Ciò che gli studi post-coloniali ci insegnano possiamo sintetizzarlo così: il sapere tecnico, avalutativo, oggettivo, astorico si fonda su a priori che hanno posizioni, funzioni e effetti politici. La verità, in qualsiasi disciplina, non si scopre; si costruisce. Dietro le verità “scoperte”, presentate come dati di fatto neutrali, c’è sempre un rapporto di forza sociale.

Ognuno di noi guarda al mondo da una prospettiva che, volente o nolente, è di parte. In questo senso noi produciamo il mondo sociale; lo produciamo attraverso una definizione comune di significati, e, simultaneamente, la nostra soggettività si produce attraverso di esso. Non c’è contrapposizione tra individuo e società; attraverso le relazioni e le interazioni sociali si è continuamente in fase di soggettivazione, di costruzione del sé. Qualsiasi differenza o identità non è mai qualcosa di immutabile, qualcosa che appartiene essenzialmente alla cosa o ai soggetti; siamo sempre noi a marcare una differenza o delineare un’identità. Non si tratta di un atto volontario, si tratta dell’ordine del discorso in cui ci troviamo inseriti, attraverso cui percepiamo alcune differenze anziché altre, alcune somiglianze anziché altre; apriamo e chiudiamo punti di enunciabilità e di visibilità.

Comprendere ciò significa liberarsi da tutte quelle verità metafisiche che vogliono imporre con “violenza epistemica” e “violenza simbolica” le proprie verità parziali come verità totali. I lavori di Edward Said, Chandra Talpade Mohanty, Abdelmalek Sayad, Sandro Mezzadra ed altri hanno in comune proprio l’obiettivo di mostrare la parzialità e le funzioni assoggettanti di quei saperi che si presentano al mondo come imparziali e oggettivi.

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Nel laboratorio della produzione

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Da questa premessa possiamo muovere un secondo passo e andare ad osservare cosa accade in quello che Marx chiamava il “laboratorio della produzione“. Un campo di indagine molto efficace per attuare un’analisi delle condizioni materiali che comportano la produzione di relazioni di potere, regimi di verità e gerarchie dei saperi. Queste produzioni, essendo innestate all’interno delle funzioni e capacità cognitive dei soggetti – ovvero nei modi di pensare e agire – assumono un ruolo centrale tanto quanto (se non di più) la produzione di merci. La contrapposizione uomo-macchina nel capitalismo cognitivo viene sostituita dall’incorporazione della macchina da parte dell’uomo: il lavoratore non produce entrando in rapporto con una macchina esterna ad esso (si pensi alla figura dell’operaio classico nella fabbrica taylorista), ma attraverso strumenti che appartengono alla sua stessa soggettività, come per esempio la conoscenza. Il controllo delle verità socialmente riconosciute come tali diventa ancora più fondamentale che in passato. Di conseguenza, è facile comprendere come e perché i dispositivi di controllo sono molto cambiati nel corso degli ultimi anni. La differenziazione escludente delle soggettività attraverso i confini geo-politici, culturali, sociali, religiosi e così via, a cui gli studi post-coloniali fanno rifermento con il concetto di intersezionalità, hanno effetti discriminatori di classe, di razza e di genere, e producono gerarchie sociali che rendono alcuni soggetti più vulnerabili di altri.

Intersezionalità

Procedendo schematicamente, rispetto alle differenze di genere, classe e razza possiamo mostrare quelli che sono i principali dispositivi che, tracciando e intersecando i confini, rendono possibili tali meccanismi.

1.    genere-famiglia; le differenze di genere si sono costruite attraverso un confine tra la produzione (lavoro), storicamente affare del “maschio”, e la riproduzione (cura e gestione degli affari domestici), storicamente affare della “femmina” e considerato come “non-lavoro“. Ciò ha comportato il disconoscimento della fondamentale funzione della donna nel determinare la stessa possibilità di produrre secondo il modo capitalistico; infatti appare evidente che senza riproduzione non potrebbe esserci produzione, e che molto spesso non è possibile tracciare una linea di separazione netta tra le due fasi. La famiglia patriarcale è il dispositivo principale per rendere apolitica la vita privata dei cittadini, ovvero, per dirla senza troppi giri di parole, il luogo in cui la produzione sociale di valore non viene riconosciuta, quindi, pagata.

2.    razza-confine nazionale; in questo caso la relazione appare veramente molto evidente: il confine ha la funzione di creare una delimitazione artificiale utile a demarcare un dentro e un fuori, in modo tale da far diventare i migranti, nel momento in cui attraversano la linea, forza lavoro ricattabile da cui ottenere condizioni di lavoro più flessibili di quanto sia possibile con l’assenza del confine e in condizioni di minore subordinazione sociale.

3.    classe-proprietà privata; la proprietà privata è un confine utile per estrarre valore dalla cooperazione sociale e dalle risorse naturali. Un confine che, per quanto riguarda i beni immateriali, cioè quei beni che per loro natura non sono né esauribili né soggetti a deterioramento (si pensi, per esempio, alla conoscenza), ha la funzione di produrre scarsità di beni in modo tale da produrre soggettività disponibili a scambiare il proprio tempo con un salario che non corrisponde all’effettiva produzione.

Dunque, le condizioni d’esistenza del mercato, lungi dall’essere qualcosa che l’uomo produce naturalmente, devono essere continuamente riprodotte in modo artificiale attraverso istituzioni sociali come la famiglia patriarcale, il confine nazionale e la proprietà privata; istituzioni che, come gli studi post-coloniali hanno evidenziato, sono espressione della perenne intersezione di violenze e di rapporti di forza storicamente determinati.

Antonio Di Stasio

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