È considerata tra i “Grandi” (forse la più grande) della sociologia in vita. Statunitense, originaria dei Paesi Bassi, Saskia Sassen, classe 1947, ha vissuto e studiato in tutto il mondo. Da Buenos Aires dove è cresciuta ed ha frequentato l’Universidad Nacional, alla Francia, all’Università di Poitiers, fino ad Harvard e Notre-Dame (in Indiana) dove si è specializza con un master, un dottorato ed un post-dottorato, passando anche per l’Italia, dalla Sapienza di Roma. Si è occupata e interessata di globalizzazione, dei processi economici e politici transnazionali con analisi puntuali anche sulle migrazioni, delle disuguaglianze, delle nuove tecnologie e dei “gender studies” diventando tra gli autori più influenti e citati della sociologia contemporanea. Tradotta in più di 20 lingue, insegna oggi alla Columbia Università di New York ed è coniuge di un altro grande sociologo americano, Richard Sennett. Saskia Sassen è l’ideatrice del termine “città globali”, termine ormai di uso comune che designa la nuova connotazione che assumono le grandi metropoli nel panorama della globalizzazione.

Le città globali

La globalizzazione dell’economia ha profondamente alterato il tessuto sociale, economico e politico degli stati-nazione, di vaste aree transnazionali e, non da ultimo, delle città. Ormai le numerose metropoli mondiali si sono sviluppate all’interno di mercati transnazionali e hanno ormai più caratteri in comune tra loro che con i rispettivi contesti regionali o nazionali. Già nel 1991, Sassen con le sue analisi ci dimostra che città come Tokyo, Londra e New York rappresentano centri di intersezione fondamentale del commercio globale. Queste presentano inoltre un’ulteriore caratteristica: hanno più interdipendenze sia economiche-finanziarie che di comunicazione e trasporti tra di esse che non con i rispettivi Stati. I loro rapporti si sviluppano così all’interno di quelle che definisce “reti di mercati transnazionali strategici”, che attraversano gli stati stessi e che si assumono una scalarità più ampia, di ordine mondiale, che va al di là anche dei poteri di regolazione degli Stati-nazione, e che rappresentano proprio un segno tangibile della crisi di quest’ultimi. A queste città, con il crescere dell’economia mondiale, se ne stanno aggiungendo delle altre quali Dubai, Berlino e Hong Kong. Il destino dell’economia passa quindi per la governance di questi “punti strategici”, veri e propri attori collettivi in competizione tra di loro per attirare capitali, persone e grandi imprese. Olimpiadi, Expo, Festival o essere sede di organismi internazionali di rilievo sono infatti occasioni di disputa per richiamare investimenti e rappresentano gli elementi decisivi in questa corsa al miglior posizionamento nel mercato economico globale.

Disuguaglianze globali

Così come nuove possibilità, però, anche nuove ingiustizie sociali si localizzano in questi spazi, argomento centrale nel suo più recente “Espulsioni. Brutalità e complessità nell’economia globale”. Per l’autrice “la disuguaglianza è inevitabile in sistemi complessi e altamente differenziati ma […] oggi la disuguaglianza è estrema. Inaccettabile. Non si parla più di esclusione sociale ma di espulsione. La prima può essere ridimensionata, migliorata, perfino eliminata, mentre la seconda attraversa i sistemi“. Si assiste all’impoverimento della classe media nei paesi ricchi, lo sfratto di milioni di piccoli agricoltori nei paesi poveri, le pratiche industriali distruttive per la biosfera, cresce la popolazione che vive nei ghetti e negli slum, cosi come gli imprenditori “fuori mercato” o le famiglie senza casa per un pignoramento: “l’economia espelle tutto ciò che non è produttivo – afferma Sassen – mentre gli indicatori restano“. Se nel passato si praticavano politiche inclusive finalizzate alla riduzione delle tendenze sistemiche alla disuguaglianza, oggi attraverso l’imperante neoliberismo avviene una riduzione dello spazio economico. Si attuano minori investimenti nelle infrastrutture a beneficio di tutti e aumenta così la concentrazione di potere e ricchezza al vertice. Ricchezza per le aziende ma povertà per la popolazione; gli indicatori economici restano così favorevoli ma sono in realtà svianti e distorti. Per l’autrice c’e bisogno di economie che rispondano a logiche distributive: più si coinvolgono le persone e le realtà territoriali e locali, più le economie ne beneficiano e producono benefici a tutta la collettività.

L’analisi delle migrazioni

Tra i temi che in Sassen non potevano mancare c’e anche quello delle migrazioni di cui parla con un analisi quanto mai chiara già nel 1999 in “Migranti, coloni, rifugiati”. Con un approccio quantitativo, la sociologa – studiando i movimenti migratori dalla fine del Settecento – scopre come il ramificato flusso degli emigranti, componente essenziale nella costruzione stessa dell’Europa, non è mai casuale o riconducibile a scelte individuali, ma è sempre precisamente strutturato, circoscritto e controllabile, nonché funzionale a strategie politiche ed economiche. Attraverso una grande mole di dati, informazioni e rilevamenti sostiene come il migrante è l’indicatore di un mutamento avvenuto nella zona da cui proviene. Si parla di un intensificarsi di condizioni negative che porta a una massiccia perdita di habitat nella zona da cui si emigra, che possono riferirsi ai cambiamenti climatici (desertificazione, innalzamento dei livelli delle acque, inaridimento del suolo, avvelenamento crescente del suolo), acquisizioni imponenti di terreni da parte di governi, guerre o altri ancora. “Non sono persone che lasciano il loro paese e la loro casa per una vita migliore, sono persone che vivono in ambienti rurali ma non hanno una casa, non hanno una speranza, perché vittime dell’espropriazione della loro terra e di altre risorse primarie come l’acqua a causa dello sviluppo economico“. Le istituzioni internazionali devono imparare a fronteggiare questi fenomeni in quanto le politiche esistenti non sono idonee: bisogna sviluppare delle reti globali di intervento che sappiano riconoscere e combattere di volta in volta le cause nei vari contesti, prevenirle e gestirle come fenomeni sociali, politici ed economici e non più come “invasioni”.

Valerio Adolini

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