I gruppi di acquisto solidali, meglio conosciuti con l’acronimo GAS, nascono come necessità di cambiamento di uno stile di vita in cui il sistema economico, fondato sull’economia di mercato capitalistico, non garantisce la soddisfazione dei propri bisogni su un piano di parità, universalità, eguaglianza di tutti i cittadini.

Nuove esperienze

Sono un insieme di esperienze fondate sui legami sociali, nelle quali gruppi di persone entrano in relazione e cercano soluzioni comunitarie a problemi economici, ispirate ai principi di reciprocità, solidarietà, socialità, valori etici o religiosi. Esperienze che oltrepassano la sfera dell’economia per entrare a far parte nel campo, oltre che dell’etica, anche della salute e della politica, intesa quest’ultima, non quella che doveva o dovrebbe intervenire per correggere e regolare il mercato, che non sempre è l’ottimo razionalizzatore, poiché spesso dall’incontro tra domanda e offerta s’innescano attriti che creano sprechi e danni sociali; ma un nuovo modo di fare politica che, attraverso una riflessione forte sul consumo critico, una parte di società civile pretende di portare direttamente dentro il mercato. Quella parte di società civile che utilizza “il mercato come arena politica e la spesa quotidiana come un voto a favore dell’ambiente e dei diritti umani”, per usare le parole di Michele Micheletti, scienziata politica svedese esperta di consumerismo politico. Il concetto che sta alla base dei GAS è quello della “filiera corta”, in altre parole l’avvicinamento fra produttore e consumatore finale, sia in termini geografici, preferendo le aziende più vicine al luogo in cui si è formato il gruppo, sia in termini “funzionali”, tagliando gli intermediari quali grossisti e negozianti, in particolar modo gli ipermercati. Nel caso dei GAS la filiera è la più corta possibile, infatti, i consumatori si rivolgono direttamente ai produttori. La selezione dei prodotti e dei produttori da parte degli aderenti ai GAS avviene attraverso i criteri del cosiddetto “consumo critico“, poiché le persone scelgono i prodotti che possiedono determinati requisiti perseguendo l’obiettivo di acquistare prodotti rispettosi dell’ambiente e delle persone.

La nascita dei GAS

I gruppi di acquisto solidale nascono nel 1994 a Fidenza, in provincia di Parma: un gruppo di famiglie iniziò a fare ordini collettivi a produttori che conoscevano di persona, o a soggetti del commercio equo e solidale. Le basi però furono gettate l’anno prima, il 19 settembre 1993, in occasione del convegno organizzato all’Arena dei Beati Costruttori di Pace. Proprio il titolo dell’incontro, “Quando l’economia uccide… bisogna cambiare” diede l’incipit a quelle famiglie di capire che qualcosa poteva cambiare partendo proprio dalle loro piccole scelte quotidiane nel fare la spesa; infatti, fu da quel momento in poi che tali famiglie iniziarono a conoscere direttamente alcuni agricoltori biologici del loro territorio, e di acquistare direttamente da loro i prodotti che sarebbero poi stati distribuiti all’interno del gruppo. Velocemente questa idea suscitò l’interesse e forse anche la curiosità di altre persone e già dopo pochi mesi il numero dei gruppi di acquisto solidale iniziò ad aumentare, soprattutto al Nord. Nel 1997 i gruppi registrati sul sito di Retegas.org erano 15. Nel 2003 il numero era salito a 100, fino ad arrivare nel 2009 a contarne circa 500. Nel 2008 la Finanziaria ha riconosciuto ufficialmente questa esperienza. Recita il testo: “Sono definiti Gruppi di Acquisto Solidale i soggetti associativi senza scopo di lucro costituiti al fine di svolgere attività di acquisto collettivo di beni e distribuzione dei medesimi, senza applicazione di alcun ricarico, esclusivamente agli aderenti, con finalità etiche, di solidarietà sociale e di sostenibilità ambientale, in diretta attuazione degli scopi istituzionali e con esclusione di attività di somministrazione e di vendita”.

