La sociologia della musica studia le relazioni esistenti tra i diversi fenomeni musicali e i contesti sociali in cui essi si manifestano. I linguaggi musicali assumono, da sempre, un ruolo significativo nei processi di costruzione sociale della realtà e dell’immaginario individuale e collettivo. Non deve sorprendere quindi il successo di LIBERATO, cantante e artista napoletano tornato sotto i riflettori con il suo ultimo disco “LIBERATO II”. Il suo ultimo successo PARTENOPE gioca con i sentimenti d’appartenenza e la cultura del popolo napoletano. In brevissimo tempo è salito nella classifica delle tendenze musicali di youtube diventando una vera hit.
Come accennato sopra, LIBERATO è un cantante ma anche un artista a tutto tondo. Non solo è bravo a giocare con i linguaggi musicali ma ha dato prova di sapere il fatto suo anche dal punto di vista comunicativo. Sebbene la lingua di composizione dei suoi testi sia principalmente il napoletano, è solito mescolare ai suoi testi parole o intere frasi in lingua italiana, inglese, francese e spagnola. Inoltre, LIBERATO ha scelto di mantenersi anonimo: un capriccio personale o una fantastica scelta di marketing alla Lenny Belardo, il papa di Jude Law in the young pope.
In una intervista rilasciata tramite posta elettronica al periodico musicale Rolling Stone, egli ha espresso solo poche informazioni su di sé alimentando ancor di più il mistero attorno alla sua vera identità. Questo ne ha fatto un tratto distintivo della figura di LIBERATO, al punto da apparire in pubblico esclusivamente incappucciato, accompagnato da sosia o celato da uno schermo.
Il videoclip “Partenope”
Proviamo a fare un esercizio di interpretazione. Guardiamo, o meglio, iniziamo a studiare il videoclip nella sua interezza: musica, simbologie, riferimenti culturali e tentiamo di capire perché questo videoclip ha avuto molto successo con un approccio da sociologia del profondo.
Partiamo dai primi secondi di silenzio. Un membro della corte porta, su un carrello traballante, del pesce cotto al re di Napoli. Mentre mangia – senza posate ma direttamente con le mani, simbolo già di una efferatezza ferina – d’improvviso sente in bocca qualcosa di strano, di duro, fuori posto nell’atto del pasto. Trova un anello, molto raffinato, con una perla incastonata, e lo indossa. Non sa – e non può sapere – che appartiene alla sirena Partenope. Percependo questo atto di appropriazione la sirena sceglie di levarsi dalle acque e andare a riprendersi il suo tesoro.
Simbologia di LIBERATO: il potere dell’anello
Già in questa scena notiamo i primi elementi del video: siamo a Napoli, probabilmente intorno al 1800 dati i costumi e le atmosfere. Il re rappresenta l’invasore che viene da lontano per sottomettere la città col suo popolo. L’anello, storicamente e sociologicamente, è simbolo di potere. Pensiamoci: l’anello del potere di Sauron che sottomette tutti gli altri nella narrativa Tolkeniana, l’anello ancestrale simbolo dell’ordine cosmico del videogioco Elden Ring, ma anche, banalmente nel nostro quotidiano, l’anello di fidanzamento o di matrimonio. Il potere relazionale che si materializza in un oggetto che sugella un patto o un contratto. Un pegno d’amore, certo, ma anche una relazione di potere: un reciproco “io ti appartengo”, che si realizza quasi sempre in una relazione di potere sbilanciata a favore dell’uomo.
L’anello del potere di Sauron, maggiore antagonista della saga del Signore degli Anelli di Tolkien
La sirena Partenope però emerge dalle acque, e medita vendetta. Perché? Alla luce del significato simbolico descritto poc’anzi, l’anello è sì un tesoro materiale ma riguarda anche il popolo napoletano. L’anello è dunque sia patto che allegoria di più ampio significato: Partenope vuole proteggere il suo popolo. La sirena è legata storicamente a Napoli ma è interessante il fatto che è una figura femminile a contrastare il potere rappresentato da un uomo… e non è un caso se ci viene presentata una relazione mostro (femminile)- mostro (maschile). Chiariamo questo passaggio.
