Nel passato il concetto di ospitalità era principalmente ad atteggiamenti sociali e culturali retti da dovere, debito e responsabilità. Nella cultura classica greca, ad esempio, l’idea di ospitalità come dovere, era racchiusa nel concetto di “xenia“, ma una  nuova e originale definizione di ospitalità, come rituale che consiste nello scambio reciproco di doni, ci viene offerta da Emile Benveniste (1983) nel Vocabulary of Indo-European Institutions. Considerando l’etimologia della parola “ospite” (host), si nota come l’ospitalità si basa sull’idea di legare tramite un obbligo di compensazione due o più persone, in quanto il dono implica sempre un obbligo; l’ospitalità è quindi una performance di atteggiamenti contrapposti tra loro che rivelano sia il piacere (xenofilia) di sperimentare lo straniero che l’ostilità (xenofobia) verso di lui.

Le difficoltà dello straniero

Derrida (2000) applica il concetto di ospitalità agli studi filosofici, senza mai omettere l’importanza della sua connotazione culturale, politica ed economica: invitare, ricevere, ospitare e dare esilio sono concetti legati alla lingua e ad altre forme di comunicazione tra persone e istituzioni. Lo straniero è in primo luogo straniero rispetto alla lingua giuridica che formula il dovere dell’ospitalità, il diritto d’asilo, i limiti, le norme polizia e si ritrova a chiedere ospitalità in una lingua che non è la sua, ma quella imposta dall’ospitante; è proprio il “padrone di casa” a imporre la prima violenza allo straniero, quella cioè di tradursi in un’altra lingua: il problema dell’ospitalità comincia proprio nel chiedere allo straniero di capirci e di parlare la nostra lingua, affinché possa essere accettato. Da una prospettiva differente Paul Ricoeur (2011) riflette sul concetto di etica dell’ospitalità linguistica nei processi di traduzione, intendendo quest’ultima come il piacere di abitare la lingua dell’altro e di ricevere nella propria casa la parola dello straniero. Tale paradigma apre l’ospitalità a una riflessione sui problemi etici-linguistici che nascono dalla necessità di trovare una mediazione tra la pluralità delle culture e l’unità dell’umanità; partendo dalle nozioni di  “sfida” e “felicità” proprie della traduzione, Ricoeur riassume il “problema etico” dell’ospitalità nell’idea che comunicare con l’altro è anche cercare la felicità.

Convivenza tra culture

L’ospitalità si rivela  come un ponte metaforico oltre il quale si trova l’incognita della felicità o dell’ostilità; quest’immagine è riassunta nell’espressione di Jabes (1991) secondo cui:

“oltre la responsabilità c’è la solidarietà, e oltre questa c’è l’ospitalità.

Quest’ultima esiste se alla base vi è una relazione tra due soggetti culturalmente differenti, una connessone tra “altri” inseriti oggi in un contesto globale, una comunicazione tra ospite ed ospitante. L’alterità, intesa quale elemento fondamentale di qualsiasi questione inerente i rapporti interculturali, è un tema cruciale per comprendere ed analizzare la convivenza tra culture all’interno dei processi di mutamento socioculturale in atto. Le sfide poste dalla convivenza tra culture tendono a rafforzarsi in seguito alla destrutturazione dello spazio, tipica dei processi di globalizzazione e ciò comporta un superamento degli assetti societari precedenti, tipici della modernità; l’organizzazione spaziale della vita sociale infatti, implicava la necessità di costruire confini di natura politica dove l’Altro era identificato come colui che era al di fuori di un determinato territorio.

