Prima vi spiego il contesto. Lavoro per una grande ONG assieme a una collega appartenente a quella organizzazione. Collega sì, ma evidentemente anche ufficiale di collegamento, responsabile presso l’organizzazione, sostanzialmente mia datrice di lavoro. Fra le attività realizzate c’era anche una ricerca (valutativa, ma non è importante) che si è trascinata per molti mesi a causa delle molteplici cose da fare. Il rapporto di ricerca, alla fine, è uscito, principalmente per mia mano, e più volte da me stancamente rivisto e migliorato su impulso della collega, ripetutamente insoddisfatta dal risultato presentato, inferiore, a suo avviso, rispetto all’impegno profuso, alle molteplici e innovative tecniche applicate, alle aspettative dell’organizzazione e così via. Dopo l’ennesima – e sempre stanca – mia revisione, questa collega mi ha detto: “con tutto il lavoro fatto, sembra quasi che a te i risultati non interessino più!”. Mi sono sentito come John Belushi quando “vede la luce” (la mia collega nel ruolo di James Brown).

Diamine, è vero! Che noia analizzare in dettaglio, masticare e rimasticare quei dati, sprecare ore per un’attività sostanzialmente sterile. Sterile perché i quattro dati elaborati hanno già inquadrato il problema e – questo è deprimente – non sono la parte sostanziosa e sostanziale della ricerca. Cerco di spiegarmi, ma so che non sarà semplice, specie per i più giovani ricercatori, capire questo strano snobismo. Tanto più per chi ha studi massicci di statistica, per chi si è infognato nei Big Data… I dati servono, ma solo fino a un certo punto. Chi ha seguito questa rubrica conosce il mio punto di vista e non si stupirà se dico (ancora una volta, che noia!) che quello che conta è il pensiero che precede e accompagna la ricerca, molto ma molto di più dei dati che, onestamente, solo molto raramente hanno un qualche impatto inatteso. Cerco comunque di chiarirmi. In che senso è importante il pensiero che precede e accompagna la ricerca? Nel senso che, al fine di corrispondere alle aspettative del committente (che, in una ricerca valutativa, riguarda un qualche problema “politico” – nel senso di policies), lui/lei è stato coinvolto abbondantemente; la ricerca è stata partecipata e – qui arriva il punto – quel problema, nella rappresentazione ricostruita dai ricercatori, ha condotto a quel metodo, a quelle operazioni di ricerca che, in buona parte, hanno precostituito i dati. Il metodo ingloba in sé i potenziali dati. Come abbiamo detto in una precedente puntata, il metodo ha una teoria, che riguarda il contesto, le relazioni, il problema oggetto di analisi… Il metodo è quindi vocato a rilevare certi dati, in un determinato formato, e in qualche modo li implica.

Naturalmente ciò accade se questo processo di ricerca che chiamo “pensiero” si dà. Se c’è METODO, e non un casuale affastellamento di tecniche, allora andiamo in una direzione, ci relazioniamo in un certo modo e, ovviamente, costruiamo dei dati che vorrei dire attesi. Intendiamoci: non nel senso di percentuali previste, o di distribuzione di variabili ma sostanzialmente all’ingrosso. Se non abbiamo scoperte eclatanti (rarissimamente i sociologi fanno scoperte eclatanti), un’onesta analisi con piccoli approfondimenti è generalmente sufficente se – e solo SE – si riesce a far transitare presso il committente e i fruitori della ricerca ciò che veramente importa: la teoria; quella ricerca ha mostrato – se ben condotta – la bontà dell’approccio, e quindi la validità della teoria posta in essere, e quindi la strada, la direzione, l’argomentazione, lo sguardo e il suo volgersi dove esattamente si trova il problema, o il disvelamento di una piccola parte di mondo.

È questo sguardo, questo parziale disvelamento, a costruire senso. Molto raramente e con più difficoltà lo possono fare i dati che – notare – non sono mai una fotografia della realtà ma una sua rappresentazione sintetica e sempre (sempre!) carente. Usando un’analogia (ma fino a un certo punto) i dati sono la sintassi della realtà indagata e, com’è noto, niente meglio della sintassi induce in errore ed è utilizzabile per costruire un’informazione sbagliata se non falsa. Il metodo per come qui tratteggiato (che non è somma di operazioni ma complessità concettuale) è invece la fucina dell’argomentazione semantica e pragmatica, ovvero del senso che attribuiamo al mondo.

Naturalmente i nostri committenti sono poco abituati a questo punto di vista e chiedono qualche chilo di tabelle e grafici, che generalmente non sono in grado di leggere e capire. Meglio, molto meglio, dedicarsi a far capire, agli attori sociali intelligenti che abbiamo coinvolto, non tanto quanto valga quello zero-virgola percento, e perché quell’altro no, e come comparare i dati e bla bla sonnacchiosi discorrendo, ma quanto la direzione intrapresa significhi (in senso semantico, proprio), quanto l’oggetto sia stato guardato in un modo che, zero-virgola a parte, mostra dei colori, dei toni, fornisce quelle domande (non quelle risposte!) capaci di guidare l’agire (politico, organizzativo, …).

E quindi sì, è vero: quella ricerca è stata bella, interessante, innovativa. I dati ci sono (mai detto che non servono, sia chiaro) ma senza ossessione, senza fregola quantofrenica (come la chiamava Sorokin) perché – traslando dalla semiotica – il metodo è il dato.

Claudio Bezzi

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