Le nuove linee guida sulla pillola abortiva hanno riportato al centro dell’attenzione un dibattito antico e senza fine. Se da una parte l’evento è stato salutato con entusiasmo dal ministro e da alcune testate: “È un passo avanti importante nel pieno rispetto della 194 che è e resta una legge di civiltà del nostro Paese” (commento ministro Speranza in un post facebook), Aborto, cade l’ultimo no. Il ministro Speranza cambia la direttiva: la pillola RU486 potrà essere utilizzata senza ricovero” (titolo di Repubblica), dall’altro i giornali cattolici descrivono la novità con meno esultanza: “Ru486. L‘aborto farmacologico diventa fai-da-te, l’annuncio (via tweet) del ministro” (Avvenire). 

Ma è possibile arrivare alla radice ideologica del problema? E magari persino al superamento del durissimo scontro tra le due posizioni? Secondo il filosofo scozzese Alasdair MacIntyre questo non è possibile. Vediamo perché. 

La situazione italiana 

piccoli feti nel palmo di una mano

Partiamo ricordando i riferimenti normativi riguardanti l’aborto nel nostro paese. Dal 22 maggio 1978 in Italia è permesso interrompere volontariamente la gravidanza, non solo per motivi gravi di salute, ma anche per indesiderata maternità. La legge 194 consente, infatti, alla donna la possibilità di poter ricorrere all’aborto presso una struttura pubblica nei primi 90 giorni di gestazione. L’articolo 9 della legge 194 prevede, però, l’obiezione di coscienza da parte del personale sanitario, rallentando le pratiche e rendendo complicato l’esercizio di tale diritto. Ed eccoci nel pieno del dibattito, a chi non è mai capitato di sentir urlare: 

  • “l’aborto è omicidio ed è una pratica aberrante!”
  • “No, la vita non inizia al momento del concepimento e l’interruzione di gravidanza è un inviolabile diritto di ogni donna di scegliere per il proprio corpo!” 

Come orientarsi? E perché è così difficile arrivare ad una posizione stabile riguardo questo argomento? MacIntyre ha provato ad arrivare al fondo della questione rendendo molto chiaro il motivo per cui  il dibattito sull’aborto sembri destinato ad un eterno scontro di posizioni antitetiche.

Due posizioni incommensurabili 

Secondo il filosofo non sarebbe possibile stabilire un consenso su certi argomenti di carattere etico data l’incommensurabilità dei giudizi morali. Ciò significa che esistono varie ragioni a favore o contro il diritto di abortire e tutte queste ragioni sono allo stesso modo accettabili e devono essere tollerate.  Il dibattito riguardante l’aborto è un ottimo esempio di come si possa cadere in questo impasse. MacIntyre individua tre posizioni diverse strutturate in termini di argomenti morali antagonisti: 

Alasdair MacIntyre filosofo scozzese
Il filosofo scozzese Alasdair MacIntyre
  • Secondo la prima posizione, facendo appello al diritto di ciascuna persona di possedere e decidere per il proprio corpo, si dirà che la donna, nello stadio in cui l’embrione è essenzialmente parte del suo corpo, avrà il diritto di decidere in totale libertà se abortire o no. Ne segue che abortire sia moralmente lecito e debba essere garantito dalla legge.
  • La seconda posizione si poggia sulla credenza secondo la quale un embrione sarebbe un individuo ben definito e, in quanto tale, detentore del diritto alla vita. L’aborto sarebbe dunque un omicidio in tutto e per tutto, sarebbe moralmente sbagliato compierlo e, quindi, dovrebbe essere proibito dalla legge.
  • La terza posizione è quella dei moderati, secondo i quali non essendo possibile stabilire se il feto, o prima ancora l’embrione, sia vita cosciente o meno, si trovano in bilico tra le due posizioni. I moderati, non potendo escludere con certezza che l’aborto sia un vero e proprio omicidio, dovrebbero negare il diritto di abortire, se non altro per rispetto dei loro concittadini pro-life

Escludendo i dubbiosi, che vanno a ingrossare le fila degli antiabortisti, si nota che queste argomentazioni antagoniste hanno una certa validità logica e sono entrambe rispettabili. Eppure risulta impossibile una loro mediazione. Chi considera l’aborto come omicidio non può ammettere eccezioni e non può essere tollerante nei confronti dei pro-choice. Al contrario, i pro-choice non vogliono vedersi negato un diritto e sentono come una vera e propria violazione della propria libertà l’obbligo di portare avanti una gravidanza indesiderata.

Aborto: le posizioni delle diverse religioni

Il nocciolo della questione sta proprio nell‘incommensurabilità concettuale di questi argomenti, termine che MacIntyre eredita direttamente dall’epistemologia. Questo significa che le diverse posizioni sono perfettamente coerenti e ragionevoli, ma incompatibili tra loro. Esse sono ragionevoli e coerenti per il fatto che le conclusioni derivano esattamente dalle premesse: per esempio se assumiamo come premessa che l’omicidio è un male e l’embrione è un individuo perfettamente sviluppato ne segue razionalmente che l’aborto sia un omicidio e che dunque debba essere proibito per legge. Invece, dalle premesse ciascuno possiede diritti sulla propria persona, incluso il proprio corpo, e l’embrione in uno stadio poco avanzato del suo sviluppo è parte effettiva del corpo della madre, ne segue razionalmente che il diritto di abortire fa parte dei diritti di possesso e scelta riguardo al proprio corpo.

