Il 24 marzo 2018, in qualità di sociologa, ho avuto l’opportunità di visitare i campi di sterminio di Auschwitz I e Auschwitz II (Birkenau). Il progetto a cui ho preso parte, come già spiegato nell’articolo precedente, nasce dall’iniziativa di CGIL, CSL e UIL ed è rivolto, in particolar modo ma non solo, agli studenti delle scuole secondarie di secondo grado. Questo articolo nasce dall’esigenza personale di poter conciliare, in una qualche maniera, la terribile esperienza dell’Olocausto all’idea di società moderna comunemente accettata e condivisa.

Creazione e distruzione

L’Olocausto, secondo il sociologo, filosofo e accademico polacco (di origini ebraiche) Zygmunt Bauman, sarebbe in grado di rivelare, a differenza di qualsiasi altro evento che ha caratterizzato l’esistenza del genere umano, un diverso volto della società moderna, della quale ammiriamo altre e senza dubbio più familiari sembianze; e che queste due facce, “Creazione” e “Distruzione”, quasi si trattasse di un Giano bifronte, aderiscano in perfetta armonia al medesimo corpo. Volendo inizialmente procedere per analogia, non possiamo ignorare il fatto che Auschwitz (traggo quindi spunto dalla mia esperienza diretta) fu anche un’estensione del moderno sistema di fabbrica. Invece di produrre esclusivamente merci, esso utilizzava gli esseri umani come materia prima e sfornava morte come prodotto finale, con le quantità giornaliere accuratamente riportate sul rendiconto giornaliero degli alti funzionari. Le ciminiere, non a caso simbolo stesso della moderna concezione di fabbrica, sputavano l’acre fumo prodotto dalla combustione della carne umana. Nelle camere a gas, le vittime respiravano vapori tossici generati da pastiglie di acido prussico, prodotto dall’avanzata industria tedesca ed inizialmente utilizzate come ratticida. Gli ingegneri progettarono i crematori, gli amministratori crearono un sistema burocratico perfettamente funzionante. Auschwitz è quindi la realizzazione di un enorme progetto di alta ingegneria sociale che ha allargato l’universo della consapevolezza non meno di quanto lo abbia fatto l’allunaggio.

Il razzismo come strumento della modernità

Adolf Stöcker, Dietrich Eckart, Alfred Rosenberg, Gregor Strasser, Joseph Goebbels, teorici e ideologi del nazionalsocialismo, utilizzarono il fantasma della razza ebraica come anello di congiunzione tra le paure delle vittime passate e potenziali della modernizzazione, e l’utopica società völkisch del futuro, che essi si proponevano di creare con l’obiettivo di prevenire ulteriori progressi della modernità. Nel loro appello all’orrore per lo sconvolgimento sociale che la modernità preannunciava, identificavano quest’ultima con il dominio dei valori legati all’economia e al denaro e attribuivano alle caratteristiche razziali ebraiche la responsabilità di un tale implacabile attacco ai modi di vita e ai valori umani che invece più si addicevano al popolo tedesco. L’eliminazione degli ebrei veniva dunque presentata come sinonimo del rifiuto dell’ordine moderno. Bauman prosegue le proprie riflessioni facendo un’ulteriore precisazione: come concezione del mondo e come efficace strumento di attività politica, il razzismo è impensabile senza lo sviluppo della scienza, della tecnologia e delle forme moderne di potere statale. La modernità ha inoltre creato una domanda di razzismo: un’era che proclamava il successo come unica misura del valore umano aveva necessariamente bisogno di una teoria dell’ascrizione per compensare le preoccupazioni legate alla demarcazione e alla difesa dei confini nel contesto di nuove condizioni che rendevano l’attraversamento dei confini stessi più facile di quanto non fosse mai stato in precedenza. Il razzismo, in breve, è un’arma interamente moderna utilizzata nella conduzione di battaglie premoderne o almeno non esclusivamente moderne.

La teoria del giardinaggio e del giardiniere

Secondo Bauman, la cultura moderna è “una cultura del giardinaggio“. Essa si definisce come il progetto di una vita ideale e di un perfetto ordinamento della condizione umana. A ben guardare, tramite l’agire collettivo, essa definisce se stessa e la natura, nonché la distinzione fra le due cose, attraverso la propria radicata diffidenza verso la spontaneità e la propria aspirazione ad un ordine migliore, necessariamente artificiale. L’ordine, concepito anzitutto come progetto, determina quali debbano essere gli strumenti, quali le materie prime, cosa è utile, cosa è irrilevante e cosa invece costituisce un danno e/o un impedimento. In rapporto esclusivamente a se stesso, opera quindi una comprensione ed una selezione di tutti gli elementi a disposizione nel proprio universo abitativo.

“Il genocidio moderno, analogamente alla cultura moderna in generale, può essere concepito come il lavoro di un giardiniere. […] Se il progetto di un giardino definisce le proprie erbe infestanti, allora vi sono erbe infestanti dovunque vi sia un giardino. E le erbe infestanti vanno sterminate. Sradicarle è un’attività creativa, non distruttiva. Non differisce per sua natura da altre attività che contribuiscono alla costruzione ed alla conservazione di un giardino perfetto. Tutte le immagini della società come giardino definiscono alcune parti dell’ambiente sociale come erbe infestanti umane. Analogamente alle altre erbe infestanti, esse devono essere isolate, arginate, bloccate nella loro propagazione, rimosse e tenute fuori dai confini della società; se tutti questi mezzi si rivelano insufficienti, esse devono essere sterminate”

Giulia Marra

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Giulia Marra

Laureata in Scienze per l’Investigazione e la Sicurezza a Perugia, attualmente frequento il corso di Laurea Magistrale in Sociologia alla Bicocca di Milano. Prediligo i temi che riguardano la fenomenologia e la devianza.