È possibile che alcuni quartieri di una città siano ritenuti insicuri nonostante tassi di criminalità non particolarmente elevati? Secondo Kelling e Wilson sì, in quanto spesso si sottovaluta il timore suscitato da quelle che i due autori definiscono << disorderly people>> (Kelling, Wilson, 1982, 30).

<< Not violent people, nor, necessarily, criminals, but disreputable or obstreperous or unpredictable people: panhandlers, drunks, addicts, rowdy teenagers, prostitutes, loiterers, the mentally disturbed>> (Ibidem).

Se si considera che, nel frame di senso comune, il degrado rappresentato da queste figure è riconducibile alla presenza di popolazione immigrata, i cittadini sono portati a percepire come insicure le zone a forte concentrazione straniera (v. Dal Lago, 1999). Cosa succede, quindi, quando il cittadino, “vittima” del degrado portato dall’immigrazione, protesta contro l’insicurezza percepita all’interno del proprio quartiere?

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Introduzione

La Broken windows theory vienedivulgata da George Killing e James Wilson in un articolo del 1982 pubblicato sulla rivista The Atlantic. Secondo i due autori

<<outside observers should not assume that they know how much of the anxiety now endemic in many big-city neighborhoods stems from a fear of “real” crime and how much from a sense that the street is disorderly, a source of distasteful, worrisome encounters >> (Kelling, Wilson, 1982, 29), da cui segue che <<disorder and crime are usually inextricably linked, in a kind of developmental sequence>> (Ibidem).

Dal Lago riprende questa sovrapposizione nel modello della “tautologia della paura”, presentato in un saggio inserito nel Fascicolo 1 di Rassegna italiana di Sociologia del 1999. L’autore aggiunge che la protesta del cittadino contro il degrado cela l’estensione selettiva, perché applicata solo agli stranieri, della criminalità, e conduce all’adozione di misure politiche che trasformano l’allarme immigrazione in verità oggettiva (cfr. Dal Lago, 1999). Alla luce di queste considerazioni è stato ritenuto rilevante domandarsi se la protesta del cittadino si conclude effettivamente con l’adozione di misure politiche di contrasto al degrado che si rivelano efficaci nel tempo.

Quadro teorico

Kelling e Wilson affermano l’esistenza di una relazione causale tra criminalità e degrado nello spazio urbano. Secondo i due studiosi:

[…] Social psychologists and police officers tend to agree that if a window in a building is broken and is left unrepaired, all the rest of the windows will soon be broken. This is as true in nice neighborhoods as in rundown ones. Window-breaking does not necessarily occur on a large scale because some areas are inhabited by determined window-breakers whereas others are populated by window-lovers; rather, one unrepaired broken window is a signal that no one cares, and so breaking more windows costs nothing, It has always been fun.  (Kelling, Wilson, 1982, 31)

In alcune zone delle città la sicurezza percepita può non rispecchiare i reali tassi di criminalità[1]. Per comprendere questo scostamento tra sicurezza percepita ed effettiva è necessario domandarsi, secondo Kelling e Wilson, cosa spaventa realmente le persone negli spazi pubblici urbani. Si ritiene che fenomeni di disordine e degrado <<possono “minacciare l’ordine sociale” determinando paura nella collettività e creando situazioni criminogene>> (Kelling, Coles cit. in Centonze, Porrini, 2007, 2).

Devianza e incuria portano a insicurezza

In sostanza, l’esposizione a devianza e incuria genera insicurezza nelle persone perché portate a pensare che la criminalità trovi terreno fertile in quelle zone della città in cui non vi è limite al disordine (cfr. Kelling, Wilson, 1982, 33). Di fronte ai primi sintomi di degrado gli individui iniziano automaticamente a percepire il quartiere come più insicuro e a modificare le proprie abitudini.

il concetto di devianza in sociologia

Le persone decidono di chiudersi in casa o di abbandonare la zona, rendendola di fatto più vulnerabile perché priva di <<community controls >> (Ivi,32). Questa sovrapposizione tra criminalità e devianza sociale viene ripresa nel modello della tautologia della paura (Dal Lgo,1999). A partire dai primi anni Novanta l’immigrazione nei media nazionali e locali viene quasi esclusivamente definita in termini di degrado e illegalità, e la fonte privilegiata di questo tipo di informazioni è un nuovo attore protagonista, il cittadino che protesta nei confronti del degrado portato dall’immigrazione (cfr. Ivi, 19).

