In occasioni come Halloween, la riflessione sulla maschera viene quasi automatica… e chi meglio del premio Nobel per la letteratura Luigi Pirandello per trattare il tema? Non solo in questo periodo dell’anno siamo costretti ad indossarne una, bensì, come piaceva ripetere allo scrittore siciliano, siamo costretti a cambiare volto molto spesso durante la nostra vita.
Tra maschere e volti
Nel suo capolavoro letterario “Uno, nessuno e centomila” Pirandello sosteneva che nella vita si incontrano tante maschere e pochissimi volti, e che ognuno di noi è uno solo, ma nessuno allo stesso tempo, nonché centomila persone tutte insieme. Ebbene sì, perché noi siamo sempre tenuti ad assumere comportamenti e dimensioni che la società ci impone, venendo appunto “mascherati” dai dogmi che ci vengono imposti, senza poter esprimere la nostra vera e profonda personalità, se non in pochi e intimi casi. Qualche esempio? Chi ha un temperamento molto impulsivo, su un posto di lavoro, dovrà sostituire il suo carattere istintivo con la maschera della persona docile e comprensiva; a meno che non voglia giocarsi il posto di lavoro. Idem per chi ha un carattere piuttosto festaiolo e, quando incontra un uomo o una donna da corteggiare, indossa la maschera della persona tranquilla e semper fidelis! Allo stesso modo, quanti di noi hanno indossato la maschera da “sono sobrio” dopo una festa con i propri amici davanti ai nostri genitori?
In Pirandello, quindi, la maschera è un simbolo centrale per esplorare l’identità, la società e il conflitto tra essere e apparire. Nelle sue opere, come la sopracitata e “Sei personaggi in cerca d’autore”, Pirandello rappresenta la maschera come uno strumento che gli individui usano per adattarsi alle aspettative sociali, mentre cercano di proteggere il loro io autentico, che però finisce per disperdersi in molteplici versioni. Questa frammentazione identitaria si manifesta come la tensione tra il “volto” — l’essere reale, privato, inafferrabile — e la “maschera”, che è la percezione pubblica dell’individuo, codificata dai ruoli sociali.
Pirandello e la maschera sociologica
Dal punto di vista sociologico, la maschera pirandelliana anticipa concetti come quelli sviluppati più avanti da Erving Goffman nella sua teoria dell’interazione faccia a faccia, in cui la “presentazione di sé” diventa una performance sociale. Pirandello descrive, in un certo senso, un mondo in cui ogni individuo è “uno, nessuno e centomila” perché, nel tentativo di rispondere a tutte le aspettative sociali, l’identità viene continuamente trasformata. L’uomo pirandelliano non possiede mai un’identità stabile, ma è costretto ad assumere molteplici maschere che alla fine non rappresentano altro che una prigione. È intrappolato in una continua “recitazione” per gli altri, perdendo così la possibilità di essere autentico.
La maschera in Pirandello rappresenta una duplice natura: da un lato, protegge l’individuo, offrendogli un ruolo riconosciuto all’interno della società; dall’altro, lo aliena da se stesso, portandolo a una frattura interiore e a un senso di isolamento esistenziale. Il teatro di Pirandello, in questo senso, diventa una metafora della vita, dove la finzione e la verità si intrecciano, e la ricerca della propria identità diventa una lotta senza fine tra la maschera che la società impone e il desiderio dell’individuo di scoprire chi è realmente.
Luigi Pirandello aveva proprio ragione: le maschere non si indossano soltanto ad Halloween o a Carnevale, bensì siamo costretti a temperare le nostre note caratteriali sempre e comunque, per seguire le regole che la società ci impone, al fine di convivere pacificamente nella nostra civiltà. Dopotutto l’uomo è un animale sociale, e il cambiamento, seppur momentaneo e a seconda della situazione, fa parte della sua natura.
Maria De Luca (con aggiornamento della redazione in data 31/10/2024)


































