Quartieri degradati in Italia, ghetto negli Stati Uniti, banlieue in Francia, problemområde in Svezia, favela in Brasile, villa miseria in Argentina, problemquartier in Germania, bairro degradado in Portogallo, ciudad perdida in Messico, varosin in Turchia: sono luoghi noti, per chi vive al loro interno o all’esterno, come zone senza legge, residenze problematiche, no-go zone, territori della deprivazione e dell’abbandono, i quartieri selvaggi della città da temere e da cui fuggire, perché rappresentanti focolai di violenza, vizio e dissoluzione sociale (Wacquant, 2012).

La mia città senza pietà, la mia città, ma com’è bella la mattina quando si accende, quando si sveglia e ricominciano i rumori, promette tante cose. […] Dove sarà questa città? È sparita senza pietà”. Luca Carboni.

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Devianza quotidiana

Le disparità tra i gruppi sociali trovano riscontro nelle collocazioni spaziali degli abitanti sia nella città, sia all’interno di un edificio o di un complesso di edifici; ciò deriva da un’azione congiunta di diversi fattori: distribuzione dei valori fondiari, instabili equilibri tra domanda/offerta di abitazioni, ineguale localizzazione di produttività e servizi a cui si aggiungono cause di carattere politico-amministrativo (pianificazione e regolazione pubblica), socio-culturale (propensione di tipologie di soggetti ad aggregarsi/allontanarsi in/da specifici ambienti) (Mela, 2015). Ad esempio, le zone adiacenti alle stazioni ferroviarie sono tristemente conosciute come degradate e caratterizzate da problemi sociali. La stazione è un luogo liminale di partenze, ritorni, difficoltà socio-economiche e culturali. Prostituzione, vagabondaggio, spaccio di droga, risse, violenze, rapine, scippi rientrano nella quotidianità di chi vive quei posti sia come residente, lavoratore, che di passaggio o pendolare.

Tipologie di residenti

Seguendo la definizione di “Urban villagers” di Gans (1978), zone problematiche sono animate da tre tipologie di residenti:

1. I componenti di quartieri etnicamente connotati: gruppi etnici che hanno trovato in zone dell’area centrale un modo di vivere in modo analogo a quello che conducevano;
2. Gli emarginati, i poveri, i disabili,  le famiglie divise;
3. Gli intrappolati e i mobili verso il basso: persone rimaste bloccate in condizioni svantaggiose e, nell’attuale localizzazione, tendono ad aggravare la loro qualità di vita, perché, per diverse motivazioni, non possono permettersi il trasferimento.

Società locale

Il quartiere è luogo di organizzazione collettiva di traiettorie quotidiane, funge da mediazione tra singoli, gruppi e città (Mela, 2015). La città rappresenta lo spazio-tempo in cui si entra in relazione con la diversità, s’impara a convivere con lo straniero, si riconosce la legittimità di ogni individuo presente (Bergamaschi, 2008); è un sistema sociale integrato e di grande complessità, una società locale (Bagnasco, 1999) in cui determinati fenomeni si creano e sviluppano, influenzati da risorse e vincoli, in un continuo ciclo di trasformazione (Gelosi, Totaforti 2011). È  la rappresentazione simbolica di un nuovo mondo (Mumford 2008: 12) dove le migrazioni si presentano come uno dei fattori più visibili e controversi di cambiamento delle nostre società: negli spazi urbani, nel mercato del lavoro, nelle scuole, nei luoghi di ritrovo e di aggregazione, nei circuiti delle attività illegali avvengono sostituzioni e mescolanze di vecchi/nuovi protagonisti (Ambrosini, 2008). Da luogo d’incontro sicuro, protetto e conosciuto è divenuta spazio di contesa, insicurezza e conflitto (Mantovan, Ostanel 2015).

