, se vogliamo metterla in questi termini, consiste nella relazione tra due concetti che ogni religione esprime e che Durkheim ha sussunto nelle espressioni di “sacro” e “profano”. Oltre a ciò, naturalmente, va detto che Durkheim non si esprimeva a riguardo della verità e della falsità delle religioni, quanto piuttosto di “come le persone credono a tali verità o falsità“. In aggiunta a questa proprietà formale della religione va detto anche che le religioni, indipendentemente dal modo in cui si esprimono nei vari contesti concreti, rispondono sempre e comunque a questo bisogno essenziale di fornire una risposta all’esperienza limitante e limitata della vita umana. Ed è nella società, nell’Alter, che l’individuo trova risposta (più o meno provvisoria) a questa domanda dissacrante.

Proprietà formale n° 5: categorie

L’ultima proprietà formale è il rapporto e il ruolo che assumono le categorie nella teoria in Kant e Durkheim. Per Kant, le categorie delle facoltà umane sono universali e necessarie e non attingono dall’esterno la loro costruzione; mentre per Durkheim le categorie sono sociali e solamente sociali, ed è tramite la socializzazione che l’individuo interiorizza tali categorie e le fa proprie. In questo modo i filtri interpretativi che l’individuo adotta per dare ragione (razionalizzare) ai grandi temi dell’esistenza umana sono propri della società, in quanto essa è qualcosa che trascende i singoli e che, come detto in precedenza, ha lo statuto ontologico “sui generis”. Le categorie religiose, come le categorie conoscitive, sono allora un prodotto della società che gli individui introiettano e assorbono e non il contrario. La religione, ad avviso dello studioso francese, è dunque un prodotto sociale e le categorie gli appartengono in quanto tali.

Paolo Mezzetti

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