Ci sono diverse accezioni, diverse modalità, di intendere la democrazia che si rifanno al modo con cui questa viene tradotta e applicata in regole e istituzioni. Italia, Regno Unito, Stati Uniti, Spagna, Francia, Belgio e Germania sono tutte democrazie occidentali, eppure sono sistemi politici e sociali fortemente diversi tra loro.

Democrazie contemporanee

Il potere del “demos”, che nell’antica polis greca si esprimeva nell’agorà per rappresentanza diretta (dei soli uomini), può oggi reificarsi (anche per motivi organizzativi) in diverse forme istituzionali, come ad esempio la democrazia presidenziale, quella parlamentare o semipresidenziale. Ancora più importanti però sono le diversità che distinguono le diverse democrazie dei Paesi sul piano del funzionamento politico e della concezione stessa della democrazia. Arendt Lijphart ne “Le democrazie contemporanee” (1999) fornisce un’analisi di queste differenze proponendo la contrapposizione di due diversi macromodelli i quali si differenziano nettamente in diversi punti e che riflettono i due principali modi di pensare la democrazia: il modello Westminster e il modello consensuale.

Il sistema Westminster

La democrazia Westminster (anche detta maggioritaria) si rifà ad una visione della democrazia in cui il potere è a somma zero ed è detenuto ed esercitato da chi vince le elezioni, considerato come il più forte, senza dover tener conto degli altri schieramenti. In questo modello definito anche “di potere (della maggioranza) del popolo”, la democrazia si potrebbe definire di tipo escludente in quanto i partiti che hanno avuto una quota di voti minore hanno poca o nessun tipo di rappresentanza o influenza rispetto al governo. Fa principalmente riferimento alla democrazia in Gran Bretagna, la quale poi si è diffusa in tutti i paesi di tradizione anglosassone e del Commonwealth come Stati Uniti, Nuova Zelanda e curiosamente anche Barbados (i casi di studio presi da Lijphart).

Le caratteristiche

Le caratteristiche che contraddistinguono questo modello sono in primo luogo un accentramento del potere esecutivo in governi monopartitici a maggioranza risicata: in parole povere, il governo esecutivo è formato essenzialmente dal singolo partito che vince le elezioni con il capo del partito che viene nominato Primo ministro, tendenzialmente però con un margine di maggioranza di seggi in parlamento molto sottile ma d’altra parte molto stabile. Conseguentemente si assiste così ad un predominio dell’esecutivo rispetto al parlamento, tipicamente di tipo unicamerale, con una maggiore facilità a legiferare. Seppur formalmente l’Inghilterra si discosti da questa caratteristica, sul piano pratico la “Camera dei lord” ha poco potere di influenza sulle decisioni della “Camera dei comuni”; il parlamento, difatti, in UK, non ha nemmeno il potere di sfiduciare il governo. Tuttavia, di norma, se il parlamento non approva una proposta “di punta” dell’esecutivo, quest’ultimo può dimettersi anche senza ricevere una formale nozione di sfiducia.

C’è posto solo per pochi

Inoltre in questi Paesi, anche per via del sistema elettorale maggioritario ad unico turno, si determina un sistema bipartitico in cui sono solo due i partiti rilevanti che entrano nel parlamento a seguito delle elezione, talvolta però con effetti molto distorsivi e iniqui che sfavoriscono “i più piccoli”. Può verificarsi che il partito che vince le elezioni non ottenga nemmeno il 40% degli elettori o altri casi in condizioni particolari in cui partiti che ottengono il 25% dei voti vengano tradotti in una percentuale molto più bassa di seggi in parlamento. In questo contesto rileviamo un sistema di amministrazione molto centralizzata, in cui il governo centrale svolge uno ruolo di maggiore rilevanza rispetto agli enti locali e le loro istanze; e soprattutto una forte influenza da parte dei gruppi di interesse nelle formulazione delle politiche pubbliche, soprattutto in quelle di tipo socio-economiche. Il tipo di consultazione con le istituzioni però è più di tipo conflittuale e meno inclusiva di quelli che sono i diversi interessi ma in cui prevalgono i gruppi più forti, spesso i gruppi di rappresentanza imprenditoriale (ciò dovuto anche ad una economia finanziaria e maggiormente basata sul terzo settore).