Marginalità avanzata

Una situazione di marginalità ha di frequente connotazioni spaziali, cioè si esprime e riflette in termini di morfologia sociale (Gallino, 1988). Quali fattori influiscono sulla costituzione del degrado? In primis, la globalizzazione, l’influenza dei media che creano aspettative di benessere verso il paese d’accoglienza, prezzi bassi degli appartamenti, vicinanza alle stazioni ferroviarie, disponibilità di alloggi e frequente ricambio di chi vi vive. La spiegazione delle migrazioni necessita di un approccio multicausale dovuto all’intreccio di una serie di elementi che possono assumere un peso diverso nei vari periodi storici: squilibri socio-economici e politici, conflitti armati, circolazione delle informazioni, domanda permanente di lavoro immigrato inerente alla struttura delle nazioni sviluppate (Piore, 1979), rapporti tra paesi, dispositivi normativi, comunanza linguistica, fattori ambientali (ad esempio, dissesti idrogeologici), soggettivi, familiari (Ambrosini, 2008).

Mostri sociali globalizzati e giungle urbane

Le nuove migrazioni hanno prodotto degli spazi ad alte eterogeneità e fragilità che, a loro volta, hanno generato una profonda sensazione di timore ed inadeguatezza: una società anoressica basata sul rifiuto delle marginalità e di ciò che è individuato come pericoloso, diverso, estraneo (Mantovan, Ostanel 2015). Interconnessione di differenti culture locali e sviluppo di culture non ancorate a un territorio assumono la forma di ibridi culturali, una sorta di creolizzazione della cultura stessa (Bagnasco, Barbagli, Cavalli 2007). La prossimità spaziale tra i gruppi di recente immigrazione ed i residenti ha rappresentato un’accentuazione del conflitto, sollecitando l’intervento pubblico e la riqualificazione urbanistica (Mela, 2015). Conseguentemente sono aumentate le politiche a tolleranza zero. Si sono costituiti  mostri sociali globalizzati  in cui convivono “normalità” e devianza: la connotazione del disagio diventa ghettizzante. Marginalità avanzata: l’espressione che racchiude al meglio le problematiche sociali situate in precise zone, delinea il regime di relegazione socio-spaziale e di chiusura escludente (Weber, 1978). I casi di cronaca ed i racconti dei cittadini testimoniano l’estrema efferatezza degli illeciti. Secondo Durkheim (2016) è impossibile una società senza devianza e si rimanda ad una responsabilità collettiva che coinvolge tanto le istituzioni, quanto i cittadini (Weber, 2003): una sorta di giungle urbane.

Interpretazioni sociologiche del fenomeno

Dal punto di vista sociologico, i problemi circoscritti in determinati quartieri sono riconducibili ad alcune teorie:

1. La teoria dell’associazionismo differenziale di Edwin Sutherland e Donald Cressey (1947) utilizza il conflitto culturale per spiegare la criminalità, ossia il deviante è posseduto da asocialità e la povertà crea devianza. Gli autori evidenziano come il comportamento criminale venga appreso nell’ambiente sociale, nell’interazione con i gruppi e mediante un processo di comunicazione: è la conseguenza di un conflitto di valori tra il soggetto ed il suo gruppo di riferimento e la società. Un individuo diventa criminale quando le interpretazioni sfavorevoli nei confronti del rispetto della legge sono più forti di quelle favorevoli. Questo costituisce il principio dell’associazionismo differenziale (Sutherland, Cressey 1947: 77-79). Le criminalità ed altre forme di comportamento deviante sono il prodotto di situazioni, opportunità e valori.

2. La teoria dell’anomia è legata a Èmile Durkheim (2001; 2007; 2016), Talcott Parsons (1967; 1987) e Robert Merton (2000). Il concetto di anomia esplicita deregolamentazione, disgregazione ed inefficacia delle norme determinanti un aumento della devianza: una patologia permanente delle società moderne. Essa è strettamente correlata a perdita di punti di riferimento, disorientamento e complessità della società. Gli individui seguono diversi modelli di comportamento per adattarsi ai valori culturali come la conformità, la condivisione, lo smarrimento, il ritualismo, la rinuncia, la ribellione esplicitata nel rifiuto e nella sostituzione di mezzi e fini.