Contaminazione culturale

Già nel passato, abbiamo visto come gli incontri tra popoli e culture differenti diventavano causa di conflitti violenti e di oppressioni “tra altri”, tra soggetti cioè, provenienti da varie zone geografiche, mossi da motivazioni differenti; oggi la questione sembra presentarsi di nuovo. Attualmente, lo spazio viene ridisegnato completamente a seguito anche delle migrazioni internazionali sempre più frequenti, estese e veloci e individuare un confine certo e stabile, oltre il quale collocare l’alterità, diventa sempre più complesso ed in questo modo, si riduce ogni possibilità di mantenere gli spazi omogenei e chiusi in quanto sono gli stessi processi migratori a spingere  verso una maggiore vicinanza con l’Altro e dunque ad una convivenza multiculturale. La contaminazione culturale, resa possibile dall’incontro di popoli, favorisce l’acceso a significati differenti, il diffondersi di possibilità di scelte molteplici, cosi come l’indebolimento di modelli istituzionali e culturali tradizionali che rischiano di essere interpretati esclusivamente come l’avvento della frammentazione etica, sociale e morale (Taylor 1993).

Tra alterità e identità

L’alterità costituisce un elemento indispensabile per la stessa definizione dell’identità; porsi contro l’alterità significa allo stesso tempo scontrarsi con l’identità (Remotti 1996): questo perché l’identità assume un senso nella misura in cui si collega a quella di alterità, quest’ultima è essenziale poiché costituisce qualcosa di positivo per sé e per l’Altro, non deve essere concepita come minaccia da eliminare o come qualcosa di irrilevante nei cui confronti assumere un atteggiamento di indifferenza. I mutamenti in atti costringono culture e identità a mettersi in movimento ed ad entrare in relazione con l’Altro e con gli altri; è evidente come la diversità valoriale, esperienziale e culturale penetri nella vita quotidiana di ognuno di noi obbligandoci e ripensare la nostra concezione della realtà e come la grande sfida della post-modernità consista nel riuscire ad aprirsi agli altri non rinnegando se stessi, riuscendo ad esseri se stessi senza chiudersi agli altri.

Lo straniero secondo Simmel

Il concetto di alterità viene spesso ricondotto a quello di estraneità, dunque di straniero nei cui confronti si dirigono spesso sentimenti di repulsione e al contempo di attrazione; non si può non riconoscere il fatto che in ogni società vi sono degli “stranieri”, individui che la società stessa non inserisce e non riconosce dentro le sue stesse mappe estetiche, morali e cognitive (Corsi 2001). Come indicato da Simmel (1989) all’inizio del Novecento, nel suo famoso excursus sullo straniero, “qui non si intende lo straniero come il viandante che oggi viene e domani va, bensì come colui che oggi viene e domani rimane. Per cosi dire il viandante potenziale che, pur non avendo continuato a spostarsi, non ha superato del tutto l’assenza di legami dell’andare e del venire […] Lo straniero è un elemento del gruppo la cui posizione immanente e di membro implica contemporaneamente un di fuori e un di fronte“. Nelle parole di Simmel (1989) lo straniero si configura come un agire nuovo e imprevedibile, un modello alternativo, principio di destabilizzazione di fronte a un mondo che “accarezza” il valore dell’omogeneità, ma tale rappresentazione si intreccia con la preoccupazione tipica della post-modernità che definisce e classifica l’Altro attraverso categorie con “noi-voi”, “amico-nemico”, pertanto lo straniero diviene colui che è portatore di incertezza e di inquietudine.

Ricchezza, no anomalia

La prospettiva post-moderna ribalta l’idea, tipica della modernità societaria, secondo cui gli stranieri non siano in grado di adeguarsi alle esigenze dell’ordine progettato dallo Stato e quindi costituiscano una “anomalia” da correggere o un elemento che turba la società, ma riconosce l’Altro come una ricchezza degna di attenzione, tendendo però ad esaltare la differenza contestando e sostituendo la prospettiva assimilazionista.

“La presenza degli stranieri non è più un problema transitorio cui opporre rimedi, e la questione non è più come disfarcene; oggi il problema risiede nel come convivere per sempre, giorno per giorno, con l’estraneità” (Bauman, 2002).

