Un articolo di giornale non dovrebbe mai essere scritto in prima persona. Questa è una delle regole principali, oltre al fatto di dover essere oggettivo ed obiettivo. Ne ho scritti tanti, su ogni argomento studiato, ricercato, approfondito o proposto. Ho scritto di argomenti semplici, leggeri, interessanti, importanti.

Questa volta, dopo un periodo di standby, davvero non riesco ad essere oggettiva, obiettiva e non riesco a non parlare se non in prima persona. Non riesco a non mettermi nei panni di chi, come me, ha sofferto tanto in questi ultimi anni.
Dietro ogni sorriso o una foto postata sui social quanti di noi hanno avuto paura di essere “raggiunti” dal Covid? Quanti di noi hanno dovuto fare i conti con una realtà alle volte assurda, difficile, prepotente? Quanti di noi hanno dovuto stringere i denti e andare avanti? Abbiamo tutti vissuto una realtà, per alcuni aspetti, non usuale. Una situazione che ci ha visti intrappolati nelle giornate di chiusura, nei lunghi mesi di coprifuoco, di incertezza, dubbi, paure.

Mentre vi scrivo sono in auto. Si, vi scrivo. Ho bisogno di essere davvero in contatto diretto con i miei lettori. Ho il sole che mi scalda la parte destra del viso ed è quasi al tramonto. Oggi giornata di escursione in un luogo incontaminato. Raggiungere quelle cascate non è stato facile e mi sono sentita a tratti anche un po’ incosciente, ma era più forte la voglia di raggiungere quel punto così desiderato. Sono in auto e passano alla radio le ultime notizie di attualità. Notizie su ultimi dati Covid e le news sulla guerra in Ucraina. Ma il mondo meritava tutto questo?

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Riflessioni: cosa sta cambiando?

Spiragli di luce, barlumi di speranza, timidi passi per ritornare alla normalità dopo due anni di pandemia. Quando si stava riaccendendo la speranza di un ritorno alla normalità, dall’altra parte del mondo un soggetto (perché uomo non riesco a classificarlo) decide di innescare una guerra. Siamo nel 2022. Non parlerò di geo-politica. Non ne ho le competenze per farlo. Mi passano davanti agli occhi tutte le buone e belle parole di chi la guerra l’ha sempre ripudiata. Gli striscioni di chi crede nella fratellanza, nella speranza e nella pace. Ma non solo adesso. Sempre!

Siamo nel XXI secolo e tante cose sono cambiate. Nel bene o nel male il mondo è andato avanti, la società è cambiata velocemente e si è fatta culla di innumerevoli culture. Ma in questi due anni cosa abbiamo appreso da questa situazione? Cosa ancora stiamo cercando di capire e, se possibile, cambiare e migliorare?

Quello che è certo, e non me ne vogliate, è che dietro l’utilizzo massiccio dei social network, soprattutto di Facebook a mio avviso, si sono nascoste sempre più persone pronte ad attaccare l’altro o che trattano argomenti delicati e importanti senza averne le competenze.

È in questo periodo che credo di aver davvero capito il senso dell’espressione “leone da tastiera”. Cattiveria e offese gratuite, parole scritte senza un minimo di ponderazione. Poco rispetto per i dolori altrui, anzi, critiche e pseudo consigli su come aver evitato determinate cose. Anche il materialismo ha avuto un suo perché. Se da una parte ho visto e sentito persone che hanno lamentato, giustamente, le difficoltà economiche conseguenti alle chiusure per il Covid, ho visto chi si è arricchito incurante del malessere di persone a lui vicine. Ma questo non è solo in questo periodo.
Ho riscoperto il contatto con la natura e di questo ne sono felice. Avevo sottovalutato tante cose e invece ho dovuto ricredermi.

Noi e la società.

Ho sempre pensato di “cambiare il mondo”. È una frase che spesso mi sento anche dire. Io non so se un giorno ci riuscirò, ma nel mio quotidiano cerco sempre di fare del mio meglio, a lavoro, con la famiglia, con gli amici, con chi non conosco. Ma non lo faccio per dovere o dover apparire. Lo faccio perché lo sento e lo voglio e mi ripeto alle volte, quando assisto a discriminazioni di ogni tipo, perché gli altri assumono comportamenti “diversi”.
Forse non avrò mai una risposta a questa domanda. Quello che credo è che ognuno di noi può fare qualcosa, senza bisogno di essere plateale per avere consensi. Ogni uomo può cambiare la propria vita, quella degli altri, direttamente o indirettamente, e può cambiare la società.

Oggi la società soffre di tante cose. Se per alcuni aspetti si è evoluta con l’avanzare della tecnologia, con la globalizzazione che ha fatto aprire molte vedute, dall’altra si ritrova, ancora, a dover combattere contro stereotipi e luoghi comuni, contro etichette impostate, contro situazioni di “diversità” che dovrebbero essere superate.

Non tutti dobbiamo essere in accordo su determinati argomenti ma possiamo accettare senza la smania di criticare.
Il mondo si può cambiare. Ognuno di noi può farlo nel suo piccolo.

Questo più che un articolo è stato un momento di “sfogo”. Spero abbiate colto ciò che vi ho scritto e sono certa che molti di voi si siano rivisti in queste parole. Potete o non potete dirlo. Ciò che conta è che oggi, direttamente o indirettamente, da queste parole abbiate colto qualcosa, qualsiasi cosa che vi porterà a sorridere, riflettere, cambiare.
Il nostro giornale è un libro aperto. Non ci è mai stato imposto un modo di scrivere e credo che anche questo voglia dire “fare” sociologia. In effetti io l’ho sempre detto: per me fare sociologia è cogliere tutte le sfaccettature del quotidiano e io, oggi, credo di averlo fatto nel vero senso della parola.

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