Negli anni Settanta qualcosa si ruppe. Dopo vent’anni di grandi promesse, di piani quinquennali, di aiuti e di fiducia cieca nella crescita, la realtà cominciò a presentare il conto. E il conto era salato. Lo sviluppo, come lo avevamo immaginato fino ad allora, entrò in una crisi profonda. Non era più solo un problema di risultati deludenti. Era il paradigma stesso che iniziava a scricchiolare.

La grande rottura degli anni Settanta

Tutto accelerò con gli shock petroliferi. I prezzi del greggio schizzarono alle stelle. I paesi poveri che non producevano petrolio si trovarono improvvisamente schiacciati tra costi energetici più alti e materie prime più care. La crescita rallentò, l’inflazione galoppò, il debito iniziò a lievitare.

Molti paesi che avevano seguito fedelmente le ricette dei pionieri — industrializzazione forzata, spostamento di risorse dall’agricoltura — si ritrovarono con economie squilibrate, agricoltura indebolita e una dipendenza crescente dall’estero.

Negli anni Settanta le banche internazionali avevano prestato soldi con grande facilità (i petrodollari dovevano pur essere piazzati da qualche parte). Quando i tassi di interesse salirono bruscamente, molti paesi si trovarono incapaci di pagare. Nacque così la crisi del debito del Terzo Mondo.

Il paradosso fu feroce: gli strumenti pensati per aiutare (prestiti e aiuti) finirono per aggravare la dipendenza. I paesi furono costretti ad accettare piani di aggiustamento strutturale imposti dal FMI e dalla Banca Mondiale, spesso con effetti sociali drammatici.

La fine del “Terzo Mondo” come categoria

In quegli anni divenne evidente un’altra verità: il “Terzo Mondo” non era un blocco omogeneo. Accanto a paesi che restavano ai margini emersero realtà che cominciavano a crescere con forza (i primi “tigri” asiatiche, poi i BRIC). La categoria stessa di “paesi in via di sviluppo” iniziò a mostrare tutti i suoi limiti.

Di fronte al fallimento della crescita come obiettivo unico, nacque un nuovo approccio: i bisogni essenziali. Invece di inseguire indici macroeconomici, si cominciò a chiedere: la gente ha da mangiare? Ha accesso alla sanità e all’istruzione di base? Ha acqua potabile?

Era un cambio radicale di prospettiva: dallo sviluppo come crescita aggregata allo sviluppo come miglioramento concreto delle condizioni di vita dei più poveri.

Self-reliance: fare da sé

Un’altra idea guadagnò terreno: la self-reliance (autosufficienza). Invece di dipendere da aiuti e tecnologie esterne, bisognava valorizzare le risorse locali, le conoscenze tradizionali, lo sviluppo dal basso e la partecipazione delle comunità.

Era un messaggio politico forte: lo sviluppo non può essere imposto dall’alto o dall’esterno. Deve essere costruito dentro, con le proprie forze.

Poi arrivò l’ambiente. Il rapporto sui Limiti dello Sviluppo (1972) e soprattutto il Rapporto Brundtland (1987) imposero un nuovo concetto: sviluppo sostenibile. Crescita economica che non compromette le risorse per le generazioni future.

In pochi anni divenne la nuova parola d’ordine globale. Tutti la usavano. Pochi la applicavano davvero.

Dal basso: ONG, microcredito, commercio equo

Parallelamente esplose il mondo delle organizzazioni non governative, del microcredito (Yunus e la Grameen Bank), del commercio equo e solidale. Si cercava di aggirare i grandi apparati statali e internazionali per agire direttamente sulle comunità. Erano approcci più piccoli, più mirati, spesso più umani. Ma anche più frammentati.

Infine emerse una corrente ancora più profonda: il post-sviluppo e la decrescita. Per questi pensatori lo sviluppo stesso era il problema. Un concetto occidentale, colonialista, che aveva promesso il paradiso e consegnato disuguaglianze, distruzione ambientale e alienazione.

Bisognava andare “oltre” lo sviluppo: ripensare l’economia, ridurre la centralità della crescita, immaginare altri modi di vivere bene.

La contraddizione di oggi

E così siamo arrivati al paradosso attuale. Da una parte ci sono critiche sempre più radicali al concetto stesso di sviluppo. Dall’altra le politiche dominanti — quelle delle grandi istituzioni internazionali, dei governi, dei mercati — continuano a girare intorno alla crescita economica come obiettivo principale.

Crescere di più o vivere meglio? La domanda resta aperta. E dolorosamente attuale.

Gli anni Settanta e successivi ci hanno insegnato che non esiste un paradigma unico. Lo sviluppo ha perso l’innocenza e la certezza che aveva negli anni Cinquanta. Oggi convivono approcci diversi, spesso contraddittori: dalla sostenibilità alla decrescita, dal microcredito ai grandi progetti infrastrutturali.

Forse è un bene. Perché significa che abbiamo smesso di credere alle soluzioni magiche. E abbiamo iniziato a capire che lo sviluppo — o qualunque cosa vogliamo chiamare il desiderio di una vita più dignitosa — è una questione troppo complessa per essere rinchiusa in un’unica formula. La storia non è finita. È solo diventata più onesta.