L’empatia è da sempre una fonte prolifica di dibattito nel campo della sociologia. Già dai tempi di Weber (Erfurt 1864 – Monaco di Baviera 1920), si parlava di ”comprensione empatica”, un basilare processo di interazione che consente agli individui di comprendere ed interpretare le azioni degli altri da un punto di vista non interno a chi osserva ma a chi agisce.

Egli affermava che il compito del sociologo è proprio quello di cercare di entrare nella prospettiva degli individui coinvolti per comprendere meglio l’intenzione soggettiva dietro le loro azioni. Per Weber il sociologo doveva estraniarsi dalla neutralità e mettere in atto la “sympathetic understanding” (comprensione simpatetica), secondo la quale il ricettore di informazioni deve mantenere un atteggiamento di apertura e sensibilità tale da rendere più fluido lo scambio reciproco di comunicazione.

Il sé come riflesso sociale

Ma Weber non fu l’unico: anche Charles Horton Cooley (Ann Arbor, 1864 – 1929) sviluppò teorie essenziali per l’evoluzione del concetto di empatia. Cooley sosteneva che la formazione del concetto di sé di un individuo è influenzata in modo particolare dalla percezione reattiva degli altri nei suoi confronti. Ogni individuo sviluppa un concetto di sé basato sul modo in cui crede che gli altri lo vedano.

Charles Horton Cooley, sociologo americano dell’Ottocento l'empatia
Charles Horton Cooley, sociologo americano dell’Ottocento

Di qui l’elaborazione della teoria del riflesso speculare, che sottolinea come l’individuo sia obbligato ad osservarsi “riflesso” negli occhi degli altri durante qualsiasi tipo di interazione sociale. Pertanto il sociologo ha introdotto il concetto di “immaginazione simbolica”, che si riferisce alla capacità di immedesimarsi nell’esperienza esistenziale degli altri per vedere il mondo dalla loro prospettiva. Questa capacità è fondamentale per comprendere il modo in cui gli altri ci percepiscono e per sviluppare un concetto personale del sé. Per Cooley il sé non nasce da una riflessione individuale ma si sviluppa soprattutto in relazione agli altri e alle risposte che si ricevono dall’esterno.

L’Empatia nella cultura contemporanea

C’è da ammettere però che se tempo fa l’empatia era considerata un sano principio che incoraggiava la propagazione di compassione e comprensione, ad oggi le cose sono cambiate. La giusta diffusione dell’importanza di questo sentimento umano ha fatto sì che – come per qualsiasi altra cosa ingranditasi socialmente a macchia d’olio – si potesse far luce sui suoi aspetti negativi esattamente come su quelli positivi.

Nella cultura contemporanea si è dato molto spazio all’esperienza empatica, così tanto che l’evoluzione progressiva di questo sentimento ha creato terreno fertile per una particolare attitudine di elitarismo quasi occulto tra chiunque è convinto di possederlo.

L’enfasi sull’empatia degli ultimi anni è cresciuta a tal punto da creare una sorta di allerta per discernimento nei confronti di chi si definisce empatico. I nuovi empatici fanno infatti leva su una costante accessibilità e sulle proprie risorse come un pozzo senza fondo mettendo in atto una serie di comportamenti prescritti e devoti per aderire ad una modalità di pensare e di vivere che ricordano quelli di una vera e propria setta. Da qui la loro celebrazione dell’empatia come assoluta risoluzione a questioni sociali, così da incoraggiare e dare più spazio alle emozioni altrui ed elevarle sopra ogni cosa.

L’Empatia: critica al nuovo elitarismo sociale

Questa focalizzazione astratta sul sentimento empatico ha creato un paradosso: invece di promuovere l’intrinsecamento di esperienze umane tramite la comprensione, gli ”elitaristi dell’empatia” si ritrovano ad aderire ad una sua versione performante, dando così poco spazio alla vera condivisione di genuini impulsi emotivi e molta importanza alla proiezione di un’immagine di preoccupazione e compassione, succubi di una necessità assai velenosa di approvazione esterna. Questa versione dell’empatia non solo spinge rovinosamente giù chiunque danzi per predisposizione sull’orlo del superficiale, ma porta anche all’assenza di convivialità tra persone, la base primaria di qualsiasi struttura sociale.

In più, la polarizzazione tra ”elitaristi dell’empatia” e ”veri empatici” esclude e crea astio nei confronti di una terza categoria: i non/poco empatici. Le persone che ricadono in questa categoria sono soggette a pungenti critiche perché considerate non all’altezza di chi possiede (o possiede performativamente) la capacità di immortalarsi nell’esperienza di vita di un altro individuo. Ma non è così: troppo spesso si pensa che la quantità di empatia che una persona possiede sia indicativa di bontà o cattiveria. Tuttavia, ci sono molte persone ”non buone” perfettamente capaci di provare empatia e coscienti di ciò che è moralmente giusto o sbagliato.

Critica all’empatia. Conclusioni

La questione è semplice: essere una brava persona è una scelta, la quantità di empatia che si possiede non lo è. L’empatia è una capacità virtuosa che colma lacune e garantisce legami fluidi tra le persone. Tuttavia, è bene guardare con occhio critico l’ascesa del senso di performance sulla consistenza dei sentimenti, soprattutto per non cadere nella trappola dell’imitazione e per evitare – per quanto possibile – la crudele circoscrizione sociale di chi percepisce le cose in maniera diversa, con un distacco stoico che non è nocivo. Se vogliamo risparmiarci l’esperienza di ritrovare l’inferno sartriano dentro gli altri, è importantissimo ad oggi ricordare che l’empatia senza inclusione crea uno sbilanciamento che la nostra generazione già assai frammentata non si può assolutamente permettere di alimentare.

Sara Ricci

Riferimenti

  • Weber, M. (1922). Economia e società: Trattato di sociologia comprensiva (Vol. 1-2). Tübingen: J.C.B. Mohr (Paul Siebeck).
  • Cooley, C. H. (1902). Human Nature and the Social Order. New York: Charles Scribner’s Sons.
Print Friendly, PDF & Email