Robert K. Merton è conosciuto per aver coniato espressioni come “profezia che si autoavvera”. In sintesi è una previsione che si realizza per il solo fatto di essere stata espressa. In realtà, Merton ha anche elaborato una delle teorie più note nell’ambito della sociologia della devianza. Ha rappresentato il modello base di un filone teorico che si è costituito in seguito sotto il nome di strain theory.

Merton, il comportamento deviante come risposta alla struttura sociale

Il punto di avvio di Merton fu il rifiuto delle concezioni sia psicologiche (in particolar modo di derivazione freudiana) sia biologiche della devianza. Merton era convinto che sia la stessa struttura sociale a spingere il comportamento degli individui nella direzione deviante. Infatti, sono proprie le strutture sociali ad esercitare una “pressione ben definita su certi membri della società, tanto da indurli ad una condotta non conformista, anziché ad una conformista” (Merton, Teoria e struttura sociale, tr. it. Il Mulino, Bologna, 1971, p. 298). La conseguenza è che le persone si comportano in maniera deviante semplicemente in risposta alla normale situazione in cui si trovano calati.

Robert K. Merton sostenne che la società propone delle mete culturali che costituiscono l’elemento fondamentale della struttura culturale. La società conferisce un valore molto importanti a particolari scopi o interessi e definisce tali elementi come degni di essere perseguitati da tutti. Ricchezza o prestigio, ad esempio, rappresentano le cose per cui vale la pena combattere. Il sistema culturale le propone, secondo Merton, a tutti i membri della collettività come imperativi.

Robert Merton: l’importanza del funzionalismo

Merton e la struttura culturale

Secondo la teoria di Merton, la società non si limita solamente a definire le mete culturali ma, sottolinea e impone le norme istituzionali, ovvero i mezzi socialmente accettati attraverso i quali si possono raggiungere le mete culturali. Mete culturali e mezzi istituzionalizzati costituiscono i due elementi della struttura culturale.

Nell’ambito della teoria di Merton è bene evidenziare che i mezzi proposti non sono quelli migliori per raggiungere gli obiettivi proposti. Anzi, al contrario, tra quelli considerati come comportamenti proibiti ce ne sarebbero alcuni molto più idonei a raggiungere gli obiettivi con maggiore efficacia.

Equilibrio tra mete e norme

Un altro aspetto da sottolineare riguarda il fatto che mete e norme funzionano in maniera congiunta, ma il senso di questa relazione non è univoco. In un contesto non deve solamente esistere un certo equilibrio circa l’intensità emotiva con cui si sentono mete e mezzi, ma anche e soprattutto l’adesione a tali mezzi deve assicurare un buon grado di gratificazione, prescindendo da come andrà a finire tutto il processo. Risulta del tutto evidente come, spostando l’attenzione sul risultato come unico elemento che conta, le cose cambiano: se l’individuo ha, infatti, collezionato solo sconfitte, potrebbe cercare di imbrogliare o modificare le regole del gioco pur di ottenere il risultato.

Scrisse Merton:

“Attribuendo un’importanza così diversa alle mete ed ai procedimenti, questi ultimi possono venire talmente danneggiati dal risalto che viene attribuito alle mete, che il comportamento di molti individui finirà per limitarsi solo a considerazioni di convenienza tecnica. In questa situazione, l’unica domanda che può avere importanza è questa: quale, tra i procedimenti disponibili, è il più efficace per raggiungere il valore sancito culturalmente? In genere, il procedimento che si mostra più efficace tecnicamente, non importa se sia più o meno legittimo culturalmente, viene preferito alla condotta prescritta culturalmente. Via via che questo processo di attenuazione continua la società diventa instabile; e si sviluppa ciò che Durkheim ha chiamato ‘anomia’ (o mancanza di norme).

Il processo per cui l’esaltazione del fine genera quel che nel senso letterale del termine si potrebbe chiamare una demoralizzazione, cioè una de-istituzionalizzazione dei mezzi, si verifica in molti gruppi nei quali le due componenti della struttura sociale non sono grandemente integrate”

(Merton, Teoria e struttura sociale, tr. it. Il Mulino, Bologna, 1971, p. 303-305).

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Sogno Americano: speranza condivisa che attreaverso il duro lavoro sia possible raggiungere la prosperità economica

Merton e la società americana

La società americana, per Robert Merton, rappresenta un esempio limite. Vi impera il mito del successo finanziario ad ogni costo e risulta accessibile a tutti. La cultura impone l’accettazione di tre principi basilari. Il primo è che tutti devono tendere alla metà del successo, dal momento che è aperta a tutti. Successivamente vi è il principio secondo il quale l’apparente e momentaneo insuccesso deve essere considerato solo come una tappa verso l’immancabile successo finale. Infine, il vero insuccesso consiste nell’abbassare le proprie aspirazioni e nel rinunciarvi.

Merton precisò che questi assiomi hanno un altro significato. Chi parte svantaggiato è distolto dal criticare la struttura sociale che lo colloca in quella posizione e, di conseguenza, darà la colpa solo a se stesso in caso di insuccesso; non entra mai in discussione la struttura di potere esistente; infine ne risulta una marcata pressione verso il conformismo, in quanto è risulta sufficiente allentare la tensione delle aspirazioni per essere considerati come dei vinti.

Ciò che conferisce tutta la misura di questo processo anomico è che in quello definito ‘sogno americano’ manca proprio il punto d’arrivo.

Riferimenti bibliografici

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