Il termine Sviluppo non è comparso in questo secolo. Gli stessi albori della Sociologia sono legati a questo tema. È infatti durante la rivoluzione industriale del XIX secolo che nasce la disciplina sociale e con essa i suoi primi teorizzatori e contributi. Lo sviluppo allora era però coniugato in termini di progresso scientifico, industriale e accompagnato parallelamente dal pensiero positivista. La seconda metà dello stesso secolo è incentrato sul concetto di Evoluzione. Ma il termine sviluppo, inteso come capacità di acquisire le condizioni della modernità, generare crescita economica e aumentare il ben-essere e la qualità della vita è tema importante della seconda metà del XX° secolo, e nello specifico, a ridosso del periodo della decolonizzazione degli anni ’40 del 900 (Pavanello, 2007).

Antropologia e Sviluppo

In quel periodo, nelle aree del Sud del mondo, si stava compiendo la decolonizzazione da parte dei paesi europei, che si erano convinti che avevano assolto al loro meglio possibile il compito di civilizzatori di quelle stesse aree che ora cercavano l’indipendenza e l’autonomia economica. Il 1960 fu l’anno della decolonizzazione e il decennio seguente fu chiamato Il decennio dello sviluppo. Questo era il contesto in cui si muovevano i paesi colonizzatori in relazione ai paesi dell’allora terzo mondo. Uno sviluppo che non si sarebbe comunque implementato autonomamente, ma a cui occorrevano strumenti, personale e organizzazioni per il trasferimento del sapere necessario dal Nord al Sud del mondo (Pavanello, 2007). 

Fu questo il contesto in cui l’Antropologia reclamò il proprio spazio, con il suo complesso di tecniche e pratiche scientifiche che potevano essere funzionali alla gestione delle operazioni di sviluppo. Quindi l’emergere di un‘Antropologia dello Sviluppo, contemporaneamente alla collaborazione tra antropologi ed istituzioni dedite alla gestione di interventi nei Paesi in via di sviluppo è dipeso da diversi fattori.

Antropologia come strumento per lo sviluppo

I numerosi fallimenti di grandi progetti intrapresi in precedenza hanno influenzato la nuova strategia politica delle istituzioni internazionali e dei Paesi industrializzati e portato a considerare con maggiore attenzione lo sviluppo rurale di quelle aree del mondo insieme all’urgente necessità di ridurre la povertà. Nascono così nuove politiche che fanno leva sulla partecipazione delle comunità coinvolte nei processi di sviluppo in una logica di una migliore conoscenza dei contesti sociali e culturali. Questa tendenza contribuì ad una maggiore apertura verso la conoscenza e le capacità professionali degli antropologi.

L’antropologia quindi, a partire dai primi anni 70 del 900, si propose come strumento tecnico-scientifico per migliorare gli interventi, mettendo al centro dello sviluppo non più i soli processi economici – secondo la logica del top-down (Top-Down e Bottom-Up rappresentano due visioni diverse degli interventi di sviluppo: il primo, dominante fino agli anni ’70, promuoveva lo sviluppo dei sistemi economici. Il secondo, proposto dall’antropologia dei primi anni 70, cerca di capovolgere la prospettiva e di orientarsi verso le comunità umane, partendo invece dal basso) – ma le comunità umane, partendo quindi dal basso secondo un diverso paradigma definito come bottom-up (M.M., Cernea 1985, 1991).

Antropologia e colonialismo

Prima di inoltrarci su questo cammino è bene però non tralasciare una parte importante delle origini dell‘Antropologia dello Sviluppo, che ha visto la disciplina camminare di pari passo al periodo della colonizzazione. L’allora indirizzo disciplinare era nato con il nome di Antropologia ApplicataApplied Anthropology – e si sviluppò insieme alla corrente funzionalista dell’antropologo polacco Bronislaw Malinowski. Anzi, è proprio grazie alla nuova impostazione di Malinowski che l’antropologia affiancherà le autorità governative inglesi durante il colonialismo.  Queste sono le origini dell’antropologia dello sviluppo e non tutti gli antropologi di allora collaborarono e non tutti poi presero atto e si confrontarono con quella parte di storia della propria disciplina. 

L’impero colonialista inglese fece largo impiego di antropologi; questo non accadde senza contrasti o divergenze. Ma le collaborazioni, insieme ai rapporti a volte anche difficili, hanno fatto parte di un dialogo continuativo tra Amministratori coloniali e Antropologia, la quale ha rappresentato uno strumento per consolidare l’autorità coloniale. Nata negli anni 20, già con esperienza in Africa, India e Sud America, la prima Antropologia applicata si occupava di etnologia ed etnografia, e raccoglieva la maggior parte possibile di informazioni sui costumi e le pratiche culturali di diverse comunità non occidentali. Questo consentiva di esercitare un controllo più efficace sui popoli colonizzati. L’antropologia degli anni 20, ebbene sì, era considerata “ancella” del Colonialismo (Gutkind, 2000, Malighetti, 2001). 