Situazioni sociali e agenda setting

Il meccanismo alla base della tautologia rimanda al concetto di “definizione della situazione” coniato da Thomas, per cui <<una situazione sociale è quello che gli attori coinvolti o interessati definiscono che sia>> (Ivi, 20). La definizione soggettiva degli immigrati come minaccia viene confermata come verità oggettiva attraverso un processo che coinvolge più attori. Il cittadino, in qualità di “vittima”, è legittimato a definire il pericolo rappresentato dagli immigrati. Quasi sempre questa definizione si declina in un set limitato di <<doleances>> (Ivi, 28) che cela l’elasticità del concetto di criminalità e la sua estensione a comportamenti incivili e di disturbo riducendo così la soglia di tolleranza di ciò che si ritiene essere una minaccia per la vita quotidiana. Si tratta di un’estensione selettiva in quanto applicata solo agli stranieri.

Potere, Media e Memoria

La definizione soggettiva dei cittadini viene poi imposta come frame dominante attraverso le politiche di agenda setting della stampa. La successiva protesta del cittadino contro l’immobilismo delle istituzioni conferma soggettivamente la visione dei media e la trasforma in un issue politica che non può essere ignorata dalle amministrazioni le quali, nel momento in cui adottano misure politiche/legislative contro il degrado, rendono la minaccia immigrazione una verità oggettiva (cfr. Ivi, 22)[2].

Dal Lago e l’essere “vittima” dell’immigrazione

Alla luce del quadro teorico illustrato è stato ritenuto opportuno focalizzarsi sulla parte finale del modello definito da Dal Lago e indagare l’efficacia della protesta del cittadino <<vittima dell’immigrazione>> (Ibidem). Nello specifico con la presente ricerca si è tentato di verificare se la mobilitazione dei cittadini porta all’adozione di misure politiche capaci, nel tempo, di indurre quest’ultimi a percepire l’area interessata dalla protesta come più sicura. Per rispondere all’interrogativo di ricerca è stato definito come caso studio il Quartiere Roma della città di Piacenza, un quartiere storico che negli ultimi trent’anni ha subito profonde trasformazioni. Tra la seconda metà degli anni Novanta e gli inizi dei Duemila la zona ha registrato l’arrivo di un’importante componente di popolazione immigrata che si è di fatto sostituita ai commercianti e residenti piacentini.

Perdita d’identità territoriale

Quest’ultimi, in gran parte, hanno preferito andarsene di fronte ai primi segnali di cambiamento, favorendo così la perdita dell’identità caratteristica e commerciale della zona a fronte di una nuova natura multietnica. La forte concentrazione di nuovi residenti immigrati ha reso il quartiere una delle aree più sensibili al tema della sicurezza nell’opinione pubblica e nei media locali[3]. Il Quartiere Roma è stato teatro dello specifico episodio da cui si è partiti nella ricerca, il corteo di protesta degli ultras del Piacenza Calcio che ha avuto luogo il 12 aprile del 2013. La tifoseria della squadra della città è stata quindi utilizzata all’interno della ricerca come espressione della protesta popolare nei confronti dell’incuria e dell’insicurezza del Quartiere Roma. Per giustificare la presenza del gruppo ultras all’interno di una ricerca sulla sicurezza urbana si è ricorso alla letteratura esistente sul movimento del tifo organizzato in Italia. In Tifo estremo: storie degli ultras del Bologna, Scandurra si esprime nel seguente modo:

Forse Per spiegare il rapporto tra tifoserie ultras e città si dovrebbe parlare di appartenenza territoriale. Il possesso dello stadio da parte della curva rappresenta anche un modo, in un’epoca che sembra aver sancito la fine dell’equazione identità/territorio, per riaffermare che, almeno per quote non secondarie di popolazione, sentirsi interni a una realtà materiale e concreta, con tutte le ricadute in termini di legami sociali questo comporti, continui a rivestire un’importanza fondamentale (Scandurra, 2016, 18)[4].

