Alla luce di quanto emerge quotidianamente da media e social oggi, più che mai, il servizio sociale necessita di una rivisitazione, di una riorganizzazione e di una pianificazione per quanto riguarda il coordinamento e il management dei servizi sociali (Ferraro, Bruni, 2009).

Differenze tra sociologo e assistente sociale

In ballo ci sono essenzialmente due figure professionali: il sociologo e l’assistente sociale. Per il primo profilo si pensa ad una figura professionale che possa legittimamente operare innanzitutto all’interno di istituzioni pubbliche locali regionali e nazionali e svolgere essenzialmente attività di ricerca sociale, nel management organizzativo, progettazione, consulenza in vari ambiti e lavorare nel campo della comunicazione e dei nuovi media.

Per quanto riguarda il secondo profilo si pensa ad una figura professionale che sia in grado di coordinare essenzialmente attività complesse di servizio sociale presso strutture pubbliche e private, asl, ministeri di giustizia, del lavoro, della sanità; enti locali, servizi alla persona in centri riabilitativi. Si occupa di servizi per i minori con problemi di giustizia, in quelli per gli adulti delle amministrazioni previdenziali presso le prefetture, case di riposo, case-famiglia e in quelli di accoglienza per donne maltrattate (da quanto emerge da uno studio sui piani di studio riguardanti questi due profili professionali).

Ne deriva una domanda che tante persone evidentemente si fanno: come mai oggi si sentono quotidianamente notizie di fatti abbastanza drammatici, nonostante ci siano una serie di servizi nel sociale, preposti per evitare una serie di tali vicende e nonostante una legge quadro, la 328 del 2000, che dovrebbe fare chiarezza sull’organizzazione dei servizi sociali, sul management del sociale e soprattutto su come prevenire una serie di fatti spiacevoli e tragici che vorrebbero una pianificazione degli stessi servizi, finalizzati a dei piani di intervento. E un’altra domanda affiora spontaneamente: il ruolo della figura professionale del sociologo là dove i servizi sociali sembrano auto referenziarsi, o, comunque, poco considerare quella regola che vuole che ”prevenire sia meglio che curare”; e quanto vengano considerati i dati, frutto di ricerche e mappature del territorio.

Una pianificazione dei servizi sociali

La legge quadro 328/2000 ha sicuramente racchiuso e messo un po’ di ordine tra le varie leggi che volevano interventi rapidi sulle varie emergenze (vedi ad esempio la l. 285/97 per l’infanzia e l’adolescenza, o la l. 45/99 per le tossicodipendenze). Tale legge quadro ha dato il via ai Piani di Zona (PDZ), con i quali dovrebbero trovarsi coinvolti i vari soggetti, a partire dalle disposizioni ministeriali, le regioni, le province, i comuni, il privato sociale, associazioni e aggregazioni sociali e cattoliche. Tale PDZ dovrebbe favorire la rete e creare obiettivi di intervento a partire dagli effettivi bisogni presenti sul territorio.

servizi sociali figure bambini

La storia ha voluto (soprattutto tra il 2001 e il 2005) che le scelte politiche seguite alla legge quadro non siano state particolarmente attente alle politiche sociali indicate per far seguito a dei seri Piani di zona o ancora meglio a una Pianificazione Strategica, come si evince da un lavoro redatto dal Formez. Tale strategia richiederebbe attenzione agli effettivi bisogni del territorio. Sarebbe fondamentale mettere in atto una serie di risorse provenienti anche da centri studi importanti per la mappatura dei bisogni e dei servizi nelle varie regioni. Tra questi occorre ricordare il CISIS, il Centro Statistico, l’Isfol.

L’importanza del monitoraggio dei servizi sociali

Liliana Leone, del Cevas, fa un’attenta esamina sull’importanza del monitoraggio e della valutazione dei PDZ ed emerge quanto ancora oggi sia frammentato un intervento di questo genere, dovuto spesso alle scarse risorse centrali, quelle locali e private. Dal suo lavoro emerge chiaramente quanto spesso si presti l’accento agli interventi offerti anzichè porre maggiore attenzione ad un principale punto di partenza, come il bisogno delle persone. Altra lacuna emersa è l’autoreferenzialità nella valutazione dei PDZ e la frammentarietà di committenza.

Occorre partire, o meglio, ripartire da un esame dei veri bisogni della popolazione e soffermarsi ai bisogni delle persone che vivono in quel posto, se si vuol ottenere risultati “rilevanti”. Un buon management dei servizi sociali non può non considerare una serie di risorse che sono elemento base per ottenere risultati efficaci.

Giuseppe Valente

Bibliografia

  • Dispense corso di pianificazione strategica, Progetto integrato formazione-ambiente, formez. Ministero ambiente e tutela del territorio – Centro studi economici.
  • Dispense di Liliana Leone, La valutazione dei piani sociali di zona, anno 2008-2009,. Studio Cevas, 2011.
  • Ugo Ferraro e Carmelo Bruni, Pianificazione e gestione dei servizi sociali. L’approccio sociologico e la prassi operativa. Milano, Franco Angeli, 2009.
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