Il ruolo degli enti territoriali negli ultimi decenni ha subìto profondi cambiamenti: oltre a funzioni di carattere amministrativo, gli stessi hanno iniziato a responsabilizzarsi con l’attuazione di politiche di promozione dello sviluppo economico del territorio, mettendo alla prova la capacità di reperire le risorse necessarie per sostenere l’economia locale grazie a un’efficiente politica di programmazione degli interventi e all’uso ponderato degli strumenti di finanziamento. Ogni territorio esprime una propria capacità contributiva e l’esistenza ed il rafforzamento di visioni di sviluppo condivise tra attori locali può consentire di innescare meccanismi virtuosi di sviluppo e produrre un impatto diffuso su scale territoriali, che potrebbero avere ripercussioni positive a livello nazionale.
Saper leggere lo sviluppo economico
Pianificare lo sviluppo economico di un’area esige una riflessione profonda non solo sulla metodologia di analisi da applicare, ma anche e soprattutto sugli obiettivi stessi della programmazione, che non possono prescindere dallo scenario economico più generale. Presupposto indispensabile è il conoscere, saper leggere e programmare lo sviluppo, tenendo conto dei rapporti tra enti pubblici, società e territorio, responsabili del processo di promozione e gestione dello spazio e delle risorse: la crescita economica si ha solo se si migliorano le qualità della vita in modo duraturo, implicando la capacità di sostenere nel corso del tempo la riproduzione del capitale mondiale composto dal capitale economico, umano e naturale. Spesso i progetti di sviluppo incontrano la resistenza e l’opposizione della comunità locale, che percepisce gli investimenti più come un rischio e non come un miglioramento strategico, reputando i benefici vantaggiosi per altri.
Il caso dei NIMBY

La questione dei NIMBY (Not In My Back Yard, lett. “Non nel mio cortile”) fa parte dei conflitti localizzati territoriali: i movimenti locali che si oppongono all’opera motivano la loro protesta in termini di ricadute sulla salute della comunità e in termini di effetti che l’opera stessa ha sull’ambiente. Ma la contestazione non si riferisce necessariamente al solo impianto, poiché gli oppositori spesso non dubitano dell’utilità dello stesso, ma chiedono che l’opera venga realizzata altrove: vi è il timore e la convinzione della popolazione locale che i benefici dell’opera andrebbero a vantaggio di tutta la collettività nazionale, mentre i costi, anche in termini di rischio per la salute e l’ambiente, sarebbero solo a carico delle comunità locali. Si preferirebbe poi essere partecipi delle questioni di localizzazione di un impianto ed essere coinvolti in temi concernenti le necessità e l’utilità degli impianti, poiché la poca incidenza sulle decisioni porta le comunità locali a sperimentare sentimenti di marginalità e oppressione, arrivando a definire l’opera come non voluta, ritenendo, come già ribadito, i benefici complessivi inferiori alla somma delle disutilità che la comunità stessa deve sostenere.
L’opposizione della comunità locale

Il progetto del gasdotto TAP (Trans-Adriatic Pipeline), che intende portare il gas azero dal Mar Caspio all’Italia, ha fornito alle nostre comunità una nuova prospettiva, indispensabile per concretizzare attente misure di valutazione e prevenzione del rischio, poiché in caso di incidenti gravi, si potrebbero avere severe conseguenze sull’ecosistema e sull’ambiente marino. I movimenti di opposizione obiettano la realizzazione del metanodotto in Puglia, in nome della tutela del paesaggio e del turismo ecosostenibile, preoccupati che la realizzazione del TAP possa allontanarsi dall’ideale di sviluppo eco-compatibile. Riassumendo, lo sviluppo territoriale, nonostante la garanzia di investimenti per migliorare la qualità territoriale in termini di sviluppo economico più che ambientale, incontra la ferma opposizione dei locali, che con un atteggiamento di resistenza valutano disutile il progetto nella propria area, per la paura dei costi da sostenere, auspicando che la stessa venga localizzata però altrove.
Da NIMBY a PIMBY e viceversa
Emblematica la situazione nel tarantino con l’installazione del grande colosso industriale. L’Ilva, dapprima fortemente voluta dai locali, parlando di effetto PIMBY (Please In My Back Yard, atteggiamento positivo per il quale l’infrastruttura è ritenuta un importante fattore di competizione del sistema territoriale rispetto ad altre realtà), con lo scoppio della questione ambientale e l’incapacità di adeguare l’attività dell’industria siderurgica alle normative europee vigenti in tema di inquinamento, ha portato a rivalutare l’intera convenienza a mantenere in attività l’industria. Sebbene i danni provocati da un’eventuale chiusura dello stabilimento si ripercuotano sul piano occupazionale e reddituale a livello soprattutto nazionale ed europeo, diversi gruppi sociali lottano per una Taranto libera e pulita, avanzando soluzioni alternative all’Ilva con progetti di green economy.
Francesca Porcelluzzi

