Government Anthropologists

Una parte degli antropologi vennero nominati “Government Anthropologists” e furono inseriti nel British Colonial Service con la procedura di contratti a termine. Questo tipo di collaborazione è stata quella che ha spesso caratterizzato l’impiego di antropologi; non permettendo loro di avere una carriera duratura in loco o, una volta tornati a casa, di usufruire dell’esperienza acquisita sul campo ed ambire alle poche cattedre disponibili negli Istituti accademici (Kuper, 1973, E.E.-Pritchard, 1946), gli antropologi hanno avuto una carriera ostacolata dall’esigua offerta di posti disponibili. Per fare un esempio, nel 1953 gli insegnanti di antropologia nelle università britanniche erano solamente 38, contando le 12 università totali. Gli Istituti di cultura africani offrivano solo incarichi di ricerca temporanei. Erano pertanto non incentivati dalle Università gli studi antropologici (Malighetti, 2001).

Il passato coloniale: un retaggio ingombrante?
Il passato coloniale: un retaggio ingombrante?

Alcuni antropologi cercarono qualche opportunità anche durante la Guerra Fredda. Essi però compromisero la propria integrità e la stessa fiducia dei popoli nativi (creando forti ambiguità intorno al proprio ruolo e a quello dell’antropologia applicata), portando aiuti a militari che sopprimevano le contro-insurrezioni. Ciò portò alla pubblica condanna e la professione ne uscì ulteriormente screditata anche nei titoli dei giornali dell’epoca (Malighetti, 2001).

Crisi negli anni ’50 e ‘60 e nuove prospettive

I primi segnali di crisi giunsero quindi negli anni 50 e 60, quando anche alcuni Stati indipendenti chiusero l’accesso agli antropologi. Fu in questo determinato periodo che iniziarono delle riflessioni serie e approfondite sull’Antropologia, anche in relazione all’incontro coloniale. Nel Secondo Dopoguerra le università britanniche aprirono dipartimenti di Antropologia, offrendo corsi di formazione ai funzionari del Colonial Office. Alcuni antropologi parteciparono volentieri al progetto. E l’Antropologia Applicata cercò una posizione intermedia tra gli sbocchi dell’Antropologia sociale. Venne poi fondata la Society for Applied Anthropology ed istituite le prime raccolte biografiche e gli antropologi convinsero i nuovi governi indipendenti a guardare con occhi diversi agli oggetti delle loro ricerche (Gutkind, 2000) che iniziarono ad influenzare le amministrazioni coloniali.

Oggi i governi indipendenti controllati dai “nativi” hanno aperto le porte alle agenzie dell’ONU, agli sforzi bilaterali, alle ONG e ad agenzie di cooperazione e sviluppo. Gli antropologi fanno consulenza su diverse tematiche di loro competenza: sul debito, sulle strategie alimentari, sulle relazioni etniche, sulla risoluzione dei conflitti, migrazioni urbane, gestione delle risorse, ecologia, educazione e salute.

Ilaria Bartoli 

Letture per approfondire

Fonti bibliografiche

  • I. Bartoli, Ripensare lo sviluppo. Analisi dei modelli delle Organizzazioni Internazionali, Temperino Rosso  Editore, Brescia, 2020;
  • M.M. Cernea, Putting People First: Sociological variables in rural development (1985, 1991).
  • Peter Gutkind (2000) in R. Malighetti: “Antropologia Applicata“, Edizioni Unicopli, Milano (2001).
  • Kuper (1973:151-3); E.E.-Pritchard, (1946).
  • M. Pavanello, “Incontro tra sviluppo e antropologia” (2007).
  • “Antropologia e questione etica”: a proposito di Programmi governativi discutibili, come ad es. “Mari del Sud” (Kramer, 1983); la controrivoluzione in America Latina (Horowitz, 1967); Coinvolgimento in Vietnam e Tailandia (Horowitz, 1967; Berreman, 1969; Flanagan e McCoy, 1971). Si veda anche l’esperienza del Sud-Africa (Grillo, 1985: 135) e S. Nadel, rispettivamente pp. 45-46 e p. 198, \6 in R. Malighetti, “Antropologia Applicata“, Edizioni Unicopli, Milano (2001).
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