In seguito alla lettura di Abbiamo ancora bisogno della storia? Il senso del passato nel mondo globalizzato? di Serge Gruzinski, possiamo giungere ad una conclusione: spesso la società è pensata attraverso uno sguardo occidentale, eurocentrico e non globale. La storia che ci viene insegnata – e con essa la sociologia – è raccontata come una linea che parte dall’Europa e si irradia nel mondo. Ma se cambiamo prospettiva, quella linea si trasforma in una rete di intrecci, scambi e contaminazioni.

Il mito delle origini europee della sociologia

Nei corsi universitari la sociologia nasce con Auguste Comte, padre del positivismo, e si consolida con Durkheim, Marx e Weber. Una genealogia solida, certo, ma possiamo dire anche parziale. Quasi nessuno, infatti, prende in considerazione altri studiosi come ad esempio Ibn Khaldun, pensatore arabo del XIV secolo, che nel suo Muqaddimah aveva già formulato una vera e propria teoria sociale. Khaldun analizzava i meccanismi di coesione e disgregazione dei gruppi umani (asabiyya), il rapporto tra potere politico e cultura, e i cicli di ascesa e declino delle civiltà. In altre parole, faceva sociologia secoli prima della nascita ufficiale della disciplina.

E se guardiamo dentro l’Europa stessa, scopriamo che anche Giacomo Leopardi, nel suo Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani (1824), aveva già intuito ciò che la sociologia avrebbe poi formalizzato: il legame tra costume, individualismo, opinione pubblica e morale collettiva.
Leopardi osserva la società con sguardo critico e disincantato, descrivendo un’Italia priva di senso civico e dominata dall’interesse personale — una vera analisi sociologica ante litteram, scritta vent’anni prima di Comte.

La lezione di Gruzinski: pensare con la storia, non contro di essa

Serge Gruzinski ci invita a ripensare la storia come uno spazio globale, fatto di connessioni, mescolanze e influenze reciproche. Abbiamo ancora bisogno della storia, dice, proprio perché senza di essa non capiamo la complessità del mondo attuale. Ma serve una storia capace di vedere il mondo nel suo insieme – non una sequenza di eventi europei con qualche comparsa esotica ai margini.

Applicando questa idea alla sociologia si può riconoscere che le scienze sociali non nascono in Europa, ma nel mondo interconnesso che l’Europa ha contribuito a creare e a colonizzare.

Verso una sociologia globale e decoloniale

Ripartire da Ibn Khaldun e riscoprire in chiavi diverse figure come Leopardi è un modo per allargare l’orizzonte del sapere sociologico. È un invito a leggere la società da più punti di vista, a valorizzare le tradizioni intellettuali dell’Asia, dell’Africa e anche dell’Europa dimenticata — quella che ragionava sul sociale prima che la sociologia diventasse “scienza”.

In un’epoca segnata da globalizzazione e migrazioni, una sociologia veramente critica deve essere anche decoloniale: capace di interrogare non solo le disuguaglianze sociali, ma anche quelle epistemiche, cioè le gerarchie di sapere che ancora oggi definiscono cosa è “scienza” e cosa no.

Guardare il mondo con più di due occhi

Come suggerisce Gruzinski, abbiamo ancora bisogno della storia per imparare a pensare insieme, al di là delle frontiere culturali. Riconoscere che la sociologia ha radici anche fuori (e prima) dell’Occidente significa restituire complessità e pluralità al nostro modo di guardare il mondo. Solo così si potrà davvero comprendere la società globale in cui viviamo — una società intrecciata, ibrida e in continuo movimento.

Enrico Delle Donne

Riferimenti

  • Serge Gruzinski., Abbiamo ancora bisogno della storia? Il senso del passato nel mondo globalizzato, Raffaello Cortina Editore, 2016