Ciascuna premessa fa uso di alcuni concetti assiologici o normativi molto diversi da quelli delle altre. Ne consegue che la discussione pubblica riguardo a certi argomenti morali risulta interminabile a meno che non si faccia appello ad un’autorità esterna che, in qualità di giudice, porrà fine al conflitto facendo valere la posizione di una delle parti sull’altra. Dalle diverse conclusioni si possono dedurre razionalmente le premesse ma, una volta giunti a tali premesse, la discussione si stabilizza sulla loro semplice affermazione o negazione. Ed ecco perché siamo fermi da anni nella semplice riproposizione di affermazioni contrastanti: l’aborto è un diritto! L’aborto è un assassinio!

Quale soluzione?

Persuperare i problemi svelati da MacIntyre bisogna trovare un terreno comune sul quale poter rifondare il dibattito. Bisogna uscire da questo vicolo cieco proponendo una nuova strategia che non sia ribadire la propria posizione o fare la voce più grossa. Si può, per esempio, difendere la propria opinione partendo dalle premesse altrui. Quindi, proviamo ora a sostenere il diritto di abortire accettando l’affermazione che la vita inizia al momento del concepimento. In questo modo, partendo entrambe le parti dalla stessa premessa, si può portare anche l’altro a comprendere le proprie conclusioni. Le posizioni di entrambi non saranno incommensurabili, ma avranno un terreno di confronto.

Come procedere? Bisogna introdurre nuove argomentazioni. La filosofa americana Judith Thomson, per esempio, fa slittare la questione dal campo della bioetica a quello del diritto, dando al dibattito un nuovo terreno su cui confrontarsi. Dunque, una volta accolta la premessa secondo la quale il feto è vita, si procede con l’analizzare i due diversi diritti in gioco (della donna e del feto o dell’embrione) domandandosi: se è vero che il feto è una persona, ne consegue necessariamente che esso sia già detentore di tutti i diritti, tra cui il diritto alla vita? 

la filosofa e scrittrice statunitense Judith Thomson
la filosofa e scrittrice statunitense Judith Thomson

La Thomson dichiara che possedere diritti presuppone il fatto di avere anche interessi da tutelare: un individuo acquisisce dei diritti nel momento in cui ha speranze e progetti di vita. Solo se gli si darà la possibilità di svilupparsi spontaneamente l’embrione acquisirà anche interessi e con essi alcuni diritti: si pensi al diritto di voto, che avrà una volta compiuti i diciotto anni. Ma c’è un’ulteriore limitazione. Per possedere dei veri e propri diritti un individuo deve desiderare qualcosa riguardo it’s present, not its future, non vale cioè dire che il feto, un giorno, avrà l’interesse e la volontà di difendere la propria vita. 

La metafora del dipinto di cui si serve la Thomson potrebbe aiutarci a chiarire questo punto. Pensiamo ad un quadro: esso non ha interessi. Naturalmente noi abbiamo la possibilità di danneggiarlo, per esempio versandovi sopra dell’inchiostro o esponendolo per diversi giorni alla luce del sole. Questo danneggiamento però non impedirebbe la volontà del dipinto di perseguire i propri fini, poiché esso non ne ha. 

Verso una società più equa

Questo paragone, evidentemente, non scioglie i nodi della questione, un embrione non è esattamente un dipinto e non possiamo essere certi che non abbia interesse ad evolversi e a vivere. Qualsiasi materiale biologico che tende a svilupparsi e a moltiplicarsi presente sul nostro pianeta ha questo interesse. Ma anche accordando all’embrione la vita e l’interesse a vivere, possiamo affermare che esso abbia più diritto di svilupparsi a scapito della libertà di gestire e decidere del proprio corpo di una donna adulta e già pienamente cosciente? 

abortion-aborto

Forse una vera conclusione al lungo e acceso dibattito sull’aborto avverrà soltanto quando saremo in grado di rispondere a domande filosofiche antiche quanto l’essere umano stesso: che cos’è la vita? Che cos’è la coscienza? Che cos’è la volontà? Per il momento potremmo provare ad orientarci esplorando il campo giuridico e decidere insieme, democraticamente, cosa sia più importante per noi. Al fine di costruire una società più libera e giusta bisogna chiedersi: il diritto alla vita di una cellula fecondata o l’autonomia della donna? Dobbiamo chiederci che tipo di mondo vogliamo costruire per le generazioni future, e affrontare le questioni etiche importanti sotto una nuova luce di equità e di emancipazione. Considerando inoltre che la tutela del diritto alla vita, intesa in senso ampio, dovrebbe arrivare a coinvolgere ogni forma elementare esistente, un progetto assai ambizioso e difficilmente realizzabile, è arrivato forse il momento di fare un passo avanti per la nostra società democratica e ridare la libertà di scelta e decisione del proprio corpo alle donne.

Giovanni Massaro

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