Consumatori che diventano produttori

Nel 2004 si assiste a un’evoluzione: la nascita di un’azienda fondata da membri di un GAS, a partire dalla domanda creata dai GAS stessi. Tre componenti del GAS di Rimini, esperti del settore chimico-farmaceutico, si rendono conto che i prodotti detergenti offerti dal mercato non soddisfano le esigenze critiche del GAS, perché poco ecocompatibili o perché inefficaci. Si decide così di realizzare “Officina Naturae”, per produrre detergenti efficaci e sicuri, con un ciclo di produzione e distribuzione a basso impatto ambientale. Per la prima volta i consumatori diventano quindi anche produttori. Un successivo passo è compiuto nel 2006, con il progetto “equo felpe”, che porta alla progettazione, realizzazione e vendita di un prodotto pensato appositamente per i GAS: la felpa è un prodotto, ma anche un modo di concepire gli abiti che indossiamo: perché è ecologica, grazie all’impiego di cotone biologico, equa, grazie al giusto prezzo pagato ai produttori di cotone, etica, grazie all’impegno dell’impresa di confezionamento che lavora per rispettare i diritti dei lavoratori, ed evitare lo sfruttamento di donne e bambini. Nel 2007 prende vita un nuovo progetto che dimostra altre potenzialità per i GAS. Si tratta di “Made in No”, che, grazie al mercato garantito da un certo numero di GAS interessati, potrà contribuire a dare sostenibilità economica a un’intera filiera artigianale per la produzione di biancheria intima, ricostruita secondo i criteri del consumo critico.

GAS come impresa sociale?

Siamo abituati di solito a parlare di capacità imprenditoriali solo quando ci troviamo di fronte situazioni che espongono affari convenzionali. Ma la differenza sostanziale fra l’avvio di un’azienda convenzionale e quella di un’impresa con finalità sociali sta nelle motivazioni di fondo di chi vuole approcciarsi a tali iniziative. Le imprese convenzionali cercano sempre il raggiungimento del massimo profitto, la concorrenza fra i produttori si fa sempre più accesa e si cercano sempre delle idee vincenti fra tutte quelle che sono proposte sul mercato, soprattutto si cercano quelle che promettono con una certa concretezza affari più grossi e convenienti. Quando si dà avvio a un’impresa con finalità sociali, non si va in cerca del grosso affare, né del massimo profitto, perché il primo passo consiste nel mettere a fuoco un problema sociale di cui ci sta a cuore la soluzione. Nel caso dei GAS, il problema da cui si parte è proprio quello di andare a cambiare uno stile di vita in cui il sistema economico non garantisce, su una scala di parità, universalità e uguaglianza, dei bisogni per tutti i cittadini. Con l’espandersi della globalizzazione e con il crescere delle multinazionali, i piccoli produttori agricoli sono costretti quasi a scendere a “compromessi” pur di non perdere il loro raccolto.

Il numero dei partecipanti

I GAS, quindi, sono dei gruppi di persone che si uniscono perseguendo degli obiettivi ben precisi, ovvero quelli di garantire il rispetto dell’ambiente e quello di mangiare cibi sani prodotti da lavoratori che ne garantiscono la qualità, andando a pagare il prezzo effettivo che non aumenta passando dal produttore, al grossista, alla grande distribuzione, e poi al consumatore, poiché ci si basa sul rapporto diretto tra produttore e consumatore. Ci sono gruppi formati da una decina di persone, mentre ci sono altri gruppi che hanno un numero di aderenti anche abbastanza elevato: basti pensare, ad esempio a un condominio di medie dimensioni, dove ci sono più famiglie che possono diventare acquirenti. Sono composti quindi da un numero alquanto variabile di nuclei familiari, che per i più piccoli vanta la presenza di 4-5 unità, mentre si può arrivare a sfiorare anche le 400 unità se si parla di gruppi più grandi. Molto importante in questi casi è cercare sempre di fare le scelte dei cibi da ordinare rispettando un calendario, poiché ci sono dei cibi che non sempre sono venduti, essendo di difficile trasporto e deperibili. Ed è proprio accordandosi, rendendo sempre più vivi i rapporti di fiducia e reciprocità, che le persone sentono il bisogno di continuare o entrare a far parte di questi gruppi, poiché ci si ritrova a perseguire gli stessi obiettivi e condividere gli stessi scopi. Inoltre attraverso tali gruppi s’instaurano anche rapporti più stretti tra le persone e quindi possono essere considerati anche come uno strumento o un’occasione importante atta a far socializzare. A cadenze regolari, da settimanali a semestrali, i GAS organizzano delle riunioni tra i membri e magari sono proprio questi ultimi a presentare altre persone di modo che il circuito si allarga a macchia d’olio.

