Il mondo è mutato, o per meglio dire è mutata la nostra percezione del mondo. Ciò che ieri ci preoccupava, ora sembra non avere più senso. Cosa importa delle tante vite allo sbando in un mondo che, dopo aver esaurito i posti a sedere, sembra ormai non offrire nemmeno posti in piedi? Cosa importa delle vite precarie, di fronte a chi la vita non ha più? Il terrorismo devia sempre l’attenzione dei popoli dai problemi quotidiani e politici verso orizzonti di morte.

L’Islam ai tempi del terrorismo

Un tempo, tanto tempo fa, quando i timori erano altri e il mondo sembrava diverso, si diceva che il terrorismo fosse sempre e comunque reazionario, perché lo era nelle sue conseguenze sociali e politiche. Se nello scorso secolo il terrorismo si colorava del nero torvo di chi organizzava stragi o del rosso vivo di chi pensava a far cadere le élite, il colore del terrorismo odierno è unicamente il nero. Nero con una scritta bianca, in una lingua che pochissimi sanno leggere, anche se gli esperti assicurano che contenga il nome di Dio. E anche la strategia è la stessa: colpire i lavoratori, i ragazzi normali, le famiglie, i comuni abitanti di paesi orientali e occidentali, non certo le élite. Decisamente terrorismo nero come la pece. E decisamente Dio non c’entra nulla.

La moschea di Medina
La moschea di Medina

L’Islam vieta questa violenza sia nei principi che nelle regole. Qualcuno, per dimostrare la belligeranza insita nel Corano, estrapola pezzi di versetti dal contesto delle sure medinesi (del periodo dell’esilio a Medina, dovuto alle persecuzioni, con l’intenso conflitto tra città e tribù) dove il richiamo alla necessità di rispondere agli attacchi si riferisce alla particolare situazione storica. L’etica di guerra è codice cavalleresco, tanto che i barbuti tagliagole sui monitor somigliano più ai coranici “miscredenti” che a dei veri musulmani. Tutto questo viene chiamato Islam “radicale” o “fondamentalismo”, parola che non ha nulla a che fare con i fondamenti della religione.

Le degenerazioni dell’Islam

Finalmente anche nei nostri talk show, sedicenti esperti la cui formazione non ci è dato di sapere riescono a distinguere l’Islam dalle sue degenerazioni: wahabismo e salafismo. In opposizione su alcuni aspetti – come la questione delle cosiddette “innovazioni” – in comune hanno sicuramente quello che in arabo è definito come “takfiri“: la tendenza a condannare in maniera settaria chi non appartiene al proprio gruppo, privandolo dei diritti che la religione riconosce agli esseri umani e, spesso, anche agli animali.

'Abd Allah ibn Baz, tra i maggiori eruditi musulmani del XX secolo
‘Abd Allah ibn Baz, tra i maggiori eruditi musulmani del XX secolo

Il salafismo richiama alla purezza dei “salaf” (primi apostoli del Profeta), fondato da Ibn Taymiyya (XIII-XIV secolo) come reazione all’invasione mongola che introduceva tradizioni e costumi stranieri, in genere effettivamente legati all’animismo sciamanico. Nel XIX-XX secolo sorge un revival in conseguenza al colonialismo  europeo. Salafismo e neo-salafismo possono essere considerate reazioni a invasioni territoriali e culturali.

Il wahabismo è fondato da Muhammad ibn Abd al-Wahhāb (XVIII secolo), dottrina dogmatica e farisaica in appoggio alla nascente egemonia della dinastia Sa’ud. Potenze straniere interessate a unire gli Emirati favorirono la diffusione della scuola. Il wahabismo è oggi la dottrina ufficiale dell’Arabia Saudita, ispirando le madrasse della penisola.

L’odierno estremismo di Daesh integra le due posizioni, nate da interessi politici e non da speculazione teologica,  propagandate nella semplificazione tonante dei decreti di mufti wahabiti o opuscoli ispirati a Ibn Taymiyya e S. Qutb. Solo una minima parte di coloro che le abbracciano giungono alla violenza fisica, ma la violenza si nutre di queste ideologie.

Quale futuro?

Il terrorista britannico Jihadi John
Il terrorista britannico Jihadi John

I Foreign Fighters sono spesso figli di immigrati cresciuti qua. Sradicati, a volte economicamente disagiati, più vicini ai miti e valori della cultura rap che non a una religione, spesso con un passato di spaccio e delinquenza. È la disfatta dell’Europa indubbiamente, che non ha saputo integrare nel rispetto della propria e altrui cultura, l’amaro frutto di un passato di colonizzazione e sfruttamento, trasformatosi poi in sfruttamento delle classi lavoratrici piombate nello sconforto del disagio economico.

Per ora le maggiori comunità islamiche presenti sul nostro territorio hanno rinnegato il terrorismo e la cultura della morte, ma ora dovrebbero passare a riflettere sulla cultura che le ha generate, distinguendola in maniera netta dai principi della propria religione non solo nei nefandi effetti, ma anche nei subdoli presupposti. Considerare quali sono le basi ideologiche della divisione e della violenza da cui i credenti si devono liberare. Una riflessione storica, sociologica e filosofica spetta a loro e a tutti noi.

Barbara G.V. Lattanzi