Dimensione politica degli ultras

Oltre a descrivere il legame specifico tra ultras e città d’appartenenza, nel testo si fa riferimento alla <<dimensione politica>> (Marchi cit. in Scandurra, 2016, 29) delle curve italiane, tratto che rappresenta un unicum nel panorama del tifo organizzato. Questa componente caratteristica delle tifoserie italiane è da ricondurre al momento storico in cui si colloca la nascita delle prime formazioni ultras in Italia, ovvero i primi anni Settanta, sulla scia dei movimenti di protesta operai e studenteschi e in una società <<politicizzata fino al midollo>> (Balestri cit. in Scandurra, 2016, 58). Questa dimensione politica emerge, oltre che dagli strumenti che connotano la figura dell’ultras nell’immaginario comune come gli striscioni, le bandiere e i cori; dalla non così rara scelta di alcune tifoserie organizzate di partecipare a manifestazioni di piazza dai contenuti estranei alla dimensione calcistica (cfr. Scandurra, 2016, 139).

Nella tana dei tifosi: un viaggio etnografico nel fenomeno ultras

Metodo

Dopo la domanda di ricerca e il caso specifico, la prefigurazione dell’itinerario d’indagine ha richiesto la definizione del contesto empirico e del metodo di rilevazione dei dati. L’idea iniziale era di concentrarsi su un campione ristretto di ultras che risiedono o esercitano la propria professione nel quartiere studiato. Non è stato però possibile procedere in questi termini, di conseguenza è stato necessario optare per la definizione di un campione di individui selezionati in qualità di residenti e/o esercenti, da almeno quindici anni, nel Quartiere Roma. Rispetto alla domanda di ricerca e alle caratteristiche del contesto empirico, è stato ritenuto opportuno procedere alla raccolta dei dati attraverso la tecnica dell’intervista discorsiva[5].

analisi dati

In La ricerca qualitativa (2011,149), Cardano definisce l’intervista discorsiva come una <<forma di conversazione in cui l’intervistato ha il diritto di essere il centro dell’attenzione>>. È sembrato quindi appropriato, ai fini dell’indagine, “affidarsi” alle esperienze di cittadini/e che vivono quotidianamente il Quartiere Roma. Nello specifico, la tecnica di intervista adottata si definisce discorsiva semi-strutturata perché “guidata” da una traccia[6]. A causa dell’estraneità rispetto al contesto indagato è stato necessario ricorrere alla figura di un <<mediatore>> (Ivi, 176). A costui è stata quindi delegata la scelta dei primi contatti i quali, a loro volta, hanno proposto i nominativi di persone in possesso delle caratteristiche richieste per il campionamento. Sono state quindi condotte sei interviste semi-strutturate all’interno delle quali i rispondenti hanno assunto il ruolo di <<osservatore/testimone>> (Ivi, 167).

Strutturazione del campione

Il campione è stato definito nel seguente modo: un residente e due esercenti di genere maschile, una residente e due esercenti e residenti allo stesso tempo di genere femminile (vedi tab.1). È stata inoltre realizzata un’intervista semi-strutturata ad un ex membro del gruppo ultras del Piacenza Calcio[7] al fine di esaminare, oltre ai contenuti della manifestazione, il rapporto tra tifoseria e città. Si menziona, infine, il ricorso ad articoli di alcuni quotidiani locali per rilevare informazioni circa le misure di contrasto al degrado adottate dalle amministrazioni che si sono susseguite.

