“Fare” sociologia nel XXI secolo costituisce una sfida di estrema importanza se si vuole restituire al futuro una disciplina ricca in problemi e articolata in solide soluzioni. Tale ricchezza che la dovrebbe caratterizzare sarebbe data dalla complessità che ci restituisce il sociale; così come la sua articolazione richiede tempo per svilupparsi. Mayer N. Zald guarda alla sociologia come progetto a metà strada tra la scienza in senso stretto e le humanities; progetto che era, ed è tutt’oggi, in da farsi, e che si caratterizza come sforzo collettivo. In che senso è da intendersi, allora, il “fare” della sociologia nel XXI secolo?

Introduzione

Con questo articolo prendiamo in esame il contributo di Mayer N. Zald Sociology as a Discipline: Quasi-Science and Quasi-Humanities pubblicato sul The American Sociologist nel 1991. L’importanza di una riflessione sul “senso” della disciplina sociologica ha da intravedersi un po’ con una sempre più diffusa convinzione dell’utilità che la scienza e le scienze devono avere per essere considerate saperi legittimi, e un po’ con l’interrogativo rispetto a quale genere di sapere essa dovrebbe produrre. La sociologia – da sempre, da che è sorta – deve fare i conti con questo genere di attacchi – di carattere epistemologico ma anche pratico-applicativo. Come rispondere, allora, a chi, legittimamente, dal canto suo (si) interroga (su) questa disciplina?

Articolo scientifico di Mayer Zald
L’articolo di Zald

Mayer N. Zald

Mayer N. Zald nasce a Detroit, nel Michigan (USA), nel 1931 e muore all’età di ottantuno anni sempre nel Michigan, ad Ann Harbor, nel 2012. Conosciuto principalmente per i suoi contributi sull’azione collettiva dei movimenti sociali e sulla sociologia delle organizzazioni, il sociologo americano ha innovato il proprio campo di studio con l’elaborazione del concetto di “organizzazione di movimento sociale”, fondamentale per lo studio della canalizzazione dei gruppi nelle azioni collettive di protesta. Con John McCarthy ha dato vita alla costruzione della teoria della mobilitazione delle risorse che ha costituito un punto di riferimento di straordinaria importanza per gli studiosi dei movimenti sociali. Il suo articolo a riguardo si chiama Resource Mobilization and Social Movements: A Partial Theory, pubblicato sull’American Journal of Sociology nel maggio 1977. Con l’articolo Sociology as a Discipline: Quasi-Science and Quasi-Humanities Zald si propone di riflettere sul “senso” che anima la ricerca sociologica, sottolineando peraltro come i più recenti contributi hanno contribuito a definire l’immagine che la società e i sociologi stessi hanno della disciplina.

Mayer Zald
Mayer Zald

La tesi di fondo

Molto brevemente, la tesi sostenuta da Zald si può riassumere come segue (Zald 1991):

  1. La sociologia è un progetto collettivo volto a canonizzare la disciplina come scienza;
  2. Tuttavia, così facendo, essa non evidenzia i limiti della scienza stessa, tra i quali, il suo legame con le humanities;
  3. Trascurando questo legame, la sociologia non è più in grado di produrre un sapere che sia in grado di coniugare varie tradizioni teoriche e metodologiche in un quadro unitario;
  4. Riconoscendo invece che essa è propriamente “umana”, cioè radicata nel contesto e nella società stessa, la sociologia diventa capace di arricchire il proprio patrimonio conoscitivo senza contemporaneamente rinunciare alle proprie premesse scientifiche.

“Scienza” e “humanities”. A riguardo, cosa dice Zald più nel dettaglio?

Sociologia come “quasi-scienza”

Innanzitutto la sociologia si configura come “quasi-scienza” perché, secondo Zald, essa, nel

Diventare una scienza implica qualche tipo di criterio di progresso, di evidenza che l’errore è eliminato e la verità è approssimata, che teorie e paradigmi che rendono ragione meglio dei fatti soppiantino teorie e paradigmi più deboli (Zald 1991, p. 172).

Ma nel fare ciò i sociologi «hanno assunto che progresso e cumulatività richiedano qualche unificazione e consenso globale» che hanno portato la sociologia (e i sociologi col essa) alla sua «povera reputazione» (ibidem). Tuttavia, ciò non deve far scoraggiare sociologi e aspiranti tali dal prendere parte a questo progetto. Infatti, continua Zald (ibidem, p. 173) che «la sociologia è una proto-scienza» deriva dal fatto che «i nostri problemi giungono dalla civiltà [così come da noi è] vissuta».

