I miti fantascientifici di Asimov e di “2001: Odissea nello spazio” non sembrano più così lontani: robot ed intelligenza artificiale infatti hanno iniziato a popolare, ormai da quasi due secoli, non solo le nostre ricerche e le nostre suggestioni, ma anche le nostre case e le nostre strade. I robot sono diventati a tutti gli effetti nostri compagni di vita, e questo scenario sembra destinato a riproporsi sempre di più nel nostro futuro. Quanto questa invasione e convivenza modifica il mercato del lavoro? Quali le prossime prospettive?

I numeri del mercato del lavoro al netto dei robot

Se l’opinione corrente è quella che i robot occupino il posto di lavoro dell’uomo e si sostituiscano a lui, favorendo così meccanismi di disoccupazione umana, la realtà sembra molto più complessa e a tratti contraddittoria. L’ingegnere robotico Alessandro Forti, intervistato per questo articolo, sostiene che “da noi la robotica entra nelle fabbriche, crea posti di lavoro; un robot non si crea, non si progetta, non si costruisce e non si ripara da solo. Ci vuole chi svolga tutte queste funzioni […]. Tutti questi sono posti di lavoro in più”. Una recente ricerca dello ZEW, il Centro Europeo per la Ricerca Economica, mostra, in accordo con quanto afferma Forti, come i robot abbiano avuto un impatto favorevole sul mercato del lavoro. Nella ricerca condotta da Terry Gregory, Anna Salamons e Ulrich Zierahn dal titolo “Racing With or Against the Machine? Evidence from Europe” [2016], i tre studiosi sostengono che l’automazione abbia portato un incremento di 11,6 milioni di posti di lavoro in UE, risultanti dalla perdita di 9,6 milioni di posti di lavoro (ripetitivi e meccanici) compensati dalla creazione di 21,2 milioni di nuovi posti legati all’automazione. Lo studio ha analizzato i flussi dell’occupazione reperendo i dati della serie storica 1999-2010 in 238 regioni europee. Terry Gregory, intervistato dal giornalista Riccardo Oldani (2017), spiega:

Il nostro studio dimostra che la tecnologia ha avuto un effetto netto positivo sul lavoro nel recente passato. La ragione è che l’effetto di creazione di nuovi lavori è stato in grado di compensare e superare gli effetti di distruzione del lavoro, cosa che interpretiamo come un dato di fatto che stiamo correndo insieme alle macchine e non contro le macchine. […] Siamo convinti che il rischio legato ALL’AUTOMAZIONE sia molto meno pronunciato di quanto altri ritengano.

Cosa cambia a livello qualitativo?

Naturalmente, se a livello di valore assoluto i risultati di questa ricerca sembrano più confortanti e meno spaventosi di quanto il senso comune lasci presagire, la composizione del lavoro cambia molto a livello qualitativo. Lo stesso Terry Gregory prosegue:

Il fatto che troviamo un effetto positivo netto della tecnologia dell’occupazione è dovuto alle forze fondamentali in gioco nel cambiamento tecnologico. In particolare, dimostriamo che automazione e digitalizzazione producono, in effetti, una perdita di posti di lavoro, come suggeriscono altri studi. Si tratta di lavori ROUTINARI, ripetitivi, che possono essere facilmente eseguiti da robot. Però allo stesso tempo la tecnologia crea nuovi posti rendendo le aziende più produttive e competitive.

La sfida che i robot ci pongono

Se da una parte quindi l’uomo, in termini di valori assoluti, sembra avere più posti di lavoro a disposizione grazie all’invasione robot che caratterizza la nostra epoca, ad essere svantaggiati sono (ancora una volta, verrebbe da dire) i lavori a bassa qualifica, i quali verranno sempre di più svolti dai nostri compagni di acciaio e ingranaggi (basti pensare alle casse automatiche o al casello dell’autostrada). La rivoluzione robotica non rappresenta quindi di per sé un male o una minaccia, anzi. Essa però deve essere fortemente e necessariamente supportata da una serie di iniziative che mirino al reinserimento lavorativo di chi da questa rivoluzione non può (più) trarre mezzi per il proprio sostentamento. Ma questa è un’altra storia…

Davide Nardini

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