 Informazioni personaliIntervistato comePermanenza nel quartierePseudonimo
Intervista 1Uomo, 39 anniEsercenteDal 1998Riccardo
Intervista 2Uomo, 56 anniResidenteDal 2001Nicola
Intervista 3Donna, 43 anniResidenteDalla nascitaChiara
Intervista 4Uomo, 36 anniEsercenteDal 2011[8]Tommaso
Intervista 5Donna, 48 anniEsercente/residenteDal 1995/dal 2000Giovanna
Intervista 6Donna, 46 anniEsercente/residenteDal 2009/dal 2000Alessandra

 Tab.1: caratteristiche del campione

Emergono alcuni aspetti da sottolineare. Il campione non è rappresentativo e la ricerca non ha avuto alcuna esigenza di <<estendere la predicabilità degli asserti elaborati>> (Ivi, 50). La tutela della privacy è stata perseguita garantendo alle persone intervistate il ricorso a pseudonimi in sostituzione dei loro nomi. È stata inoltre rispettata la trasparenza delle modalità d‘impiego del materiale acquisito dalle interviste. Non è stato però firmato alcun modulo di consenso informato, ci si è limitati ad una forma di <<gentlemen’s agreement >> (Ivi, 86).

Verso l’analisi dei dati

Il ricorso iniziale alla figura del mediatore ha determinato l’impossibilità di controllare alcune caratteristiche dei contatti e le relazioni esistenti tra essi. Effettivamente, quattro persone sul totale degli intervistati/e sono membri della stessa associazione di quartiere e tre di essi costituiscono un gruppo di intervistati che non aveva preso parte al corteo ultras del 2013. Tuttavia quest’ultimo aspetto si è rivelato una risorsa in considerazione della principale criticità dell’indagine. A differenza di come era stata prefigurata la ricerca, il gruppo ultras non ha di fatto continuità al suo interno. Il limite in questione verrà discusso, sulla base di quanto emerso dall’analisi del materiale empirico, all’interno delle conclusioni. Si specifica infine, rispetto agli articoli dei quotidiani, che non è stata effettuata una raccolta completa e un’analisi dettagliata delle ordinanze e disposizioni relative al Quartiere Roma.

words cloud

L’analisi dei risultati si è basata interamente sulle riflessioni emerse dalle interviste. Entrambe sono liberamente consultabili – insieme alle conclusioni della ricerca – al link sottostante.

Andrea Antonini

Riferimenti bibliografici e sitografici


Note

[1] Kelling e Wilson si riferiscono al caso del quartiere Newark (N.J.), dove, verso la metà degli anni Settanta, era stato varato un piano di pattugliamento diretto, a piedi, delle strade da parte delle forze dell’ordine. Nonostante tassi di criminalità immutati dopo i primi cinque anni, la sola presenza della polizia aveva portato i residenti a percepire la zona come più sicura.
[2] Si rimanda alla rappresentazione grafica del modello tautologico inserita a p.22 del saggio di Dal Lago. Il link del saggio è in Bibliografia.
[3] Le informazioni inerenti alle trasformazioni del quartiere sono tratte dalle ricostruzioni degli/delle intervistati/e. Una breve parte delle tracce di intervista è stata infatti dedicata a ripercorrere l’evoluzione della zona fino all’episodio della manifestazione.
[4] Il concetto di appartenenza territoriale è riconducibile a quelli di “campanilismo” (Doidge, 2013) e di “urban patriotism” (Ginhoux, 2015). Con i due termini gli autori fanno riferimento alla rivendicazione di una identità locale dei gruppi ultras come effetto collaterale del fenomeno di Globalizzazione. Gli ultras proiettano nello spazio simbolico della curva i valori del contesto sociale di cui sono il frutto e i luoghi di aggregazione in cui si sono formati, erigendosi di fatto a difensori di quest’ultimi.
[5] Nella ricerca si è fatto riferimento alla tipologia proposta da Cardano (2011).
[6] Cardano (2011) definisce una seconda forma di intervista discorsiva: l’intervista libera (o in profondità). Quest’ultima si differenzia per una minore adesione ai punti della traccia.
[7] Il soggetto in questione non rientra nel campione di intervistati/e. Nell’articolo assume lo pseudonimo di Francesco.

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