Ricordo vividamente quella volta in un caffè napoletano, stipato di gente fino all’inverosimile – tavoli appiccicati l’uno all’altro, odore di espresso bruciacchiato che si mischiava al chiacchiericcio costante. Due tipi al tavolo vicino fingevano una lite accesa: un insulto volante, un cuscino che sfiorava la testa senza colpire, e poi risate che esplodevano come fuochi d’artificio. Tutti intorno capivano al volo che era uno scherzo, un gioco innocuo. Incredibile, no? Non c’era bisogno di spiegazioni; l’aria stessa vibrava di quell’intesa tacita. Mi ha fatto rimuginare per giorni: quante volte buttiamo lì un gesto, un’occhiata fugace, e il mondo reagisce come un domino impazzito, senza che possiamo fermarlo o controllarlo del tutto?

Sociologia ella comunicazione interpersonale

Ecco il nocciolo della questione, quello che mi preme sviscerare qui. Ogni incontro umano, anche il più banale come uno sguardo scambiato in metro tra estranei, è un segnale sparato fuori nel mondo – un misto di scelte deliberate, pensate e ripensate, e scivoloni incontrollati, tipo un rossore improvviso che ti frega rivelando imbarazzo, o un accento dialettale che urla le tue origini senza che tu apra bocca. Prendi quei due al caffè – li chiamo Mascia e Alessandro, come personaggi di un reality polveroso e dimenticato – il loro bisticcio era cucito apposta per l’occasione, con regole invisibili che tutti annusiamo istintivamente: un ghigno complice per dire “è solo un gioco”, un tono di voce esagerato che marca il confine tra burla innocente e coltellata vera e propria. Ma sotto sotto, la comunicazione è il mastice appiccicoso delle nostre giornate caotiche, quel collante invisibile che Federico Boni srotola nel suo libro partendo da elementi basilari e concreti: chi manda il messaggio, chi lo riceve, il contenuto stesso, e un contesto ambientale che lo colora di sfumature infinite – senza quel contesto, un cuscino lanciato diventa un’aggressione seria, con conseguenze imprevedibili.

Distinguere tra comunicare e informare? Ecco una chicca che mi ha colpito come un pugno nello stomaco quando l’ho letta. Quando parli, scegli le parole con cura, ma il tuo corpo o i vestiti che indossi spifferano informazioni su di te senza il tuo permesso esplicito – immagina un colloquio di lavoro, dove sudi profusamente e zac, quei segnali involontari tradiscono il tuo nervosismo, influenzando l’esito. La fiducia entra in gioco proprio qui, quel patto tacito e fragile che l’altro non stia fingendo del tutto, altrimenti ogni chiacchiera quotidiana diventa un processo infinito, un’interrogazione sospettosa. Boni tira in ballo Bateson per spiegare i frame, quelle cornici mentali che incasellano tutto: è un gioco o una cosa seria? Senza queste cornici, regna il caos assoluto, l’incomprensione totale. E nei tempi moderni, con schermi ovunque che ci bombardano di notifiche, un semplice emoji può ribaltare l’intero significato – quante litigate online sono nate da frame sbagliati, da un malinteso digitale che in persona si sarebbe risolto con uno sguardo?

Watzlawick

L’aspetto sociale della comunicazione mi punge come una spina nel fianco. La radice etimologica di “comunicazione” sa di obbligo condiviso, di vincoli reciproci che legano le persone – non sono sempre rose e fiori, spesso sono zuffe accese o mercanteggiamenti subdoli. Pensa a una cena familiare tipica: sembra uno scambio innocuo di opinioni, ma sotto c’è potere in ballo, attese non dette che schiacciano come macigni. L’intenzionalità è la chiave di volta, per Boni, che separa il voluto dal casuale – ma non si sfugge mai del tutto: persino il silenzio parla: ignorare qualcuno è un messaggio potentissimo. Paul Watzlawick lo chiamava assioma fondamentale della comunicazione, e io dico sì, cavolo, ha centrato il punto in pieno: non si può non comportarsi, ogni mossa, ogni non-mossa, comunica qualcosa inevitabilmente.

Curioso, vero? In questo mondo iperconnesso, dove siamo sempre online, i principi base della comunicazione si gonfiano come lievito in una pagnotta – un post su Instagram intenzionale, ma i like e i commenti spifferano significati oltre l’intenzione originale. I frame? Si moltiplicano all’infinito: è ironia o veleno nascosto? Litigi digitali nascono da frame sballati, da interpretazioni errate. Boni suggerisce di partire da qui per decostruire il tutto, e io sono completamente con lui – rende meno banale il quotidiano, ti fa vedere strati che prima ignoravi.

Non possiamo smettere di comunicare

Alla fine della fiera, se non possiamo smettere di comunicare nemmeno volendo, quanto comandiamo davvero i nostri segnali, o siamo solo burattini in un flusso incessante che ci travolge senza pietà? È una domanda che mi assilla, specialmente in una città come Napoli, dove comunicare è arte di strada.

Espandiamo un po’. Pensiamo alle comunicazioni non verbali: il 70% di ciò che trasmettiamo è non detto, secondo molti studi. Un incrocio di braccia può significare chiusura, un sorriso forzato ipocrisia. Ricordo una riunione di lavoro dove un collega annuiva, ma i suoi piedi puntati verso la porta urlavano “voglio andarmene”. Questi segnali sono inevitabili, parte del nostro essere sociali.

E i media? TV e social amplificano tutto. Un tweet può scatenare una tempesta, un video virale cambiare opinioni. Boni lo analizza bene, mostrando come l’intenzione si perda nella trasmissione. Pensa alle fake news: comunicano falsità, ma il danno è reale.

Nella vita quotidiana

Nella vita quotidiana, comunicare è sopravvivenza. Dal negoziare un prezzo al mercato a flirtare in un bar, è ovunque. Non possiamo farne a meno perché siamo animali sociali, come diceva Aristotele. Ma ci sono rischi: sovraccarico informativo, burnout da notifiche. Eppure, è il nostro legame. In tempi di pandemia, quando il contatto fisico mancava, le videochiamate hanno salvato relazioni, ma hanno anche evidenziato limiti: manca il calore umano.

Boni cita esempi da film e libri, e io aggiungo aneddoti personali. Una volta, un silenzio al telefono con un amico ha rivelato più di mille parole: era depresso, e io l’ho capito dal non detto. Insomma, comunicare è inevitabile, ma capirlo ci rende migliori. Pronti per approfondire? alla prossima!

Biagio De Risi

Riferimenti

Boni F., Sociologia della comunicazione interpersonale, Laterza, Roma, 2007.