Alterità, differenza e identità non sono questioni nuove nel dibattito sociologico, filosofico e giuridico, ma sono comunque ancora elementi di dibattito aperto in quanto sembrano tracciare percorsi più complessi e meno lineari. Attualmente il processo di integrazione sociale tra estranei registra tensioni che oscillano tra repulsione ed inclusione, omologazione e marginalizzazione, amicizia e ostilità, un’oscillazione che ancora oggi attraversano le politiche migratorie dei paesi più avanzati economicamente; il complesso fenomeno delle migrazioni riflette, oggi più che mai, le sue ambivalenze e contraddizioni nei contesti linguistici e semantici e su quei processi di inclusione ed esclusione sociale che stanno continuamente trasformando il tessuto multietnico.

Innalzamento di barriere

Oltre alle narrazioni mediatiche sul tema delle migrazioni, dove tutt’ora ritroviamo consolidati stereotipi e pregiudizi, nelle moderne società multietniche il migrante appare a volte come una minaccia, altre volte come un risorsa in termini demografici ed economici e in tempi di diffusa paura, terrore e insicurezza, risulta alquanto difficile parlare di accoglienza ed ospitalità provando ad assumere il punto di vista dell’Altro, considerando anche il fatto che mentre le nostre identità si fanno sempre più labili, si rafforzano quelle barriere che innalziamo per difendere la nostra pretesa “identità culturale” (Cesareo 2000). I movimenti migratori appaiono oggi sempre più poliedrici, tanto che oggi molti luoghi di partenza si caratterizzano, contestualmente, per essere anche luoghi di approdo o di transito e la risposta politica che sembra prevalere, è l’implementazione, all’interno dei propri confini, di misure di sicurezza restrittive dei flussi migratori, con l’unico scopo di disincentivare l’ingresso altrui e renderlo più incerto e meno agevole. L’incertezza e la percezione di insicurezza favoriscono cosi l’innalzamento di barriere fra i soggetti e impedisce comunicazione, dialogo e scambio ed è così che l’identità dell’uomo migrante si configura solo ed esclusivamente attraverso gli occhi del paese di immigrazione: identità che forse sarebbe più esatto definire come “non-identità”: il migrante è un “non-nazionale”, è altro rispetto al tutto, è un non-soggetto sociale (Dal Lago 2004).

L’imprescindibilità dell’ospitalità

Tali questioni riguardano noi tutti in quanto prossimi ospiti di un mondo globale che ci vede paradossalmente sempre più connessi in quanto estranei, sempre più compartecipi di una singola alterità e sempre più vicini in una reciproca estraneità. A tal proposito Max Horkheimer (1990) ricordava, a proposito della disposizione ad agire per gli altri, il compito da lui assegnato alla teoria critica:

“mostrare quale prezzo deve essere pagato per questo o quel provvedimento, per questo o quel progresso”.

Il racconto del migrante come criminale, terrorista, estraneo, sembra sempre più giustificare e rafforzare politiche inclini ad usare il diritto e la forza come armi per gestire “l’allarme sociale”. Nonostante questo, l’ospitalità, ancora più della tolleranza, è un elemento imprescindibile della nostra cultura che si configura come terreno di ospitalità,  bacino comune di scambi e rapporti reciproci, irruzione dell’Altro. In questi momenti di crisi e di paura, analizzare, approfondire e proporre uno sguardo teso alla comprensione dell’Altro, nel suo stesso apparire sulla scena fenomenologica dell’intersoggettività, può aiutarci a ripercorrere, in maniera critica, il tema dell’ospitalità in tutte le sue ambivalenze e contraddizioni.

Giacomo Buoncompagni

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Laureato in Comunicazione pubblica e Scienze socio–criminologiche ed esperto formatore in comunicazione strategica, linguaggio non verbale e devianza minorile. Collaboratore di cattedra in Sociologia della devianza e Comunicazione dei nuovi media presso l’Università degli Studi di Macerata.