Un gruppo informale

Per quanto concerne la forma giuridica non è necessario darne una, poiché basta un semplice gruppo informale. Pur non avendo una forma giuridica prestabilita, tali gruppi hanno una propria organizzazione interna: c’è un referente del gruppo per ogni produttore, che ha il compito di analizzare e garantire il prodotto; c’è un giorno e un luogo di consegna; c’è, a turno, una persona incaricata di ricevere la merce per poi smistarla e raccogliere i soldi per poi consegnarli al cassiere che farà i bonifici ai produttori. Può ritornare però utile farlo, darsi una forma giuridica, nel caso in cui il numero dei partecipanti inizia a crescere e diventa più difficile gestire sia gli ordini sia il denaro. Inoltre avere una propria forma giuridica può essere importante poiché in tal modo si diventa più visibili agli occhi di chi non conosce, o meglio non ha ben chiare le finalità di questi gruppi. Quindi, la creazione e lo sviluppo di questi gruppi diventano un segnale positivo sia per il territorio sia per le istituzioni politiche che potrebbero anche finanziare economicamente questi gruppi.

Le valutazioni economiche

I gruppi di acquisto solidale si proiettano nella società come delle strutture in continua espansione che dovrebbero garantire il benessere della collettività nella sobrietà e nella solidarietà. A rendere possibile questo fenomeno di espansione è l’accresciuto disagio presente nell’economia attuale che vede un consumatore maggiormente attivo e consapevole e che cerca di rimodulare luoghi e risorse piegandoli alle priorità di un benessere inteso come un vivere “altrimenti”. Se poche persone investono denaro per spendere, l’economia gira poco; ma la difficoltà principale è anche far girare l’economia quando l’offerta soffre di periodi di sovrapproduzione perché pur di garantire l’occupazione e la ricchezza di alcuni si produce più del necessario provocando degli squilibri nell’uso delle risorse ambientali. Per esempio se vivessimo in una città in cui ci sono circa 10.000 famiglie e un GAS può essere composto anche da 50 famiglie, si potrebbero creare 200 GAS. Ogni gruppo è in grado di dare lavoro ad almeno 6 persone: un contadino, un produttore di frutta, un allevatore di bovini e maiali, un produttore di pasta, uno smistatore, ecc. Quindi sarebbero 1200 imprenditori, compresi circa 2400 dipendenti, per un totale di 3600 lavoratori. Quindi se magari si adottassero queste strategie, non ci sarebbe più bisogno di elemosinare il lavoro a qualcuno. Molte persone ignorano quanti danni economici causano comprando dalle grosse aziende che riforniscono tutti i supermercati e negozi. Esse sono maggiormente estere, quindi i soldi spesi vanno anche fuori dal nostro territorio nazionale e noi italiani ci impoveriamo sempre di più. È giunto il momento di ripensare totalmente il nostro consumo giornaliero di generi alimentari e non solo. Non è più possibile sprecare risorse, occorre una nuova sensibilità verso l’habitat in cui viviamo e verso noi stessi. Probabilmente l’esperienza dei GAS, che possiamo definire come un vero processo rivoluzionario, ci può aiutare ad acquisire una nuova coscienza e impegnarci per un futuro diverso, in cui la condivisione divenga un valore forte e ci aiuti a contenere i colpi di un neoliberalismo esasperato.

Filomena Oronzo

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