L’artista genovese all’interno del suo penultimo album pubblicato il 2 marzo 2018 – Mowgli – racconta la vita di strada, paragonandola alla giungla in cui viveva ed è cresciuto lo stesso personaggio del noto cartone Disney, Il libro della giungla (1967). A poco dall’uscita del suo nuovo mixtape – Vita vera, in uscita il 5 giugno di questo mese – il rapper di Cogoleto ci racconta in Mowgli com’è vivere immerso nella savana degli stimoli urbani e come ci si destreggia in essa. Prima di dare un ascolto alle tracce e ai testi del nuovo mixtape, proviamo a ripercorrere la pubblicazione appena precedente per dare una lettura sociologica alla densità di significato che troviamo in quest’album. Ma da quale punto di vista dobbiamo partire per scorgere nell’album del rapper una qualche elemento di stampo sociologico? Forse, nel fare questo, dobbiamo adottare un concetto già caro ai filosofi aristotelici e tomisti che sarà ripreso ai fini della sua analisi dal sociologo francese Pierre Bourdieu.

Pierre Bourdieu

Che cos’è l’”habitus”

L’habitus, come ho già anticipato prima, si richiama sul piano concettuale a un modello esplicativo di cui si era già fatto uso tra i filosofi che si richiamavano ad Aristotele e a Tommaso d’Acquino. Un celebre sociologo francese contemporaneo, Pierre Bourdieu (1930-2002), si pone su quel filone di studi e trasforma questo concetto per dare vita a un nuovo paradigma sociologico e dare ragione di gran parte delle disposizioni pratiche “embedded” tra i diversi strati della popolazione francese da lui studiata; in particolare si trattava, in quel contesto, di dare ragione delle diversificazioni strutturate e strutturanti che si presentavano in modo frammentario tra le diverse classi sociali in termini gusti e preferenze individuali; allorché ci si trovava a scoprire che questi non erano espressione di preferenze e inclinazioni individuali, ma sistemi di gusti, si è giunti a una spiegazione più accurata del fenomeno indagato. Per fare un esempio, Bourdieu scoprì che era di fondamentale importanza, per essere assunti a un colloquio di lavoro, saper fare con la tecnica e lo stile giusto il nodo della cravatta più adeguato al contesto, per cui la probabilità di assunzione sarebbe solo che aumentata.

Mario Molinari, in arte Tedua

Il codice della strada

Ora, date le circostanze in cui il rapper Tedua è cresciuto, quindi considerato il processo di apprendimento della subcultura in quel particolare contesto, si deve tener conto di tutti quei gesti, quelle pratiche, quelle norme implicite che hanno fatto di Tedua il Tedua che si conosce all’alba dell’uscita del suo ultimo mixtape. Il “codice della strada”, come ama chiamarlo il rapper, è stato assorbito dal soggetto proprio come un insieme di predisposizioni incorporate come i gesti, i segni, lo slang, ecc. che hanno contribuito a dare forma a un habitus favorevole al mestiere artistico che riveste ora. “La strada mi ha insegnato il suo codice” recita Tedua in uno dei suoi pezzi di Mowgli (Rital). Così, come riferisce in un’intervista a Montemagno, egli risente del vuoto lasciato da parte delle istituzioni della cultura che avrebbero dovuto insegnargli il “metodo scientifico” e il “pensiero critico”, cose che ha appreso da un ragazzo che frequentava il liceo classico in un periodo in cui era affidato a un’altra famiglia – così il rapper dichiara nell’intervista.

Ma, aldilà delle vicende biografiche dell’autore di Mowgli, mi preme soffermarmi sul punto per cui il soggetto, inteso come centro di riferimento umano capace di agire e prendere decisioni in modo consapevole, è strettamente legato alla vexata quaestio del rapporto mente-corpo della filosofia, in cui non è ben chiaro cosa influenza cosa e quali siano cause e quali effetti. Per cui l’habitus, potremmo dire, è una configurazione corporale – una “tecnica del corpo”, per utilizzare le parole di M. Mauss – che consente una crescita delle probabilità che l’assetto economico-sociale rimanga inalterato nel tempo, favorendo il conservarsi dell’ordine sociale nel tempo.

La legge del più forte

Il brano La legge del più forte è emblematico per Tedua in quanto l’attenzione si sposta dal “codice della strada” di Rital, l’altro suo pezzo compreso nell’album Mowgli, all’”evoluzionismo sociale” o anche più volte soprannominato “darwinismo sociale” (questi termini non sono presenti nello slang dell’artista, ma li ho desunti io come categorie interpretative del fenomeno artistico-musicale). L’autore dei pezzi in questione cerca di spiegare le dinamiche che favoriscono alcuni fenomeni che sono caratterizzati dall’assenza dello stato o la percezione della lontananza di esso, per cui si danno modi d’agire che sono guidati dal valore consistente nel “cavarsela da soli” – “nel quartiere in cui l’istituzione lascia gli abitanti alla legge del più forte”, così si esprime l’artista nel testo. In questo senso, è fondamentale avere come meccanismi di assorbimento dei rischi, psicologici e sociali in termini di risorse, la comunità di riferimento – il quartiere, i vicini, la famiglia, ecc. – per questo spesso nello slang dell’artista è presente il termine plug che, letteralmente significa “collegamento”, e che serve a designare il complesso di relazioni sociali che consentono all’individuo di attingere informazioni, conoscenze, tecniche di sopravvivenza, conforto o protezione in caso di fallimento nei progetti di vita desiderati. È, per utilizzare un termine caro allo stesso Bourdieu, il capitale sociale – relazionale, simbolico, culturale – che ognuno usa a proprio piacimento e che, questo è di particolare importanza, si trova potenzialmente a disposizione di tutti.

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