Queste due teorie sociologiche, di cui Talcott Parsons e Niklas Luhmann si ergono a esponenti, sono state accreditate maggiori attenzioni dagli studiosi di sociologia in quanto cercano di comprendere l’intero programma di ricerca che va dalle teorie dell’azione alle teorie della struttura, si battono sullo stesso campo del paradigma della struttura, ossia tutte quelle visioni che partono dalle strutture della società per arrivare a spiegare il comportamento degli individui; tuttavia si tratta di due teorie simili, ma al contempo contrastanti in quanto l’una cerca di dimostrare il contrario dell’altra sotto un particolare punto di vista. Cerchiamo di capire come è possibile superare questo dualismo tra queste due teorie senza le quali non è possibile comprendere le fondamenta del sistema sociale, anch’esso termine chiave che fa riferimento a un concetto caro alla sociologia che sorvola dall’alto gli individui durante la sua analisi.

Lo struttural-funzionalismo di Talcott Parsons: l’individuo

Partendo da posizioni epistemologiche di matrice kantiana e popperiana, ossia dal deduttivismo proprio dello scienziato per eccellenza, lo struttural-funzionalismo parsonsiano sembra proiettare – e questo forse è il difetto principale della teoria del sociologo americano – anche le sue preoccupazioni rispetto la questione dell’ordine sociale, dell’integrazione dovuta al fatto che negli Stati Uniti d’America la devianza sociale e la disintegrazione del tessuto valoriale andava propagandosi endemicamente; così, in questo contesto di sentito timore per una questione che sembra parere politica a tutti gli effetti, Parsons costruisce un vero e proprio sistema di pensiero che fa del colosso americano del secondo dopoguerra il campo di studi delle sue indagini, talvolta corroborate da saltuarie e sporadiche ricerche empiriche, soprattutto sulla famiglia.

Talcott Parsons

Il nucleo principale della tesi di Parsons può essere sintetizzato nella formula “tutto in società nulla fuori dalla società”. Questo vuol dire che l’individuo è pressoché integrato nel sistema tale che non può districarsi da questo tessuto. Come amava ripetere Max Weber: “l’uomo è un animale sospeso fra ragnatele di significati che egli stesso ha tessuto” e che rimane impigliato tra di esse, aggiungerei io. L’individuo di Parsons è, per usare un’espressione accusatoria di Harold Garfinkel nei suoi confronti, un “drogato di cultura”.

Lo struttural-funzionalismo di Talcott Parsons: il sistema

In questo senso il sociologo di Colorado Springs ha teorizzato il cosiddetto modello AGIL dove ogni elemento del sistema – le strutture: economiche (A), politiche (G), regolative (I), culturali (L) – è funzionale alla conservazione, all’equilibrio e alla riproduzione del tutto. Quelli di sistema e funzione sono concetti chiave nella dottrina più ortodossa. Pertanto si avranno: istituzioni (strutture) del mercato che corrispondono a quella funzione che Parsons chiama di adaptament (A); istituzioni politiche che assolvono la funzione chiamata goal (G); istituzioni del diritto che corrispondono alla funzione integrative (I); infine, istituzioni assolventi le funzioni di latent model (L), ossia alla riproduzione del modello latente della società (quella che genericamente potremmo chiamare “cultura”). Il tutto deve potere essere sufficientemente integrato alla funzione di perpetuare il sistema nel tempo.

Il funzional-strutturalismo di Niklas Luhmann: l’individuo

Mentre Parsons nella sua teoria sociologica aveva dato centralità alle strutture che dovevano assolvere determinate funzioni per la sopravvivenza del sistema, Niklas Luhmann ribalta il rapporto struttura-funzione in una nuova formula destinata a prendere piede nella scienza sociologica come una delle teorie più rilevanti del secolo scorso: il funzional-strutturalismo.

Niklas Luhmann

Il primato della funzione nella struttura assume un significato diverso nella teoria sociologica luhmanniana. In questo contesto concettuale, l’individuo per Luhmann non è altro che eclissato dal panorama teorico; per questo assume, al contrario, importanza il concetto di “sistema psichico” per far sopravvivere un barlume di individualità (ma non di soggettività) nel quadro facente capo al sociologo tedesco. L’individuo, così ridotto a un burattino dei “sistemi” – sociale, psichico, biologico etc. – non trova più spazio di espressione della propria soggettività tanto da poter essere accostato a un semplice burattino in preda a stimoli comunicativi (input) che reagiscono su di esso tramite un filtro del sistema psichico che emette a sua volta degli altri stimoli (output).

Il funzional-strutturalismo di Niklas Luhmann: il sistema

Dal punto di vista del sistema sociale, Luhmann elabora una teoria che sia in grado di restituire, contro qualsiasi tentato soggettivismo, al sistema la centralità che merita. Come abbiamo detto, l’individuo è pressocché assoggettato alle caratteristiche del sistema, dunque è nel sistema che dobbiamo concentrare la nostra attenzione al fine di capire il mutamento sociale, per esempio, o spiegare un determinato fenomeno. Ciononostante, da questi assunti Luhmann si distingue dalle pretese generalizzanti dalla teoria parsonsiana in quanto egli concepisce, contro Parsons, il sistema come un’astrazione del ricercatore per ridurre la complessità del reale; non che Parsons non prendesse le mosse da un’epistemologia di stampo kantiano proprio come Luhmann, ma piuttosto il sociologo americano concepiva il suo modello interpretativo come assoluto e applicabile a diverse società tra loro, anche quelle “arcaiche” o lontane nel tempo, mentre Luhmann considerava, più umilmente, che il proprio modello interpretativo fosse uno dei tanti possibili, quindi approdando a un tipo di relativismo che a molti non piacque nell’ambito accademico dei sociologi. La priorità della funzione rispetto alla struttura o, sarebbe meglio, alle strutture, si deve alla ragione per cui Luhmann preferisce utilizzare il principio di “riduzione di complessità” in ordine a una funzionalità del ricercatore che secondo cui più attività diverse possono dar luogo a più funzioni diverse: è questo il principio dell’equivalenza funzionale, già anticipato a suo tempo da Parsons.

Considerazioni critiche

In generale, possiamo considerare le esperienze rispettivamente dello struttural-funzionalismo e del funzional-strutturalismo come – perdonate la ripetizione – funzionali al consolidamento di una più ampia visione secondo cui è possibile astrarre dalla complessità del reale il nucleo essenziale dei fattori che influenzano, da una parte o da un’altra, le variabili che hanno ottenuto un riscontro di esistenza empirica, dato per cui – consistenza ontologica tangibile – consentono di spiegare la società a partire da premesse di stampo aprioristico.

Tali questioni “empiricizzanti” riguardo l’apporto concreto delle due teorie alla storia del pensiero sociologico sono implicite e, in un certo senso, “nascoste” o “omesse” nel lavoro di Parsons (si vedano gli scritti dell’allievo di Parsons – Robert K. Merton – che aggiusta le “storture” e, di conseguenza, i limiti di questo approccio teorico), ossia che Parsons stesso parte da una riflessione elaborata “a tavolino” per giungere a generalizzazioni che sfuggono al controllo empirico (si pensi a come sia impegnativo in termini di risorse e tempi un’indagine empirica dalla portata colossale come quella comparativa); mentre in Luhmann è posta in questione la tematica dei concetti teorici, considerati come dicevo sopra relativi al soggetto ricercatore, e in questo contesto dunque come dei prototipi di “riduzione di complessità” per utilizzare la terminologia propria del sociologo tedesco.

Print Friendly, PDF & Email