I mostri e le donne
Non è un caso se tendenzialmente si accosta la figura del mostro con quella della donna. Fin dai loro albori [1] le società umane hanno inserito la donna coi suoi elementi caratterizzanti nell’elenco dei fattori oppositivi costituenti l’alterità. Come altre figurazioni e realtà percepite dai popoli di ogni dove, le donne si sono ritrovate parte di un mondo di giudizi e inquietudini che le hanno portate spesso ad assumere ruoli di antagonismo nei confronti degli eroi, sia nei miti che nelle narrazioni in generale. Questo è dovuto allo stretto legame del femminile con il concetto di natura. La natura, per gli antichi, era il luogo dell’espressione divina, esso stesso regno di paure e stupore, una sorta di madre mostruosa da cui traggono origine sia l’uomo che tutto il resto del creato.
Non deve sorprendere dunque se nelle esplorazioni, nelle descrizioni di popoli sconosciuti e luoghi lontani si faccia spesso riferimento a creature ibride e mostruosità dall’aspetto e dalle movenze femminee: l’alterità incarnata dalla donna altri non è che un eco di quella madre natura accogliente e allo stesso tempo seducente, che si opponeva alla figura dell’uomo, dell’eroe, che lottava con essa per raggiungere la sua maturità.
Le sirene e Odisseo. Stámnos attico a figure rosse rinvenuto a Vulci – V secolo a.C. (British Museum)
L’essere femminile: creazione e distruzione
Questa aspetto dicotomico della visione del mondo che vede l’umanità in opposizione alla natura nasce proprio in questo periodo: nel mondo greco, infatti, la natura era percepita come una totalità in divenire, dotata di un proprio ordine e intelletto con leggi che potevano essere decodificate. Ma se negli ultimi secoli l’umanità si è contrapposta all’animalità (Marchesini, 2017), in quel tempo e per quei popoli antichi gli animali avevano un’importanza cruciale, tanto da essere il perno immaginifico da cui far scaturire tutte le fantasmagorie chimeriche.
Queste cosiddette chimere risultano essere fin dalla loro concettualizzazione la rappresentazione dell’impossibile che diventa realtà, dell’incubo e dell’assurdo incarnato. L’infinito sconosciuto delle possibilità offerto dall’essere femminile col suo atto di creazione e distruzione spaventa e incanta. Ecco perché esistono diversi esempi nella cultura mondiale di creature del genere. Le loro caratteristiche peculiari, inoltre, ne hanno permesso una costante rimediazione (Bolter, Grusin, 2003) nei secoli successivi attraverso i media e in ogni tipologia di narrazione.
Le Sirene
Veniamo al punto. Tra le tante creature che possono essere annoverate in questa descrizione ci sono, appunto, le sirene: altre creature molto legate all’elemento dell’acqua che nel corso dei secoli hanno avuto diverse rappresentazioni. Nell’antichità venivano rappresentate come demoni-uccelli marini dal volto femminile che stanziavano sugli scogli e attiravano i marinai attraverso il loro bel canto. Esse vennero risemantizzate successivamente in queste fattezze in epoca tardo-romana come Arpie, perdendo la capacità del canto e acquisendo la bestialità tipica dei rapaci. Solo attraverso la testimonianza scritta del Liber monstrorum dell’inizio del VIII secolo d.c. che ne abbiamo figurazione come donne-pesce.
Nell’immaginario collettivo la figura delle fanciulle dalle fattezze ittiche prese il sopravvento grazie alla fortuna e la diffusione capillare della favola de La sirenetta di Hans Christian Andersen prima e della versione omonima animata della disney poi. In tempi recenti il cinema ne ha riproposto sia le fattezze mostruose che la bellezza sovrumana nelle narrazioni fantasy e negli sci-fi (ne sono un esempio Harry Potter e il calice di Fuoco del 2005, Pirati dei caraibi: oltre i confini del mare del 2011, la serie tv italiana Sirene del 2017 e la serie tv statunitense Siren del 2018).
L’attrice Eline Powell nei panni di Ryn, la creatura protagonista della serie tv Siren
Ancora con questa chimera si sugella il rapporto conflittuale con la natura e la sua pericolosità: le fanciulle, ferali, passionali, nella mentalità greco-antica sono espressione di una natura oscura, che allontana dall’intelletto e instilla paure e indecisioni. Alla luce di tutto questo non è difficile comprendere e collocare queste figure nel rapporto tra il mare e la dimensione dell’eros, molto sentito nelle civiltà antiche (Ieranò, 2021, p.54).
