Quando nel 2013, l’antropologo statunitense David Graeber scrisse un articolo sul fenomeno dei bullshit jobs (i “lavori-stronzata”) per la rivista radicale Strike, fu subito chiaro come una tanto particolareggiata provocazione potesse trasformarsi in uno stimolo per i mercati e per la riflessione sociologica; tanto più che la sociologia rappresenta una fucina di dibattiti nonché di questioni pragmatiche ed etiche. Quale spunto offre dunque la sua analisi, documentata nel libro “Bullshit Jobs: A Theory” proprio nel maggio di quest’anno?

Quello che Keynes non aveva previsto

In una prospettiva di sviluppo orientata verso la massimizzazione del profitto a vantaggio del lavoratore, l’idea secondo cui la settimana lavorativa in paesi industrializzati si sarebbe ridotta a quindici ore entro la fine del secolo, non era poi così astrusa. Se la tecnologia ha raggiunto un livello tale da consentirlo, cosa non è andato per il verso giusto? Con l’avvento del consumismo l’idillio maggiore produzione/minor tempo, che il boom economico pareva promettere, ha visto sacrificare, in un calcolo costi-benefici, il fattore T per incentivare in modo massiccio il fattore P. La richiesta di sempre più prodotto ha innescato meccanismi per i quali, cavalcare la richiesta di mercato, è divenuto più importante del bilanciare qualità e quantità di lavoro: la tecnologia che avrebbe potuto farci lavorare meno, diventa invece il motore di una folle corsa alla sovrapproduzione, per non rischiare mai di restare a bocca asciutta.

La percezione dell’inutilità

L’autore non vuole ergersi a giudice del mercato del lavoro, ma far luce su quella che è una piaga, ancor prima che economica, sociale e politica. Il punto non è se esistono lavori più o meno utili ma piuttosto, quanti credono di star svolgendo un’attività della quale ritengono che la comunità possa fare a meno. Secondo quanto riportato da Graeber:

”fasce enormi di persone, in Europa e Nord America in particolare, trascorrono tutta la loro vita lavorativa eseguendo attività che segretamente credono non abbiano davvero alcuna necessità di esistere”

A livello sociologico e psicologico, ciò incide notevolmente sul livello di autostima, sul tenore della prestazione e sul concetto stesso di società: sia esso letto nella sua forma più arcaica di contratto che implica partecipazione attiva e proficua o nella chiave più moderna di diritto-dovere costituzionale in cui il lavoro è il mezzo per contribuire secondo le proprie capacità e possibilità alla grande macchina “mondo”. La strategia dal punto di vista politico, pare quella di non voler lasciare scoperta una così larga fascia temporale per non dover rinunciare ai propri privilegi, e non lasciando alla popolazione il margine per comprendere alcuni meccanismi dei “piani alti”. Inoltre il mantra “più produci, più vali”, corroborato dal retaggio culturale secondo il quale il lavoro possiede un intrinseco valore morale (innegabile ma spesso e volentieri strumentalizzato), rappresenta da sempre un forte incentivo alla realizzazione di sé, bisogno irrinunciabile dell’uomo sul quale il capitalismo ha costruito la propria fortuna.

Più servi meno vieni riconosciuto

Il ragionamento sotteso a tutta una serie di attività, in un’ottica di appagamento morale ricollegabile al lavoro svolto, è dunque quello che, più si riesce ad essere utili alla comunità, paradossalmente, meno si viene riconosciuti (ad eccezione forse della classe medica che per la sua natura irrinunciabile resiste stoica a questo squilibrio del sistema). Talvolta le attività con maggior impatto sullo sviluppo sociale vengono talmente deprezzate da essere relegate nell’ambito del volontariato, attività di chiara finalità nobilissima ma di certo non equiparata al lavoro, sebbene talvolta produca risultati migliori rispetto a tutto ciò che è riconosciuto, quindi istituzionalizzato e dunque retribuito. Potranno pure storcere il naso i più, ma che soddisfazione può produrre un lavoro che viene ritenuto di scarsa utilità da chi lo svolge? Potranno pure storcere il naso i più, ma non è forse oggettivamente e facilmente comprensibile che un assetto sociale privo di meccanici, insegnanti o netturbini, risentirebbe di maggiori scompensi rispetto al caso in cui dovesse fare a meno di qualunque figura manageriale, la quale però attualmente gode di un livello di prestigio nettamente superiore alle professioni sopracitate, cui corrisponde una cospicua retribuzione? Una provocazione quella dell’antropologo, che invita però a riflettere sui paradossi della contemporaneità.

I 5 Bullshit Jobs

Sotto la lente critica dell’autore, finiscono cinque tipi di lavoro o meglio classi di lavoratori, che egli considera superflui, perché frutto di un mercato fortemente specializzato ma profondamente debole in termini di utilità. Tra i lavori “tutto fumo e niente arrosto” lo statunitense cita:

1. Flunkies, “tirapiedi”: servono a far sentire gli altri importanti, ad esempio, receptionist, assistenti amministrativi.
2. Goons, “sicari”: agiscono in modo aggressivo a nome dei loro datori di lavoro, ad esempio, lobbisti, avvocati aziendali, telemarketing, pubbliche relazioni.
3. Duct Tapers, “risolutori”: risolvono problemi che non dovrebbero esistere, ad esempio i programmatori.
4. Box Tickers, “ragazzi dei box”: ad esempio, manager delle prestazioni, giornalisti di riviste interne, coordinatori del tempo libero.
5. Taskmasters, “supervisori”: come quadri intermedi o professionisti della leadership.

Tutte mansioni legate al potenziamento del settore amministrativo, che toglierebbero ossigeno alla formazione di figure qualificate nell’offerta di servizi. L’ambito privato è, secondo l’antropologo, sede privilegiata di tali ruoli, nonostante la settorialità che dovrebbe garantire maggiore efficienza. L’effetto che si ottiene è invece l’impiego di lavoratori in attività di cui il mercato è saturo o non necessità. Se avete potuto collocarvi in qualcuna di queste categorie, non risentitevi, ma provate ad interrogarvi su quanto percepite come soddisfacente e utile il vostro lavoro. E noi, sempre più circondati da mille figure super specializzate, ibride, proviamo a chiederci se anziché essere una risposta alle istanze dell’economia, esse non siano generate dalla convinzione che basti svolgere un’attività lavorativa per sentirsi appagati, senza analizzarne l’aspetto strumentale in relazione alla società e funzionale alla propria realizzazione.

Roberta Cricelli

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