3. La teoria della subcultura della delinquenza di A.K. Cohen (1955; 1969) in cui  il comportamento criminale è frequente nei giovani maschi che si organizzano in bande: provocare disagio e oltraggiare i valori della classi medie rappresentano le soddisfazioni principali. Viene creato un nuovo sistema di valori non convenzionali in modo da ottenere uno status riconoscibile, trasmettibile ad altri soggetti e generazioni mediante atteggiamenti non utilitari, prevaricatori e negativi. Tutti i giovani sono alla ricerca di uno status, ma non tutti possono competere per raggiungerlo, avendo opportunità diverse; ciò determina frustrazione e necessità di modificare i mezzi per raggiungere tale status, sino alla costituzione di una nuova forma culturale: la subcultura della delinquenza.

4. La teoria delle opportunità differenziali di Cloward A. e L.E. Ohlin (1960) focalizzata sulla discriminazione di accesso tra classi medio-alte e basse alla struttura legale ed illegale, evidenziando una connessione povertà-delinquenza (Malizia, 2013); quindi ogni forma di subcultura delinquenziale dipende dal grado d’integrazione presente nella comunità. Gli autori proposero tre tipi di gang delinquenziali che si originano nella struttura illegittima delle opportunità:

· La subcultura criminale, in cui le bande fungono da apprendistato per attività illegali da svolgere in età adulta;
· La subcultura conflittuale, all’interno di una comunità disgregata, determina comportamenti incontrollati finalizzati all’ottenere rispetto attraverso qualsiasi mezzo violento;
· La subcultura astensionista, in cui i giovani non sono riusciti ad imporsi, assumono droghe, svolgono attività per recuperare denaro ed assumere nuovamente sostanze stupefacenti. Inoltre altre teorie sottolineano la scarsa sicurezza in se stessi ed il passaggio dall’età adolescenziale a quella adulta nell’entrata di soggetti in bande devianti (Hall 1966; Block e Nierderhoffer 1958]).

Dal presente alle prospettive future

Premettendo che i “buoni” ed i “cattivi” si trovano ovunque prescindendo dall’appartenenza culturale, si è concretizzata la stigmatizzazione e l’etnicizzazione del pericolo (Mantovan, Ostanel 2015) con ulteriore spinta alla marginalizzazione. Si è sviluppata la percezione di normalizzazione della criminalità presso determinati quartieri e zone vicine alle stazioni ferroviarie. La fragilità della città dipende da una sovrapposizione di fattori architettonici ed urbanistici (abitazioni in condizioni inadeguate, povertà dello spazio pubblico), socio-demografici (forte presenza di anziani, disoccupati, famiglie a basso reddito), culturali, a cui vanno aggiunti l’influenza della criminalità organizzata e la diffusione di attività illegali (Mela, 2015). È necessario trovare un equilibrio tra la sorveglianza dell’accesso al territorio nazionale, il pacchetto di diritti delle convenzioni internazionali, elementi correlati a richiedenti asilo, rifugiati, stranieri residenti anche temporaneamente, compresi coloro che si trovano sprovvisti di regolari autorizzazioni al soggiorno (Ambrosini, 2008). Il sistema giuridico merita alcune revisioni finalizzate alla sicurezza sociale della collettività (ad esempio, il binomio arresto-immediato rilascio non funziona). Il degrado esistente dev’essere sanato, rafforzando alcuni interventi già attuati come la presenza 24 ore su 24 di presidi militari. Forse è utopico poter pensare che se ogni persona avesse l’opportunità di un lavoro che permetta di vivere dignitosamente e di avere un tetto sopra la testa, probabilmente esisterebbero meno spietatezze, mostri sociali globalizzati e giungle urbane.

Arianna Caccia

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