Non è tutto oro

In ultimo i Paesi di questo modello sono caratterizzati da una maggiore flessibilità costituzionale (il Regno Unito addirittura ne è sprovvisto), con un’assenza di revisione costituzionale per le politiche deliberate. I difensori di questa concezione democratica, accusata spesso di essere effettivamente poco democratica per gli interessi minori, sostengono che in questa configurazione si verifica una sostanziale alternanza tra i principali due partiti, i quali durante il loro periodo di governo tendono a proporre politiche più ”di centro” che permetterebbero anche agli elettori del partito opposto di riconoscersi in quelle policy. Bisogna però ricordare che questa democrazia è più adatta ad una società a composizione sociale più omogenea, altrimenti porterebbe a creare problemi e malfunzionamenti con troppi partiti che vengono esclusi in modo permanente dalla gestione del potere. Tipico a tal proposito il caso dell’Irlanda del nord, che ha adottato per lungo tempo il sistema maggioritario che premiò spesso la componente protestante rispetto a quella cattolica e che in parte contribuì allo scoppio della guerra civile.

Il modello consensuale

Dall’altra parte, il modello della democrazia consensuale si basa su una concezione della democrazia definita dall’autore “per il popolo”, in cui si vuole coinvolgere più parti politiche al processo decisionale e legislativo. In questa idea di democrazia, le elezioni non sono una gara in cui il più forte vince ma in cui i diversi gruppi sociali eleggono la propria porzione di rappresentanza al parlamento. Successivamente il potere esecutivo se vuole essere democratico viene condiviso, tramite coalizioni, tra le parti, cercando di mediare e tenere in considerazione tutti i diversi interessi e le diverse minoranze. L’autore prende come casi di studio la Svizzera e il Belgio ma anche il nostro Paese per molti aspetti si avvicina a questo modello. In Italia, infatti, abbiamo avuto – come ad esempio nel ‘94 – coalizioni di governo formati anche da più di 8 partiti).

La Svizzera e il Belgio

In Svizzera, di consuetudine, i ministeri dell’esecutivo vengono divisi tra i tutti i principali partiti eletti in parlamento (tenendo in conservazione anche le minoranze linguistiche italiane, francesi e tedesche) mentre in Belgio l’esecutivo deve rispettare l’uguaglianza delle minoranze linguistiche, con fiamminghe e valloni che devono essere parimenti rappresentate. La composizione di queste società è infatti plurale, composta da più minoranze etniche, religiose, linguistiche e più fratture socio-politiche che si riflettono in un sistema multipartitico che è meglio supportato da un sistema elettorale proporzionale in modo che i voti siano tradotti proporzionalmente in seggi. Governi monopartitici, pertanto, determinerebbero uno scontento della maggioranza della popolazione.

Il potere delle consultazioni

Le politiche, al contrario della democrazia Westminster, sono frutto di un processo strutturato tra le parti e in particolare quelle socio-economiche sono risultato di consultazioni tripartitiche (sindacato-imprenditori-Stato) dove inoltre in questo caso il governo considera necessario concedere più margini di autonomia con un decentramento del potere alle istituzioni locali. L’azione dell’esecutivo è infine sottoposta alla revisione del parlamento tramite il rapporto di fiducia con costituzioni più rigide a controllare il potere e le cui modifiche devono passare da una maggioranza molto ampia del parlamento stesso, solitamente formato da due camere.

Questo ci fa capire come non esistano modelli politici migliori di altri. A seconda del contesto va concepito e integrato un sistema conseguente. Modelli che apparentemente sembrano migliori possono, in un altro contesto, essere disfuzionali o viceversa. La politica è il risultato delle specificità territoriali, culturali e storiche di un paese e nella formulazione delle policy, se vuole ottenere risultati positivi, deve tenere conto di queste specificità.

Valerio Adolini

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