I linguaggi del digitale pervadono l’orizzonte della co-evoluzione fra sistema dei media e società, innescano un cambiamento socio-antropologico post-umano riguardante lidea di persona ed elaborano il senso che presiede le dinamiche relazionali e neo-tribali. Ciò ha messo in discussione i rapporti consolidati fra produzione e consumo, l’idea classica dell’abitare il proprio tempo e le strutture dell’industria culturale di massa, che non produce più esclusivamente per un pubblico con intenti omogeneizzanti, ma contempla anche una riappropriazione delle forme simboliche di rappresentazione da parte di quest’ultimo.

Pubblico e pubblici

Il termine “pubblico” ha assunto un significato diverso negli attuali contesti digitali in quanto non è più possibile parlare e concepire un’audience che subisce in maniera eterodiretta i contenuti della comunicazione né tantomeno una massa che risponde acriticamente a essa col consumo. Bisogna invece parlare di una serie di pubblici, i cosiddetti “networked publics” o pubblici connessi (Giovanni Boccia Artieri, 2012). Questo termine fa riferimento alla nuova condizione di connessione digitale tra pratiche culturali, relazioni sociali e sviluppo delle tecnologie mediali (Mizuko Ito, 2008) e definisce una nuova logica di partecipazione mediale che contempla tutte le tipologie classiche di comunicazione, ovverosia bottom-up, top-down e la comunicazione orizzontale: in pratica, secondo Ito, i pubblici connessi “possono reagire, rifare, ridistribuire, partecipando alla condivisione di cultura e conoscenza attraverso le logiche del discorso e dello scambio oltre che attraverso quelle della sola ricezione mediale“.

Culture partecipative

Seguendo questa prospettiva definibile del “farsi media” (G. Boccia Artieri, 2012), cioè dell’appropriazione del linguaggio mediale e del suo utilizzo giocoso in contesti mutevoli e collettivi, è possibile concepire forme culturali nuove figlie delle logiche di produzione-consumo e concretizzate negli user generated e distribueted contents, ossia le culture partecipative. Secondo Henry Jenkins (2008) esse sono definibili come quelle forme di aggregazione che presentano:

– basse barriere per l’espressività artistica e in coinvolgimento civico;

– forti supporti per creare e condividere le proprie produzioni con gli altri;

mentorship informale per cui la conoscenza passa dagli esperti ai novizi seguendo la sola logica della competenza;

– membri che credono i loro contributi di peso alla discussione;

– membri che percepiscono alcuni gradi di connessione sociale con gli altri preoccupandosi di ciò che essi pensano a proposito delle loro produzioni;

Comunità di pratica

Tutte le produzioni mediali, le interazioni e le affiliazioni che nascono in questa maniera sconvolgono i classici canoni della strutturazione e dell’attribuzione di un’identità culturale ben precisa. Ciò che dà corpo e dunque realizza questa tipologia di cultura della convergenza sono, di fatto, le comunità di pratica. Esse, secondo Etienne Wenger (1998), sono formate da persone che partecipano ad un processo di apprendimento collettivo entro un dominio condiviso dell’attività umana: ad esempio, una tribù che impara a sopravvivere, un gruppo di artisti che cerca nuove forme di espressione, un gruppo di ingegneri che lavora su problemi simili, una cricca di allievi che definisce la propria identità a scuola. In altre parole esse si presentano come gruppi di persone che condividono un interesse o una passione per qualcosa che fanno o che imparano a fare meglio mentre interagiscono regolarmente. Ci sono tre elementi che particolareggiano questo tipo di comunità e che permette loro di proporsi come cardine per la strutturazione di un modello più maturo:

1) il dominio di interessi condiviso;

2) la dimensione comunitaria;

3) la pratica intesa come un repertorio condiviso di risorse quali esperienze, storie, modi di approcciare problemi ricorrenti, creato nel corso del tempo e dall’interazione continua.

Francesco D’Ambrosio

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La conoscenza sociologica può creare individui migliori, consapevoli“. Laureato in Comunicazione Pubblica, Sociale e Politica con lode, mi interesso di immaginario mediale, ludicità e intercultura. Sono un topo di biblioteca e anche una buona forchetta.