I giovani non sono più quelli di una volta. È passato il tempo in cui essi costituivano una entità specifica, un luogo critico nei confronti del mondo degli adulti. Non appaiono più neppure quale “soggetto sociale” capace di esprimere una volontà di cambiamento, se non in relazione ad alcuni contesti molto ristretti e limitati nel tempo.

Un nuovo adattamento

Gli anni Novanta hanno contrassegnato questo mutamento, tanto dirompente da attribuirgli l’appellativo di “generazione invisibile“. Tale connotazione non rivela soltanto l’opacità dell’oggetto osservato, ma anche il senso di disorientamento di chi lo osserva, dato che dobbiamo considerare i giovani nel rapporto ambivalente che essi istituiscono con i loro genitori e tenendo conto di tutti i limiti intrinseci ai concetti utilizzati per definirli. L’invisibilità dei giovani riduce l’attrazione da loro esercitata nei confronti dei media, giovani cresciuti a stretto contatto con una generazione disillusa (i loro genitori, i loro insegnanti), facendo così di loro una generazione senza padri, né professori, né fratelli maggiori. Nonostante questo isolamento, i giovani sembrano particolarmente capaci di adattarsi al presente, ancorandosi in modo nuovo alla famiglia e rimanendo al suo interno fino oltre i trent’anni. Non sentono più l’esigenza di scappare di casa e in fondo anche i genitori vogliono tenerseli con loro.

Sguardo al presente

Rispetto al passato i giovani mostrano una maggiore vocazione al privato, che si riscontra da una maggiore propensione all’associazionismo, così da valorizzare quei luoghi entro i quali sia possibile comunicare e riconoscersi e nei quali il “fare” è più importante del “gridare”. Lo sguardo dei giovani d’oggi non è più orientato all’utopia, al futuro remoto, quanto al presente e al futuro immediato. Essi hanno preso confidenza tanto con la flessibilità quanto con il rischio, sia nel mondo del lavoro, sia in quello della vita quotidiana. L’invisibilità dei giovani, però, deriva anche dal disagio che essi suscitano nel resto della società a causa della loro capacità di mostrare realtà che ci appartengono ma che spesso il mondo degli adulti non vuole vedere o finge di non vedere. Insomma, questi giovani non piacciono, perché le loro rivendicazioni non riguardano i problemi della società, se non parzialmente, perché non hanno più intenzione di mettere in discussione i tradizionali poteri contro i quali si erano battute le generazioni precedenti, in primo luogo il potere generazionale. E in fondo non piacciono perché ricordano agli adulti le loro inadempienze, l’incapacità di offrire loro dei valori. E per questo li preferiscono invisibili.

Quanto contano i giovani?

Un tempo il giovane possedeva una propria fisionomia, ben definita e ben scandita dai diversi riti di passaggio che costellavano la sua esistenza per condurlo alla vita adulta. Oggi, la definizione di giovane risulta assai più confusa, abbraccia una fascia d’età molto più estesa che nel passato, includendo al suo interno un periodo che ha inizio con l’adolescenza e si conclude con l’acquisizione completa della propria autonomia intorno ai quarant’anni. Negli ultimi anni si sono caratterizzati due elementi nei giovani: la scarsità numerica e il ritardo nel passaggio alla vita adulta. La riduzione del loro numero, avvenuta a causa della forte riduzione di riproduttività intorno agli anni Ottanta e Novanta, determina un’alterazione fra i rapporti tra le generazioni non solo in termini numerici, ma anche politici, economici e sociali. Dal punto di vista del ritardo, invece, possiamo constatare un allungamento del periodo scolastico e dunque di quello necessario per introdursi nel mondo del lavoro e cominciare ad acquisire un certo grado di indipendenza economica (che porta con sé la procrastinazione delle scelte legate a questa condizione: abbandono del tetto famigliare, matrimonio, figli). Si è parlato in questo senso di sindrome del ritardo, per indicare come ciò non dipenda esclusivamente dai mutamenti sociali in atto, essendo piuttosto un fenomeno con caratteristiche patologiche autopoietiche.


Gianni Broggi

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