[1] Si fa qui riferimento all’origine della società patriarcale che avviene, secondo Sebastian Kraemer nel suo testo The Origins of Fatherhood: An Ancient Family Process, con l’avvento del concetto di paternità, nel 4000 a.c.
Il teatro e la rivoluzione
Proseguendo nella visione del videoclip notiamo che a partire dal minuto 1:20 e alla fine di ogni 4 versi delle strofe, troviamo la “sesta napoletana” un accordo che era molto usato dai compositori della Scuola Napoletana tra il 1700 e il 1800 come Paisiello, Scarlatti e Pergolesi, indice di uno studio e di una riscoperta dei valori e tradizioni musicali da parte di LIBERATO.
M. Foucault
Tornando al video vediamo i nobili intenti a godersi uno spettacolo di pupi, di marionette. Le folkloristiche rappresentazioni (vediamo un pulcinella bastonato) rappresentano il popolo. Le risa per la messa in scena tradizionale sono un continuo schiaffo alla città da parte dei coloni che ridicolizzano le tradizioni autoctone. Il re è l’unico che non ride, avendo capito quanto quella rappresentazione possa nascondere un potenziale non calcolato: la rivolta. Qui si affaccia nella relazione un nuovo mostro, il mostro popolare che, a differenza del re che rompe il patto sociale dall’alto, lo fa dal basso con la rivoluzione (Foucault, 2021, p.94). In altri termini, il re si rende conto di quanto Napoli faccia paura in rivolta.
Simbologia di LIBERATO: la danza
Partenope arriva al palazzo e canta ad una guardia che non muore perché solo un “semplice” servitore. Ancora, qui, si sottolinea l’appartenenza e la congiunzione tra la sirena e il suo popolo. Infatti, la guardia appena capisce che Partenope è lì per salvarli si scansa. La sirena riesce ad infiltrarsi alla festa e inizia a danzare. Qui si nota una rottura dell’ambiente e delle relazioni. Se i nobili fino a qualche momento prima danzavano uno pseudo valzer, quindi un ballo a due, cadenzato, ritmico e ripetitivo, la sirena prorompe in una danza libera, acquatica e solitaria: con movimenti scomposti, sinusoidi e sensuali riesce a sconvolgere i ritmi e a far addormentare tutti i nobili, forse incantati. Il re offuscato dalla bellezza della donna la porta in camera.
Un’attrazione fatale e incredibile. Una bellezza ultraterrena, intesa non solo dal punto di vista fisico ma dalla diversità con la quale si presenta alla corte: ella incarna la prorompenza del mare. Al contrario, il tiranno che tenta di assoggettare completamente la città diviene l’incarnazione non solo del potere assoluto e soverchiante ma anche del dominio e dell’egocentrismo maschile. Tuttavia, il re, nell’atto di svestire Partenope si rende conto che qualcosa non quadra, vede delle squame. A quel punto la sirena lo uccide con il suo urlo inumano. Riprende il suo anello e torna in mare.
In tutto questo LIBERATO è in disparte, nella sala della corte che suona e narra la storia senza interagire con nessuno dei personaggi. Una sorta di cantante-narratore delle vicende che osserva ma non giudica: mostra al pubblico il fervore di Partenope che vive la vicenda evidenziando il “se agapó” che sentiamo nel primo pre-ritornello, il “ti amo” detto in greco che sembra rivolgere alla sua città per sottolinearne l’appartenenza.
Bibliografia
Bolter J.D., Grusin R., Remediation. Competizione e integrazione tra vecchi e nuovi media, Guerini Associati, Milano, 2003;
Foucault M., Gli anormali. Corso al collège de france (1974-1975), Feltrinelli, Milano, 2021;
Ieranò G., Demoni, mostri e prodigi. L’irrazionale e il fantastico nel mondo antico, Marsilio, Padova, 2021;
Marchesini R., Emancipazione dell’animalità, Mimesis, Milano, 2017;
Docente di comunicazione e Gestione HR. Giornalista pubblicista laureato in Sociologia con lode. Redattore capo di Sociologicamente.it. PUBBLICAZIONI | LINKEDIN