Sociologia come “quasi-humanities”

A diretta conseguenza di questo ragionamento sta l’argomentazione che la sociologia come scienza sociale debba tenere in conto che essa è una costruzione radicata nella, e fondata a partire dalla, società. Qualsiasi paradigma, teoria, serie di ipotesi, o addirittura perfino il modo con cui sono strutturati gli interessi discorsivi degli attori sociali sono inevitabilmente influenzati dal contesto sociale in cui questi vengono sviluppati. E i sociologi non sono esenti da queste influenze. Infatti, come ricorda Zald (ibidem, p. 179), «i sociologi sono stati piuttosto auto-coscienti nell’organizzare il lato scientifico dell’impresa»; tuttavia, «essi prendono raramente le discipline umanistiche seriamente come fonti per metodi, per domande sostantive, o per l’organizzazione del sapere». E in questa considerazione sta, secondo Zald, la carenza e la debolezza della disciplina, che deve irrobustirsi tramite un intelligente uso dei saperi provenienti dalle humanities.

La vocazione “interstiziale” della sociologia

Questa “vocazione”, potremmo dire, della sociologia – a metà strada tra l’essere autenticamente mimesi delle scienze naturali (scienza in senso stretto) e l’essere detentrice di un sapere autonomo e presentante sue specificità (scienza in senso lato) – la caratterizza come un campo del sapere “quasi” l’uno e “quasi” l’altro, e né l’uno né l’altro al tempo stesso. Nella lettura di Zald la sociologia è, fondamentalmente, una disciplina “interstiziale”. Poiché l’oggetto che la contraddistingue non è mai stato uno per tutti definitivamente – non è stato decretato legittimo questo o quell’oggetto di studio tramite un consenso canoro da parte dei sociologi –, alla sociologia non resta che occuparsi di ciò di cui non si occupano le altre scienze sociali. Infilarsi negli “interstizi” lasciati liberi dalle altre discipline; ecco il suo compito, la sua missione. Ed ecco cosa significa “fare sociologia”: significa produrre un sapere di natura esclusiva; giungere laddove altre discipline non arrivano. In una parola: rispondere a domande sociologiche.

La ricchezza dell’interdisciplinarietà

L’attività sociologica, come mostrano i più recenti sviluppi di fenomenologi ed etnometodologi, è stata legata solo parzialmente, secondo Zald, alle discipline di origine propriamente umanistica (storia, antropologia, letteratura, filosofia, ecc.). Sono pochi i sociologi che si sono occupati di una sana pratica di interdisciplinarità come si deve. Pochi e poco seguiti dal resto della comunità scientifica oltretutto. Per fare ciò, la sociologia dovrebbe «riallacciarsi alle grandi questioni e interpretazioni degli scrittori classici», da un lato, e «collegarsi con le letterature in altre discipline umanistiche», dall’altro (ibidem, p. 180). Così per come è diventata, cioè una «piatta disciplina» (ibidem), la sociologia avrebbe bisogno di rinnovare il proprio repertorio concettuale, andando alla ricerca di nuove idee che non siano viziate da distorsioni dovute alla natura “occidentale” della pratica disciplinare sociologica. E perciò, dice Zald (ibidem), programmi di ricerca basati sull’«intersezione della sociologia con altre specifiche discipline umanistiche – sociologia e letteratura, sociologia e filosofia, sociologia e religione, e così via» hanno propriamente senso siccome la «sociologia ha molto da imparare da esse, ma esse hanno molto da imparare dalla sociologia».

Conclusione: “fare” sociologia, per chi e perché?

Nonostante i vari rischi che possono contraddistinguere i risultati dell’opera sociologica Zald con questo articolo ha messo in luce l’importanza precipua della pluralità di tradizioni di ricerca che si articolano in questo campo di studi. Pluralità che può significare frammentazione, conflitto, o basso consenso, ma a cui tuttavia non si può rinunciare per costruire questa impresa di non poco conto che è la sociologia. Il dovere di fare scienza, di fondare questa scienza su osservazioni sistematiche e criteri di metodo severi e controllabili, rendono l’impresa collettiva di grande utilità: per le nuove generazioni di studiosi e di coloro che vorranno conoscere questa disciplina che forse non terminerà mai definitivamente di colpirci con nuovi e stimolanti interrogativi.


Nota: Ogni traduzione in italiano da lingua straniera è opera e responsabilità dell’autore del presente articolo.


Riferimenti bibliografici

Zald, M. N. 1991. “Sociology as a Discipline: Quasi-Science and Quasi-Humanities”. The American Sociologist 22(3/4): 165-187.

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